Il mio affezionato lettore Fabio Aschei vuole essere ascoltato. Direi di assecondarlo

come-scegliere-il-riso

Il 9 maggio è la data fatidica del ritrovamento del corpo martoriato di Aldo Moro, in via Caetani, nel cuore di Roma.

È anche la data, 41 anni dopo, dell’invio, a vari valenti magistrati, di lettere che hanno comportato, per l’uomo che le ha redatte e sottoscritte, certamente, un travaglio. Non di poco conto. L’accostamento, quasi blasfemo, delle date è mio. E mi scuso per averlo fatto. Ma, come sempre mi accade, non faccio nulla senza un vero perché. Nelle dovute proporzioni, le due date rimarranno nella mia memoria. Ovviamente per motivi di natura profondamente diversa, ma entrambe le giornate le ricorderò per le ferite inferte allo Stato che i ricordi evocano.

Fabio Aschei, il cittadino in detenzione agli arresti domiciliari che scrive ai magistrati (e non solo a loro in quanto ha scritto anche a me, alla redazione di Report e a Luigi Di Maio), denuncia cose gravissime che, se non fossero provate, lo esporrebbero a nuove condanne e ad altri anni di grande difficoltà, oltre a quelli già affrontati. Inutile negarlo in quanto è un segreto di Pulcinella: da anni mi scrivo con Aschei. È da tempo che ricevo i suoi messaggi; a volte testi di facile interpretazione; altri molto molto meno. In particolare mi sono appassionato alla sua figura e ai suoi racconti quando, con assoluta onestà di intenti (questo penso e questo scrivo), mi confermò di aver conosciuto sia Annamaria Fontana che la sua amica Aurora Bolici. Anzi mi disse che le aveva frequentate assiduamente per un anno. Loro e i loro mariti. Chi sia la Fontana penso che in molti, ormai, lo sappiate. Comunque, nello scrivere ai magistrati e a Luigi Di Maio, l’Aschei ribadisce che la signora è la persona che, con modalità atipiche, stava per far passare un guaio ad Angelo Tofalo, all’epoca dei fatti membro COPASIR ed oggi, Sottosegretario alla Difesa.

Non pubblico le lettere e la memoria ricostruttiva dedicata a tali Francesco Sempio e ad Angelo Dario Scotti.

ciotola riso

Scelgo di agire così, cioè di non divulgare il materiale pervenutomi, non solo per la delicatezza delle affermazioni/ricostruzioni fatte dall’Aschei ma perché ho fiducia assoluta nella lealtà repubblicana dei destinatari delle sue lettere, a cominciare dal vice presidente del consiglio dei Ministri, Luigi Di Maio. Di fronte alla gravità delle ricostruzioni e alle modalità con cui Aschei chiede di essere ascoltato per collaborare con i magistrati per fare luce su rizomici legami illeciti, non si può rimanere indifferenti.

Fosse anche per stabilire che questo cittadino non ci sta con la testa e che calunnia per mania di protagonismo o come tentativo estremo di scaricare le sue responsabilità.  Ma se così non fosse, sarebbe gravissimo lasciarlo nella sua solitudine, umana e giudiziaria. Ci si farebbe complici di quanto narrato. Con sofferenza, rivelando sentimenti anche di grande ostilità verso alcuni, con delle scelte semantiche forti per raccontare anni di intrecci ma che lo hanno visto agire sempre in prima persona. Aschei, come dico io, c’era. E se c’era, va ascoltato. Se spara cazzate, venisse buttata la chiave o lo si affidi alle abili cure di psichiatri. Se vuole seriamente collaborare che lo si metta nelle migliori condizioni per farlo. Senza guardare in faccia nessuno. Comunque, visti i nomi che indica nelle sue impegnative missive, personaggi di primissimo livello su cui vuole essere ascoltato (alcuni, addirittura, membri dell’attuale compagine governativa), con le opportune prudenze che gli investigatori sapranno utilizzare, questi colloqui è opportuno che avvengano, quanto prima. E questo lo dico principalmente (se non esclusivamente) nell’interesse superiore della Repubblica. Sempre forte del mio essere un “sor nessuno”.

Che Aschei al tempo sappia che questo “anomalo amico” (marginale e ininfluente) che il web gli ha procurato, non solo ha letto la memoria pervenutami, ma ritenga, per certo, che, da tempo, mi ero fatto l’idea che il “garagista asfittico” era pronto ad una catarsi e a guidare i magistrati (per quel che sa) nei labirinti della cronaca/storia di questo già troppo sofferente Paese. Perché del “Caso Aschei” è questo che mi colpisce: il “riso (amaro?)”, di cui il nostro sa vita, morte e miracoli, è una chiave interpretativa paradigmatica che, a partire dalla Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo (il Libro Bianco, voluto da Giulio Andreotti, potenziò la X Divisione degli Affari esteri), ci può aiutare a girare realmente pagina in un momento in cui altri “Sistemi” sono provati e compaiono a macchia di leopardo, quali erbacce infestanti l’intera Nazione. Trasformata in un Termitaio. La Capitale sta inguaiata come onestamente sappiamo, ma la provincia è infetta come non mai.

E dire “come non mai” vuol dire che stiamo sprofondando nella fogna.

Questo sentivo di fare per il mio intelligente, sofferente, affezionato lettore, e questo ho fatto. In realtà, come spero tutti capiate, scrivo così perché sarebbe un grave errore per lo Stato non ascoltare  il garagista che è riuscito, contando sulle proprie forze, a rompere l’accerchiamento in cui certamente si è venuto a trovare. O dove qualcuno, con disegno maligno e non inusuale in questo Paese, lo ha voluto “precipitare”.

Forza e coraggio, Aschei, che non è detta l’ultima parola. Anzi.

Oreste Grani/Leo Rugens