Dalla periferia ci mettiamo a costruire ponti. Dove ci sono già, non si usano sapientemente. Uno è Ponte di Nona

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Papa Francesco, l’uomo venuto dalla “peri-feria” argentina, portatore pertanto di quella visione delle cose di cui si presume sia mancante il “centro” romano, ieri, incontrando Virginia Raggi, sindaco della Capitale, donna che si ipotizza “sofferente” per il carico delle responsabilità che si è voluta assumere, ha fatto riferimento alla cultura del bridging (Bergoglio, giustamente, non è usuale nei termini inglesi ma a questo voleva alludere) di cui, nella mia semplicità e marginalità, da tempo vi parlo. Così, ancora una volta, il gesuita/francescano ha dato indicazione su come sia necessario il superamento della dicotomia “centro e periferia“. Se avete pazienza e onestà intellettuale digitate Leo Rugens-Centro e Periferia o, ancora più puntuali, Leo Rugens-Coccopalmerio, così mi darete modo di farvi verificare con che anticipo e come, proviamo, ad affrontare alcune tematiche. Per tempo. Così, tra le pieghe della lettura, scoprirete che il vostro Cacciaballe Ruggente sapeva, con largo anticipo, del travaglio (certamente prima di Marco che lo venne a sapere solo l’11 febbraio) che si viveva in Vaticano e di come il Papa si sarebbe dimesso, proprio quel 28 febbraio 2013, giorno che ha segnato la storia recente del Mondo. Lo sapeva e, come è usuale quando la materia è delicata e non di sua pertinenza, tacque, fino ad annuncio dato. E a saperlo non solo eravamo pochi ma eravamo resi edotti, come ho scritto (e ora lo ripeto per i sordi o che non vogliono sentire) con largo anticipo. Ma questo del tacere, sapendo, sentite a me, è il vero piacere “perverso”. E scelgo volutamente il termine audace visto quanto per troppo tempo è accaduto nella Chiesa, prima dell’avvento di Papa Francesco.

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Costruire ponti (bridging appunto) ha ricordato ieri il Santo Padre è il compito primario (in realtà va tenuto in stretto rapporto con altre attività strategiche in cui deve eccellere la guida politica tra cui, come vi abbiamo ricordato, primeggiano il bonding e il linking) di chi si mette in posizione di esempio per gli altri appartenenti ad una stessa o più comunità. E, nel costruire ponti, si generano un insieme di relazioni fiduciarie che, di fatto, si instaurano tra persone pur appartenenti a gruppi culturalmente distanti e perfino (anzi certamente) portatori di interessi che appaiono divergenti, se non in alcuni casi, inconciliabili. Il compito della guida culturale e politica di una città complessa come Roma è, primariamente, quello di non disperdere il capitale sociale rappresentato da tale complessità (nella complessità è implicito il concetto di differenza) e vastità, generando con la propria dedizione, intelligenza, studio, umiltà, spirito di servizio, accumulo in forma stabile e riscontrabile e non caducità effimera. Il Sindaco della Città deve sapersi trasformare in elemento enzimatico generante un processo di trasformazione della fiducia particolaristica tipica dei micro gruppi, in quella fiducia generalizzata che sola crea i presupposti perché convivano (e si sostengano) tutte le organizzazioni in cui ormai sono strutturate le società contemporanee. Le attività a cui mi riferisco fanno riferimento a ciò che è già presente nella grande città quando uno/a presume di essere all’altezza di divenirne il “capo o la capessa”. Il principio regolativo che sostiene tale forma di “capitale umano sociale e culturale” non può che essere quello di sussidiarietà circolare. Ecco, pertanto, dove i muri, innalzati artificiosamente tra le persone e il loro andare e venire, non solo non facilitano, ma fanno, prevalentemente, “andare a sbattere”. Proviamo a spiegarci così e ci scusiamo della nostra rozzezza e semplificazione “sociologica” ma pensiamo che un luogo cresciuto accogliendo, solo ed esclusivamente, dalla sua fondazione in tempi andati (millenni), milioni di persone provenienti dai quattro capi del mondo ed in particolare dal Mediterraneo e dall’Africa, non può perdere la memoria della sua identità, missione, visione.

