Attenti a chi mettete al vertice di Leonardo (ex Finmeccanica) 

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Nel Luglio del 2018 scoppia in Leonardo (ex Finmeccanica) il caso Andrea Biraghi. Emergono, per noi comuni mortali, dai resoconti e dalle dichiarazioni dei vertici aziendali che decidono di cacciare, seduta stante, il dirigente infedele, i contorni del grave episodio e cosa sia implicito: questo Biraghi si era fatto i fatti propri, pur trattando materia delicatissima. Certamente il figlio dell’Ammiraglio Biraghi era inopportuno che rimanesse a trattare la sicurezza nazionale avendo la passione per la bella vita (e per le auto di lusso non sue) e che, nell’andare al lavoro, fosse preposto a custodire gli interessi superiori dell’Italia nostra, facendo mente locale a quali business tratta la galassia Leonardo. Pertanto bene fecero i vari Profumo ad essere fermi nell’espulsione. Se ricordo, sostenuti dal fresco (nella posizione di Governo), Sottosegretario alla Difesa, Angelo Tofalo, forte dell’esperienza al COPASIR e delega specifica alla sicurezza informatica che ricopre nel Ministero della Difesa.

Decido di ricordare l’episodio, “a partire” da oggi, in quanto avverto una certa “animazione” politico-istituzionale (ma temo anche affaristico-lobbistica) intorno ai temi impliciti nel ricordo di quella vicenda. Biraghi, come ho detto, fu cacciato repentinamente (sia pur con l’onore dei soldi e tal proposito sarebbe interessante sapere con quali cifre) ma di cosa abbiamo rischiato come “Sistema Paese” non ne ho sentito parlare successivamente come sarebbe stato utile che avvenisse. Anche quella scatoletta (intendo per i contenuti), di fatto, è rimasta chiusa. Invece, sentite a me che ormai mi sono fatto vecchio, la scelta dei dirigenti in quel tipo particolare di azienda è questione delicatissima e varrebbe la pena di ragionare, con la dovuta calma, dei criteri di reclutamento, selezione e formazione di tali apicali vertici. E non solo di quelli apicali.    

E allora, eccomi qua, io che sono di maggio, prendere il toro per le corna.

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Ad essere memori, negli ultimi anni, sono stati molti i personaggi che, per il loro profilo professionale e lo stile di vita propenso all’illecito, si sono aggirati, inopportunamente e liberi di farlo, dalle parti di Piazza Montegrappa 4. E non parlo del solito Pierfrancesco Guarguaglini o della di lui moglie Marina Grossi. Guarguaglini, a suo tempo arrestato e stroncato in carriera. Anzi, io che sono sempre stato critico della coppia, oggi dico che almeno, entrambi, erano dei super competenti in materia. Di “cattivo gusto” certamente perché, ad esempio, non avrebbero dovuto permanere in azienda dopo essersi legittimamente innamorati: uno dei due doveva banalmente rassegnare le dimissioni. Con quello che guadagnavano non si sarebbero trovati in difficoltà. Ma questo, ovviamente, è altro da quanto, da oggi, vorrei mettere sul tavolo.

I coniugi si erano comportati da “padroni” per troppi anni di ciò che era, come in pochi altri casi, certamente della Repubblica, cioè di tutti voi. Ho scritto in questi giorni in uno dei tanti post che posto che per pubblico si deve intendere ciò che sta alla luce; ciò che si vede. Soprattutto è pubblico ciò di cui si può parlare e discutere. Chi dopo l’avvento del Governo del Cambiamento, sta discutendo “in pubblico” di tali argomenti? Qualche convegno che sembra avvicinarsi al tema, quando si “svolge”, non entra nel merito. Anzi.

