Chi non dimentica il compatriota Giulio Regeni?

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Siamo condizionati dalle feste pasquali e dalla ritualità per cui siamo quasi costretti a pensare ai sepolcri, alle morti con sofferenza, a forme di torture che riducono a dei “poveri cristi” alcuni che sono costretti dagli eventi avversi a morire tra atroci sofferenze. È capitato a milioni di nostri fratelli umani, nei secoli dei secoli, ma il pensiero, come è ovvio, va ad alcuni che hanno fatto questa cattiva morte anche recentemente. Così mi riesce impossibile non pensare a Stefano Cucchi (come si è visto), a Marco Pantani (come cominciamo a vedere) e, a Giulio Regeni (come vedremo). Uccisi tutti e tre per moventi diversi ma accomunati dalla spietatezza dei colpevoli. Gradi diversi di premeditazione ma alla fine tre storie lugubri e malsane. Quelle di Cucchi e Pantani, dopo anni e anni, in via di chiarimento. Avvolta, per ora, in colpevole silenzio sostanziale, quella del compatriota Regeni. E a lui va il mio pensiero deferente in attesa che risorga a “nuova vita” grazie alla necessaria verità che va trovata e con modalità certe che non offendano la nostra intelligenza e il nostro amor di Patria. Soprattutto sua madre e suo padre.

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Anche questo mi aspettavo da donne e uomini onesti pentastellati che, catapultati nel Parlamento repubblicano, alcuni per grazia ricevuta e senza alcun sostanziale merito, lottassero per restituire la verità a tutti noi e primariamente perché fosse offerta alla famiglia Regeni. Il risultato è stato uno zero spaccato come in quasi tutto il resto che riguardasse Intelligence e la sicurezza dello Stato. Perché, vediamo di non accettare una strada investigativa fuorviante o ulteriori silenzi complici, Giulio Regeni va considerato, a tutti gli effetti, un nostro compatriota massacrato – scientemente – in quanto  italiano e particolarmente intelligente. Massacrato in quanto il giovane Regeni ci è stato restituito con i capelli impastati di sangue, con l’espressione della bocca smostrata da una dentatura danneggiata (gli mancava un incisivo) e gli altri denti scheggiati o spezzati a metà; la pelle del ragazzo era vastamente segnata da cerchi di bruciature prodotte da sigarette e aveva veri e propri solchi sulla schiena di varia origine contundente o provocati da lame; il nostro ragazzo mancava di un lobo di un orecchio (mi sembra il destro); le ossa dei polsi erano spezzati; fratturate le spalle e i piedi. Più che a Cristo in croce, maledetti aguzzini! Al terzo giorno, invece di poter risorgere soccorso da compatrioti onesti e capaci (e strapagati per questo), ad opera conclusa, gli assassini egiziani, gli spezzarono il collo. Morte lenta e propinata da professionisti della tortura progressiva destinata non a sapere qualcosa (ma cosa volete che potesse realmente interessare a questi sadici?), ma a fornire all’Italia la prova di come avevano deciso di trattarci per qualche motivo che loro certamente sapevano e che noi dovevamo altrettanto saper ipotizzare. Giulio Regeni è stato usato come una metafora lucida perché chi di dovere, a Roma, capisse che, da quelle parti, non si scherzava. Non si scherzava su quelli che erano gli interessi dell’Egitto o di chi guidava in quel momento quel Paese. O, più semplicemente, chi stava facendo affari in quel Paese. Affari importanti che potevano avere a che fare con macro business o con geopolitica nord africana. Libia, ad esempio. In Italia ci sono fior fiori di parassiti pagati per interpretare le situazioni di “scazzo” tra i gruppi al potere. Che qualcuno, finalmente, facesse qualcosa di meritevole e ci dicesse invece che le solite ribollite scopiazzate analisi (sempre girateci a cose avvenute e viceversa spacciate per pre-visioni), cosa c’era in gioco mentre qualcuno ha dato l’ordine di darci una lezione di avvertimento. Questo almeno lo sapete fare?

