Il filo rosso-blu che non si spezza arriva fino al Maresciallo Maggiore Vincenzo Carlo Di Gennaro

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Ognuno scelga un suo modo di onorare il sacrificio del Maresciallo Maggiore dei Carabinieri Vincenzo Carlo Di Gennaro. Comunque che lo si faccia in molti e non in modo rituale. I Carabinieri, ad esempio, indossano la cravatta. Sarebbe opportuno che da oggi, prendendo servizio, anche i ministri si facessero il nodo della cravatta. Così, tanto per fare un gesto rispettoso di chi faceva poche chiacchiere e, da decine di anni, molti fatti, sempre a vantaggio della nostra gente, prima nella difficile Calabria e poi nel ormai degenerato foggiano. Di Gennaro ci ha rimesso immaturamente la pelle e, a differenza di chi non collega l’episodio alle mafie, io dico che la droga la importano i mafiosi e l’episodio scatenante questa ennesima tragedia è maturato in un clima alterato da un vero e proprio lassismo “politico” nei confronti delle mafie. È stata una vendetta perché i carabinieri contrastano. Ma sono soli e, solitamente, quando muoiono, indossano la cravatta. Siamo duri con quelli che approdano, anche a nuoto, alle nostre coste e rimuoviamo che su quelle stesse coste qualcuno sbarca non esseri umani ma droga. A non finire. E se questa droga viene sbarcata, qualcuno la compra e la consuma. A Milano si spara perché ci si contende un mercato. Ed io sono stanco di mascalzoni che spacciano per ben amministrata una città che si pippa chilometri lineari di cocaina. Com’è che siete tutti così produttivi e felici da quelle parti? Vogliamo metterci a fare cose serie invece che eterne campagne elettorali? Per fare la mia parte in un frangente tanto doloroso, scelgo nel gran numero degli eroi caduti indossando cravatta ed alamari. Scelgo volutamente tre nomi di giovani carabinieri che furono fucilati dai nazisti (così chiariamo anche alcune questioni intorno alla inopportuna equidistanza “ideologica” di Salvini rispetto all’imminente Festa del 25 aprile) il 12 agosto del 1944 in Fiesole. Scrivo dei Carabinieri Alberto La Rocca, Vittorio Marandola, Fulvio Sbarretti. I tre quando finirono di vivere avevano giurato da pochi anni fedeltà alle istituzioni col rito collettivo presso la scuola di Roma.

Oreste Grani/Leo Rugens

martiri di fiesole

I Martiri di Fiesole sono stati tre Carabinieri Reali: Alberto La Rocca, Vittorio Marandola e Fulvio Sbarretti, che il 12 agosto 1944, alla vigilia della liberazione di Firenze, si consegnarono ai Tedeschi a Fiesole, per salvare dieci ostaggi e subito dopo furono fucilati.

Scelta incredibilmente coraggiosa, ardua, riservata certo a pochi. Non così fecero, ma la decisione spettava solo a loro e combattendo, non si può dire che dovevano per forza cedere al ricatto della rappresaglia, ad esempio, gli autori dell’attentato di Via Rasella a Roma che ebbe come vendetta l’eccidio delle Ardeatine.

Seguendo la decisione di molti altri carabinieri, nell’aprile 1944, quelli della Stazione di Fiesole entrarono in contatto con la resistenza italiana (in particolare con la Brigata “V” della Divisione Giustizia e Libertà) per appoggiarne la Lotta di Liberazione dai nazi-fascisti. Il comandante della stazione, il vice brigadiere Giuseppe d’Amico, fu nominato comandante militare di settore. Il contributo dei carabinieri di Fiesole consisteva soprattutto nella raccolta d’informazioni, nella fornitura di armi e viveri e nella partecipazione diretta ad azioni di sabotaggio mentre continuavano a svolgere i compiti di istituto.

Il 29 luglio una staffetta portaordini, partigiana formata da tre carabinieri di Fiesole e un civile fu intercettata dai tedeschi. Nello scontro a fuoco che ne seguì un tedesco fu ucciso, il carabiniere Sebastiano Pandolfo (Medaglia d’Argento al Valor Militare) e il civile furono catturati, mentre due altri carabinieri riuscirono a fuggire. I due prigionieri furono immediatamente fucilati. Il successivo 6 agosto i tedeschi arrestarono il vice brigadiere Giuseppe d’Amico, sospettato di collaborare con la resistenza.

L’11 agosto il vice brigadiere fece pervenire un messaggio ai suoi tre sottoposti per avvertirli che era riuscito a fuggire e ordinar loro di entrare in clandestinità nelle file della resistenza fiorentina. I tre carabinieri Alberto La Rocca, nato a Sora il 12 giugno 1924, Vittorio Marandola, nato a Cervaro il 24 agosto 1922 e Fulvio Sbarretti, nato a Nocera Umbra il 22 settembre 1922, obbedirono ma, non potendo passare le linee nemiche, costituirono una base tra i resti del teatro romano di Fiesole, in attesa di potersi congiungere con le forze partigiane o alleate.

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Alle 14, del 12 agosto furono contattati da monsignor Turini (cancelliere della Curia Vescovile di Fiesole) e dal segretario comunale Orietti che li informavano come il Comando Tedesco, scoperta la loro fuga, aveva preso 10 ostaggi civili e minacciava di fucilarli per rappresaglia se non si fossero consegnati. Appresa la notizia, consci delle conseguenze, i tre carabinieri ventenni si consegnarono immediatamente al comando tedesco che li fucilò dopo poche ore.

Nel novembre del 1986, papa Giovanni Paolo II pregò ai piedi del monumento che ricordava l’episodio e disse: «Dobbiamo grande riconoscenza a coloro che, come questi giovani, sanno offrire la propria vita per la libertà, per la pace e per la giustizia».

Tutti e tre i carabinieri sono stati insigniti della Onorificenza Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Medaglia d’oro al valor militare alla memoria:

«Durante la dominazione nazifascista, teneva salda la tradizione di fedeltà alla Patria, prodigandosi nel servizio ad esclusivo vantaggio della popolazione e partecipando con grave rischio personale all’attività del fronte clandestino. Pochi giorni prima della liberazione, mentre già al sicuro dalle ricerche dei tedeschi, si accingeva ad attraversare la linea di combattimento per unirsi ai patrioti, veniva informato che il Comando germanico aveva deciso di fucilare dieci ostaggi nel caso che egli non si fosse presentato al comando stesso entro poche ore. Pienamente consapevole della sorte che lo attendeva, serenamente e senza titubanze la subiva perché dieci innocenti avessero salva la vita. Poco dopo affrontava con stoicismo il plotone di esecuzione tedesco e, al grido di «Viva l’Italia!», pagava con la sua vita il sublime atto d’altruismo. Nobile esempio di insuperabili virtù militari e civili.»

Fiesole, 12 agosto 1944