Errore. Questi non sono e non devono essere argomenti “privati”, appannaggio di alcuni. Ogni cosa che “appare in pubblico” può essere vista e udita da tutti. Evitiamo di sparare cazzate sulla classificazione di segretezza e menate similari. Non c’è nessun pericolo. È vero l’opposto. Il pericolo è che gentarella che non da alcuna garanzia di tipo etico morale (alcuni, come l’ex sottosegretario Giuseppe Pizza e tutta la sua famiglia, sospettabili perfino di collusione con la criminalità o con interessi di Paesi terzi condizionavano il mondo della sicurezza Finmeccanica) ascriva a se la scelta di donne e uomini che dovranno in futuro garantire tutti voi che il mondo della sicurezza (nulla è più “in comune” della sicurezza) sarà distinto dallo spazio loro personale. Questo vale per Leonardo, ma certamente per l’ENEL, per l’ENI e compagnia cantando.  

Certamente si rimane basiti a pensare cosa alcuni stili di conduzione personali consentivano: con il mondo delle tecnologie e dei sistemi d’arma più sofisticati e di grandissimo valore sono entrati in contatto personaggi di ogni risma fino, uno per tutti, Gennaro Mokbel. E quando dico Mokbel, a leggere le carte, diciamo fino alle famiglie mafiose di Isola Capo Rizzuto. Dettaglio da non rimuovere nella lettura di questo post scritto con tutta la intenzionalità del caso. Ma senza dimenticare Lorenzo Cola e quindi, sempre a leggere le divine carte, a detta di Giuseppe Morgiello (socio della Ernst & Yong Italia società di revisione che ha gestito il passaggio di quote di tale DIGINT da Finmeccanica al Gruppo Mokbel) con i vertici dei servizi coevi con cui il Cola aveva frequentazione e positivo accredito. Se non mi sbaglio era il servizio militare/estero. Ma, vecchio e stanco come sono, mi posso sbagliare. In filiera, quando spuntarono quei nomi nel processo, emersero gli interessi di tale Fabio Ghioni (in arte Divine Shadow) cioè uno dei protagonisti dello scandalo (ma perché chiamiamo scandalo ciò che che è prassi?) Telecom in cui rimangono impigliati sulla carta moschicida gente come Giuliano Tavaroli, Gianpaolo Spinelli, Marco Bernardini, Fulvio Guatteri, Guglielmo Sasinini e ultimo, ma non ultimo, appunto, Ghioni. Mi sembra che anche Nicola Di Girolamo (parlamentare) fosse del giro. Intorno a Finmeccanica ronzava di tutto e questo, anche se ormai si chiama Leonardo, non deve più accadere. Intorno a Finmeccanica giravano gente come Giuseppe Pizza e per tanto a leggere le carte che salgono da Reggio Calabria mascalzoni come Claudio Scajola che è stato perfino Ministro dell’Interno. Scajola sarebbe quel mascalzone della casa in via del Fagurale 2 a Roma, con vista sul Colosseo, come ricorderete. Abitazione regalatagli con i soldi cambiati in nero grazie a spese dello Stato destinate a mettere “in sicurezza” La Maddalena per ospitare il vertice di capi di Stato che ragionavano “anche di sicurezza”. Parola magica dietro cui nascondere di tutto.

Anche i soldi di Diego Anemone (quello) e di Angelo Balducci (l’amico ossequiato  tempo addietro, dall’attuale sottosegretario nel Governo Conte, Vincenzo Spatafora). Così non ci siamo dimenticati nessuno e non facciamo torto a chi si dovesse sentire offeso di non entrare, a pieno diritto, nella Cloaca Maxima. La parola sicurezza (informatica o meno) evoca nella mente di questo ormai confuso vecchio patriota ricordi che sarebbe bene, a poche ore dal pranzo domenicale, non emergessero. Ricordi tipo che l’oscena personalità (ma il sistema partitocratico lo assunse fino a farlo Ministro di Polizia) doppia/tripla di Scajola arrivò a dire che “Marco Biagi non usufruiva più di un servizio di tutela perché l’autorità provinciale di pubblica sicurezza avevano ritenuto cessate le esigenze”.

Quando in un processo come quello di Reggio Calabria, ancora oggi emergono tali livelli di complessità e d’intrecci di malaffare e di pessime frequentazioni, nulla deve essere escluso nelle ricostruzioni storiche che potrebbero arrivare a dimostrare complicità inaudite.

