La Libia sarà l’inciampo definitivo?

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Solitamente in che clima maturano successi e brutte figure nel mondo dei Servizi?

Nel pieno di gravissimi avvenimenti internazionali quali quelli in essere nella lontana/vicinissima Libia, non solo è doveroso porsi questo genere di domanda fermarsi a considerare che quella delle domande intelligenti, al momento opportuno, è prassi utile, sentite a me, per non andare, definitivamente, a sbattere contro una parete di grani-to. E passatemi lo scherzo macabro. E scrivo macabro perché su errori eventualmente commessi intorno alla guerra, solitamente, cadono le donne, gli uomini, i bambini e i regimi. In questo campo periglioso, quando si è sprovveduti, si è indotti a ritenere di poter circondare la verità con “muri di gomma” (soprattutto per ingannare i cittadini ipovedenti) e poi (questo è il Grande Gioco a cui si crede di poter giocare) svelare, a corrente alterna, con racconti dettagliati (spesso cuciti su misura) i bei/brutti tempi andati. La risalita, civile, coraggiosa, visionaria dell’Asta del Pendolo a nessuno, per ora, è venuta in mente come strada per far divenire più forte (forse “invincibile” su questo terreno strategico) la Repubblica? Anni di formali riforme senza mai effettuare una sostanziale rivoluzione dei paradigmi culturali anche nei servizi, hanno portato all’attuale disastro. Non fatti casuali imprevisti e imprevedibili dunque. Oppure, signor Presidente del Consiglio dei Ministri (è lui il capo delle Agenzie e del loro coordinamento), si proverà a spacciare, anche questa volta, per cosa diversa che una Adua, una Tobruk o la mitica El Alemain (che fu una sconfitta) quanto è in essere il Libia? E quanto ora accadrà (i profughi che partiranno dalla “nuova Siria” non  saranno tantissimi perché banalmente i libici sono pochi ma in numero sufficiente per far saltare il fragile tappo ideato dai capricciosi, ripetitivi, improvvisati, cinici politici che, per mere finalità elettorali, si sono imposti nel ruolo delicatissimo di ministri dell’Ordine Pubblico), se si dovesse tenere il punto su questa infantile (o macroscopicamente spregiudicata?) ipotesi del respingimento cieco e, banalmente, dei porti chiusi, come dovrebbe passare alla Storia?

E in tema di Storia, il vostro Leone Ruggente, non ce la fa a non raccontarvi, con la sua solita tecnica plagiaristica teorizzata nel post IL PLAGIARISMO ALLA BASE DEL CONCETTO DI IPERTESTO PENSATO DA THEODOR NELSON un po’ di storie che vanno ricordate, soprattutto ai cittadini che rimarranno attoniti di fronte a questa ennesima musata. Quello a cui state per assistere è un brusco risveglio dopo che vi hanno raccontato le solite cazzate vanagloriose: sarà un brutto risveglio senza passare neanche da un sogno degno di tale nome. Si scoprirà che avete disperso, nel peggiore dei modi, la speranza affidatavi da 11 milioni di elettori. E questo lo dico perché, ora che intorno alla verità dei fatti in essere, non potremo non andare ai “ferri corti”, offesi come ci sentiamo nel nostro sentimento di patrioti e di cittadini al servizio della Repubblica, non si pensi che scendiamo tutti dalla montagna del sapone. Volete giocare duro, trattandoci da stracci buoni per lucidare maniglie, mentre eravamo venuti in amicizia e spirito di servizio?

Ci avete ritenuto troppo muscolari perché tendevamo a denunciare i segni di una continuità gattopardesca? Saranno cazzi Amara, come adesso si vedrà. Sarete serviti come chiunque abbiamo ritenuto traditore della Patria. La nostra che è certamente l’Italia, mentre la vostra dobbiamo ancora arrivare a capirlo quale possa essere. Comunque, sentite a me, siete tutti a tempo determinato (qualcuno, addirittura, più di altri) e come arroganti usurpatori della sovranità popolare, vi tratteremo.