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Vedete amici lettori, la vicenda giudiziaria che attiene il vertice dell’ENI (Nigeria, Congo, Algeria) domani potrebbe avere una situazione gemella per il giacimento di gas di Zohr, giacimento individuato a 120 miglia dalla costa egiziana nel Mediterraneo. Tutti sanno, se sono in buona fede, che l’ENI (come scrivo da sempre in questo marginale e ininfluente blog) fa la nostra politica estera (quando ci riesce) e soprattutto i nostri operativi dell’AISE devono fare i conti con i colleghi che, formatisi a spese dello Stato italiano, si sono poi venduti a peso d’oro all’Eni o ai mondi limitrofi. Quando sparisce Giulio Regeni, questi “so tutto io” sono stati messi in un cantuccio e l’ENI non ha fatto un emerito cazzo di niente (e uno) per salvare il nostro compatriota. Così altri ambienti di lobbisti sempre impegnati in mille affari ruotanti intorno all’energia, alle tecnologie per la sicurezza, o, addirittura, alla vendita delle armi, non sono riusciti a sapere nulla. In realtà ritengo che nessuno li abbia saputi allertare perché nessuno di loro, considerato al massimo un venditore di spazzole, contava un cazzo di niente (e due). La questione Regeni è la metafora trasparentissima di come siamo considerati: un cazzo di niente (e tre). In quelle stesse ore al Cairo eravamo impegnati a far andare nel migliore dei modi gli affari di alcune decine di imprenditori cammellati per firmare contratti, a loro volta guidati dallo staff dei renziani e in particolare dalla ministra dell’epoca Federica Guidi. Meteore, ma loro tutti vivi e il povero Regeni stramorto. Cerchiamo il movente e troveremo chi la deve pagare. In Italia e in Egitto. Tenete conto che quanto sta accadendo in Libia descrive, senza dubbio alcuno, con chi stia Al-Sisi e quindi chi ha voluto, mafiosamente, avvertirci. Oramai assenti gli americani dal Mediterraneo (che, anzi, onestamente, quello che potevano fare per aiutarci nella vicenda di Regeni, come in altre, lo hanno fatto), siamo come canne al vento senza un pensiero e una qualche statura etico-morale.

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Ci mettiamo a fare i venditori di tappeti con i campioni del mondo degli inganni e dei doppi/tripli giochi? Siamo stati patetici e ci hanno punito. Si avvicina il 150° dell’inaugurazione del Canale di Suez e la speranza che potessimo essere i promotori di una riflessione politico culturale, a cui avevo lavorato per anni, si affievolisce. In Patria  siamo guidati, a rotazione, da gentarella che ignora tutto della Storia, figurarsi se capisce le complessità mediterranee. Al massimo, come si evince anche da alcune foto recenti, in  troppi in questo governo, ritengono di capire di “cose maltesi“. Ma neanche degne di quel tale Corto, che, almeno, era divertente in quanto ideato e disegnato da un uomo colto. Dalle foto si evince che in troppi vanno ancora dietro a Vincenzo Scotti e la sua ambigua creatura “formativa”. Finché non li prendono con il sorcio in bocca. E non sarà una bella scena, non trattandosi delle solite questioni che caratterizzano, da decenni, le avventure amministrative-giudiziarie del già Ministro dell’Interno, il napoletano successore di Silvio Gava.

No, non credo che sarà una bella scena. E non dite che non ve lo avevo detto.

Aspettando la Pasqua, da pagano/laico (e quindi non ateo) pregherò perché, l’anno prossimo, si possa aspettare la domenica delle Palme, avendo almeno saputo per quale posta in gioco ci hanno voluto così gravemente offendere colpendo un compatriota onesto, coraggioso, intelligente. Come era il friulano Giulio Regeni

Oreste Grani/Leo Rugens

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