Ho fatto una lunga parentesi per richiamare l’attenzione a quanti e quali guazzabugli si possono mimetizzare sotto l’egida/cupola della sicurezza di Stato. Se siete dotati di un legittimo porto d’armi e qualcuno, con enfasi, pronuncia, in vostra presenza, la parola “sicurezza” (non vi dico se sproloquia di quella cibernetica), sospettosi, portate la mano al calcio. Comunque, pronti ad estrarre. A fare fuoco c’è sempre tempo.

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Riprendiamo il sentiero Leonardo.

I criteri di massima attenzione a queste galassie produttive dove si coltivano ricerca scientifica, algoritmi preziosissimi (che valgono forse di più di una nave di stupefacenti), relazioni con ambienti militari con Paesi terzi) vanno profondamente modificati (questo, tra l’altro, doverosamente ci aspettiamo dal mondo pentastellato) o dovremo prendere atto che si è capito poco o niente di dove ci si è ritrovati, per grazia ricevuta. Il valore aggiunto sociale che fa capo a queste complessità produttive obbliga a criteri di vigilanza che devono non escludere le intelligenti avidità della criminalità organizzata. Intendo parlare, senza remora alcuna, delle mafie, avendo preso atto (per rispetto ad alcuni, certamente incolpevoli taccio sui particolari) di come sia facilmente penetrabile tale galassia costellata di obiettivi ipersensibili. Ho richiamato sempre, ma anche recentemente, l’attenzione sui grovigli bituminosi ben descritti dal processo “Breakfast” in atto a Reggio Calabria perché, da quel dibattito, vengono in superficie tessiture di relazioni criminali oscure tra mafiosi e massoni nerissimi. Spesso, durante le udienze, si sentono fare riferimenti a Logge massoniche perfino insediate nella repubblica più antica del Mondo: quella di San Marino. Tenete conto che intorno ai temi a cui faccio riferimento (la sicurezza cibernetica) le Mafie non solo ci hanno già messo la testa (e i capitali) ma mai come in questo caso vorrebbero piazzare i loro Pizza o il loro Scajola in posizioni determinanti. E questo di pi(a)zzare i mafiosi lo sanno fare anche attraverso sussurratori in quel momento difficilmente riconducibili “all’ambiente”. Sono percorsi carsici che vanno esplorati con “metodologie innovative” se si vuole evitare, per l’ennesima volta, di scoprire, a cose avvenute, che il tale o il talaltro rispondeva a quello o a quell’altro. Dico che ora di non tenere disgiunti alcuni campi che vanno letti con intelligenza trasversale e transdisciplinare. Intendo dire, ancora più esplicitamente, che nessuno si deve permettere di ritenere le nomine per i vertici (e non solo i vertici) in questi organismi, “cosa propria”.

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Anzi, ve lo dico, papale-papale, la partita della “democrazia” (sostanziale o digitale) si gioca tutta intorno a questa ipotesi di appropriazione o meno. Come mi ero permesso di dire (inascoltato se non snobbato) sin dal biennio 2012-13 (prego vedere ed eventualmente smentirmi) il M5S avrebbe dovuto porre la massima attenzione al combinato disposto COPASIR (con annessi e connessi) e CONSIP (con annessi e connessi). Così ad altre vicende e nomine che gli hanno partorito sotto il naso. O con qualche complicità (si chiamano quinte colonne), al suo interno, di troppo. Questa volta (così nessuno può non capire cosa questo marginale e ininfluente blog sostiene) se i criteri di reclutamento e selezione per scegliere i vertici di Leonardo (ma avrei potuto scrivere Terna, ENEL, ENI) non risponderanno alle leggi della meritocrazia (cioè crescita dal basso e scelta, dei futuri dirigenti, effettuata, tassativamente, all’interno delle aziende, fra donne e uomini ampiamente stimati dai dipendenti, per competenza e moralità e osservabili a lungo e per tempo) vorrà dire che state facendo chiacchiere e che, anche voi, per mille e tra loro diversi motivi, “ci siete”.  Dopo averci “fatto”. Sarebbe il vecchio dilemma finalmente risolto: ma ci siete o ci fate?