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Anche ieri, e non casualmente, chiamati a rispondere all’autorità giudiziaria di quanto affermiamo in questo marginale e ininfluente blog non ci siamo sottratti al nostro dovere. E aggiungo che in questo ruolo di cittadini a disposizione dei magistrati ci stiamo ritrovando in modo ottimale. A tal proposito non vi dico come la nostra narcisistica personalità si è goduta la trasmissione Report di ieri sera. La prima di altre dedicate al “Sistema Amara” e all’ENI, con i suoi annessi e connessi rizomici nei servizi. Perché, con tutta quella carne al fuoco messa nella trasmissione, non poteva certo essere la suorina intervistata sulla soglia del Convento a spiegare chi avesse presentato a Pietro Amara (e ad altri membri della sua associazione a delinquere), Francesco Loreto Sarcina (AISI), perché eventualmente indagasse, con raffinata abilità, come sarebbe legittimo in un Paese serio, e non per servire i nemici della Repubblica. Passaporti compresi. Ma torniamo a narrare della Libia e di altri successi/insuccessi/affari loschi e tentazioni cazzafrullone, che, intorno a quelle ricchezze “invisibili”, negli anni,  si sono, più volte, materializzate.

Saccheggio e mi lascio andare ad un sano plagiarismo degli scritti di un vero maestro nel campo quale è il fuoriclasse Gianni Flamini, capostipite dei “pistaroli”.

Dice Flamini:

Con tanti fattacci, fatti e fatterelli di bassa lega messi in fila, si potrebbe approdare alla conclusione che i servizi segreti si preoccupino, più che delle informazioni e della sicurezza nazionale, di tenere in attività un’organizzazione malavitosa. Sarebbe una conclusione ingiusta e sbagliata. Di certo l’irreprimibile debolezza personale di qualche spia anche d’alto bordo ha lasciato il segno nella storia degli arcana imperii, ma a far perdere ripetutamente a quella storia credito e reputazione sono state soprattutto le pretese di governi e di personalità politiche caduti e ricaduti nell’abuso e nell’illegalità.

Quante volte nessuno può dirlo, anche perché dopo ogni occasione andata storta puntavano invariabilmente il dito contro le spie che avevano usato (e che si erano fatte usare) e scagliavano l’anatema. Ovviamente ci sono state anche le occasioni che hanno visto marciare le cose per il verso giusto ma su questo versante, in linea con il particolare legalismo in uso nel mondo delle spie, il riserbo è un segreto rispettato e la soddisfazione del successo un avvenimento da celebrare tra intimi.

Per esempio si può giurare che, prima che il mese di marzo del 1971 finisse, almeno una “bicchierata” se la siano fatta il capo del SID Miceli e la squadretta di agenti che si era impegnata a portare felicemente a termine l’Operazione Hilton. Erano riusciti a sventare un colpo di mano che aveva tutte le intenzioni di abbattere il regime del presidente della Libia Muammar Gheddafi. Sponsor dell’impresa era Umar al-Shahli, fino a due anni prima consigliere personale dell’ultimo re di Libia. Vivendo esule in Svizzera, al-Shahli aveva sacrificato una parte del suo tesoro in dollari americani, conservato nelle banche di quel Paese, per comprare armi e mercenari inglesi e francesi da scagliare contro Tripoli. Era quella l’Operazione Hilton. Ma al momento opportuno le spie americane avevano messo sul chi vive le spie italiane e la minaccia era stata sventata. Le armi, provenienti dalla Cecoslovacchia, erano state intercettate in Jugoslavia, la nave dal risonante nome di Conquistador in partenza per le coste libiche, bloccata nel porto di Trieste. Con i ringraziamenti di Gheddafi.