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A questo intreccio (identità, missione,visione) necessaria alla Capitale ci dedicheremo, nei prossimi tempi (e con una certa urgenza e priorità) per provare, pur inquieti (anche contrariati se non incazzati) per gli errori fino ad oggi commessi dalla Virginia Raggi, ad evitare che la capitale cada nelle mani dei costruttori non di Pace ma di Muri. E lo vogliamo fare in piena luce dal momento che in troppi, tramando all’oscuro, stanno operando perché la restaurazione anche nella Capitale vinca e spiani la strada alla conquista della Repubblica. Che tale non potrebbe da quel momento più essere considerata tale ma bensì una oligarchia se non una dittatura sanguinaria. Io mi scelgo, paradossalmente, la Periferia, cioè il territorio forse più ostile ora che nessuno, insediatasi in Campidoglio, ha voluto/potuto valorizzarlo, anche grato delle centinaia di migliaia di voti offerti al M5S. La Periferia romana come Piave, per cercare di arginare il processo degenerativo in corso. E lo faccio prendendo atto della crisi di civilizzazione in essere, dove nelle traversie in essere, ancora in pochi sentono il dovere di formarsi alla vita della Città. Della Polis. Della vecchia amica che un tempo chiamavamo Politica. È tempo di entrare “in” politica e lo stiamo per fare, vecchi e stanchi come dovremmo essere, nel momento in cui in molti pavidi e opportunisti lasceranno la barca che affonda.

E lo faremo partendo dal vero orizzonte della città che è la sua periferia. Per chi guarda, infatti, l’orizzonte, da Piero della Francesca in poi, è la linea che ospita (e suggerisce) i punti di fuga, e, da lontano, genera la prospettiva: almeno questo è, sulla carta, il nostro modo di vedere il mondo. E lo scriviamo, forse (anzi certamente), perché, prima di parlare a vanvera di Polis, la gente dovrebbe decidere che è tornato il tempo della teoria, amica della prassi e che i mezzi che consapevolmente si scelgono, a proposito di teoria e prassi, devono, sempre e tassativamente, anticipare il fine e non appiattirsi su questa idiozia minore che il fine giustifichi i mezzi.

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Senza orizzonte è meglio darsi per vinti e passare ad altro. Morte compresa. Perché l’orizzonte necessariamente ed intelligentemente si fa immagine della distanza e del limite, metafora spaziale del futuro, dimora immateriale della proiezione, luogo geometrico del desiderio e dell’attesa, del sogno e dell’immaginazione, dell’utopia e del mito, insomma. E a noi piacciono solo quelli che, vivendo in periferia, sognano e immaginano una vita migliore. E devono apprendere che questo legittimo desiderio ha speranza solo se sceglie come alimento il lecito.

Solo l’orizzonte (quanto più vasto possibile) può essere la figura “geometrica” (misuratrice della terra) giusta per leggere l’inesauribile e il dialettico/dicotomico rapporto tra centro e periferia di cui vi ho fatto cenno. Rapporto dialettico/dicotomico che fa la storia delle città ed in particolare, riteniamo, di Roma nostra. Delle città e metaforicamente dell’intero sistema-mondo. E se chi guida la Capitale di uno Stato (e che Stato che ne ha perfino un altro al suo interno altrettanto importante se non di più) non si interessa del sistema-mondo, difficilmente riuscirà a parare i colpi dei criminali che vogliono loro gestire le contraddizioni di un tale luogo complesso. E nel gestire le contraddizioni, esercitare potere.  A cominciare dai rifiuti alimentari per finire ai rifiuti umani. Dalle discariche fino ai cimiteri e il business delle sepolture. Ma non per estremizzare il mio ragionamento. Osservando l’orizzonte, con occhi aperti e laici, si può arrivare a scegliere. E nello scegliere dare luogo, partendo dalle periferie che sognano e anelano il cambiamento, ad utopie-concrete. Senza sogno il MoVimento è destinato a morire. Senza sogno e senza urgente riflessione proprio a partire dagli esiti incerti e contraddittori (vi piace l’espressione eufemistica conciliante?) degli azzardi (se va, va) pregressi.   

Oreste Grani/Leo Rugens