Sto dicendo che i criteri di scelta debbono cambiare e che tassativamente (lo ripeto), nel Paese dove le Mafie sono cresciute fino a dove solo i ciechi non possono vedere, chi si interessa professionalmente, culturalmente e politicamente, di contrastare la criminalità deve, lui per primo, avere diritto/dovere di veto su tali nomine. Basta con il ridicolo approccio del chiedere al vinaio come sia il vino e, soprattutto, basta piazzare i Pizza/i Biraghi/gli Scajola/gli amici di Bigotti/Amara/Piccini/Romeo/Ugolini o del ormai defunto Licio Gelli, o, più avanti nel tempo, di Matteo Renzi (Mauro Moretti, che ha, con altri, azzerato l’eccellenza di Finmeccanica, è stato una sua scelta) dove si pensa che poi ci sarà “trippa per i gatti”. E questo scusandomi, una volta per tutte, con i gatti.

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Tenete conto che oltre che di armi (ma cosa si intende ormai per armi?) ed altre diavolerie tecnologiche, in Leonardo si ragionerà (e si faranno affari) su tutto ciò che, ad esempio, è implicito “nell’anno zero” che accompagnerà l’avvio (e la crescita esponenziale) di una società come neanche lontanamente, se non ve interessate professionalmente, potete immaginare potrà essere. Parlo del mondo che sarà mutato nella sua essenza dall’insieme delle regole informatiche che permettono ai software e ai dati di convivere in maniera sicura e senza entità (o server) centrali che ne determini il funzionamento. In sintesi, la Blockchain. Stiamo parlando di un mondo in cui nessuno potrà staccare la spina: il software e i dati (anche i vostri dati e per tanto la vostra vita) saranno distribuiti (o diffusi contemporaneamente) a tutti i partecipanti (host o pc ) della piattaforma stessa e questi dati verranno replicati uniti l’uno con l’altro come una catena, utilizzando degli codici identificativi univoci che legano il primo blocco al secondo e così via. La sicurezza eventuale sarà data proprio dalla distribuzione multipla (o replica) che ne renderà la modifica fraudolenta praticamente impossibile. Potete immaginare quanto questo “miele” possa attirare le Mafie? E se questo miele lo si spalma sulle fette di pane delle criptovalute? E che dire dei risparmi energetici? E del controllo nei trasporti (penso solo a quanto ipotizzato per SISTRI)? E nel settore sanitario? O nelle catene di approvvigionamento? Su su fino ad arrivare al voto politico. E, quindi, al voto di scambio, materia appannaggio ancora una volta delle Mafie. 

Mi scuso di questo onesto saccheggio in materia tanto complessa dell’opera dell’ingegno di chi (in questo caso una donna di grande valore ai miei occhi ammirati) ne capisce cento volte più di me. Materiale che “rubo” senza citarne, volutamente, la provenienza ma per quella riservatezza a cui ritengo doveroso attenermi. Come cominciate certamente a capite quando dico che in Leonardo (e in altre posizioni) ci devono andare donne e uomini specchiati, intendo dire che ci stiamo giocando, con l’anno zero da cui partiranno tutti i dati, un cosa che si chiama Libertà, questione immateriale per cui le donne e gli uomini, nei secoli, hanno versato il sangue, dando la vita stessa. Non voglio in alcun modo che tale preziosa occasione finisca nelle mani dei Pizza, dei Mockbel, dei Biraghi, degli Scajola, o dei vari sistemi mafioso-massonici alla Romeo /Ugolini /Gelli /Piccini /Amara /Bigotti. Senza fare l’elenco del telefono o delle Pagine Gialle. Quelle, per intendersi, stampate per anni all’ILTE di Torino, stabilimento nelle disponibilità di Vittorio Farina e Luigi Bisignani. Per anni soci “di fatto”, meno che nella bancarotta fraudolenta quando il più sfortunato Farina è stato arrestato.

Oreste Grani/Leo Rugens