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Ringraziamenti tangibili. Non erano passati neanche nove mesi dal provocato fallimento di quella che l’esule milionario al-Shahli aveva deciso dovesse essere la rinascita democratica della Libia, che in quel Paese giunse dall’Italia una delegazione dotata di buone intenzioni e di contratti in bianco per la compravendita di carri armati, elicotteri e petrolio. Alle prime due categorie merceologiche ambiva la Libia, all’ultima l’Italia. La delegazione era guidata dal capo del SIOS Esercito28, il servizio segreto del settore, e il seguito era formato da esperti mercanti delle maggiori industrie nazionali produttrici di armamenti. Fatti salvi i tempi tecnici e burocratici necessari si misero presto d’accordo con reciproca soddisfazione: dieci milioni di barili di petrolio furono assegnati all’Italia, per i carri armati e il resto, fabbricati in Italia su licenza americana, bisognava aspettare l’assenso di Washington. Che non tardò più di tanto dopo che a Roma ebbero accettato di comprare una certa quantità di missili americani. Del resto l’Italia curava da anni l’invio nelle infuocate contrade nordafricane e mediorientali di discrete quantità dei più vari strumenti idonei a impedire che il fuoco scemasse e i bilanci dell’industria nazionale che vi provvedeva cadessero preda di un’anemia devastante. Riforniva i libici (e non solo quelli) e contemporaneamente i loro più implacabili avversari, ossia gli israeliani. Il 14 febbraio 1975, tanto per stare sul concreto, il ministro per il Commercio Estero Ciriaco De Mita firmò l’autorizzazione per esportare segretamente verso Israele cento veicoli cingolati M113 e altre attrezzature similari per un valore di otto milioni e seicentomila dollari. Gli Stati Uniti, interpellati, avevano premurosamente avallato l’operazione purché non risultasse che il Paese destinatario della fornitura fosse Israele. E difatti come destinazione finale venne falsamente indicata la Grecia.

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DC party leader Ciriaco De Mita during a rally at piazza Duomo, Milan, Italy. Attending Virginio Rognoni, Gianni Rivera, Bruno Tabacci. 8 June 1987. ANSA/OLDPIX

Questo quadretto rimarrà abbastanza stabile nel tempo ma non senza sbavature. In materia di forniture clandestine o segrete di armamenti, sono più o meno affidate ai Servizi le stesse funzioni che i vigili urbani svolgono nelle città agli incroci stradali. Sorvegliano che il traffico scorra e che non si creino intoppi. Il comandante supremo dei vigili urbani è il sindaco, quello dei servizi segreti è il capo del Governo. È lui che approva le direzioni del traffico, le conferma o le revoca, in qualche caso rovesciando radicalmente consuetudini in uso fino a un momento prima. È così potuto accadere che mentre nel 1972 il SID sovrintendeva volenterosamente al riarmo dell’Esercito libico, otto anni dopo, nel 1980, il suo epigono sismi avrebbe malignamente accusato la Libia di orchestrare il terrorismo in giro per il mondo, Italia compresa. Il capo del Governo del momento aveva dato il suo placet. Trascorsi sei anni, altro salto della quaglia. Un giudice istruttore del Tribunale di Venezia è certo di poter dimostrare l’esistenza di un accordo di fatto tra i servizi di sicurezza degli Stati Uniti e quelli dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina raggiunto con la mediazione del sismi. Il capo del Governo non era evidentemente più il precedente. Il magistrato chiede a chi di dovere informazioni e chiarimenti ma il 9 giugno 1986, anziché ottenere le une o almeno gli altri, scopre – e questa volta con assoluta certezza – di essere il destinatario di un segreto di Stato. Non riuscirà più a togliere quell’ipoteca dalla sua inchiesta.

E questo per cominciare ad avvicinarsi nella doverosa narrazione a quanto tempo si è colpevolmente perduto invece di lavorare, con amore e senso del dovere, al futuro della stabilizzazione nel Mediterraneo. Cose troppo gravi abbiamo considerato, per troppo tempo (io per primo), come indizi di superficialità e basta.

Non si scherza con la guerra e con le armi che poi vengono inevitabilmente vengono usate in guerra per uccidere, spesso gli  innocenti.

 

Oreste Grani/Leo Rugens