Intellegere non è per tutti

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Già abbiamo pochi e (s)qualificati lettori, figurarsi il 20 d’agosto u.s., quando i potenti sono tutti, meritatamente o meno, in “vacanza” quanti possono aver letto il post che oggi riproponiamo (IL DOSSIER ITALIANO). Quel giorno, Alberto Massari, mi propose un articolo particolarmente audace/impegnativo, per forma e sostanza. Massari ha queste forme di rispetto “redazionali” e prima di farmi passare guai “legali”, mi chiede sempre il permesso. Come spero siate certi non eserciterei mai forme di censura se non quando l’amico e alleato decidesse di esprimersi in modo scurrile. Ma Massari è un signore e mai lo farebbe. Il volgarone, nella strana coppia, eventualmente, sono io. Queste informazioni supplementari (e non dovute) le lascio in rete per “dare una mano” a chi, dovendoci analizzare, non cogliesse fino in fondo la portata del legame, anche affettivo, che mi lega al probo amico con cui ho dato vita prima all’Associazione HUT8 Progettare l’Invisibile e poi al Corso di Formazione alla Polis.

Massari quindi quel giorno si espone (ed io con lui) e, nel farlo, recupera un articolo scritto, anni addietro, da ben altra coppia quale erano Giuseppe D’Avanzo e Carlo Bonini e, nel riprodurre il pezzo da Repubblica, sposa una tesi.

Bene fece, perché oggi è ancora tempo di non dimenticare e, con caparbietà, provare ad indirizzare spunti di riflessione (cosa altro possiamo fare se non essere coscienza critica?) a chi, per età o ipotizzabile impreparazione professionale, nel 2005, avesse avuto altro da fare che cogliere quanto detto in modo esplicito, ma anche tra le righe, in quella occasione.

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Nel rileggere l’articolo dei due cultori della materia dei bei vecchi tempi andati mi accorgo che era una prima puntata e pertanto che, da vecchio rincoglionito (io perché Massari è ancora giovane e aitante) per completare il ragionamento avremmo dovuto recuperare in archivio anche il seguito. Ci sarà tempo, se Dio vuole.

Intanto per completare il richiamo a quanto sia complesso il Grande Gioco e come sia impegnativo estrarre dalla realtà ciò che c’è ma non si vede, indirizziamo ai nostri lettori che ai troppi dilettanti allo sbaraglio (ma sono solo dilettanti?) catapultati dalla buona sorte (o da una manina provvidenziale?) sul palcoscenico delle trame oscure (a volte anche terribilmente pericolose e intelligenti), un’intervista magistrale, lei si che andrebbe studiata nei tanti farlocchi master con cui si sfilano migliaia di euro (ho scritto migliaia e non poche centinaia) agli allievi senza in realtà calarli mai in casi utili alla formazione. Almeno quella d’aula. Gli intervistatori sono D’Avanzo e Bonini e l’intervistato è Alan Chouet già N°2 dello DGSE, erede dello SDECE. Robbbba seria e un tantinello pericolosa. In questo caso, comunque fonte altamente attendibile su quella vicenda di labirintiche menzogne (quella storie, con altre, hanno generato il mostro della guerra in IRAK di cui ancora paghiamo le conseguenze in tutto il Mediterraneo) dove, mentre Chouet è debitamente in pensione, da queste parti i veri protagonisti di quegli inganni non solo sono tutti in servizio ma quelli che per età sono formalmente in pensione ritengono loro diritto continuare a pretendere incarichi macroscopicamente retribuiti. Dentro e fuori le nostre Agenzie, a quanto è dato di sapere, e a vedere i risultati “vedibili”, non un capello di rinnovamento. Solo continuità e ricatti. E, peggio ancora, a decidere di tali rilevanti posizioni, dilettanti che pensano di sapersi districare in questa giungla insanguinata.

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E qui mi fermo, vista la complessità del testo/intervista, aggiungendo solo che andare per questi mari, anche se si pensa di saper nuotare bene essendo nati antistanti il mare, fa rischiare di prendere pesci velenosi (tracine, scorfani, trigone) o di sproporzionate dimensioni. L’ambiente, anni dopo, non avendolo, chi poteva farlo, bonificato, ancora non è salubre. Soprattutto per chi ha già rischiato, per eccesso di leggerezza, di essere impallinato. L’ambiente (non solo ovviamente quello italiano) è affollato dei Rocco Martino e delle Annamaria Fontana. Se uno non sa di cosa si parla, non può, in alcun modo e per nessuna ragione, avere nelle proprie mani quel poco che avanza della Sicurezza nazionale. Figurarsi poi quella del mondo cybernetico.  Forse (ma senza forse) informati di quanto accade (e quindi non informati ma disinformati) proprio da quegli stessi ambienti a cui ancora oggi si ritiene opportuno dare altre occasioni di “conservare” …perché nulla cambi. Chi si è sentito all’altezza di metterci mano, con evidenti logiche di supponenza (ecco la scurrilità di cui accennavo prima) sentendosi sto’ cazzo e non un umile servitore dello Stato, ha lavorato – oggettivamente – per i nemici della democrazia e del popolo italiano. Non credo che il M5S sia nato e cresciuto per conservare logiche protettive (se non di complicità) di e con chi, già salvato grazie al solito ambiguo “segreto di Stato” (tra l’altro voluto e apposto da Silvio Berlusconi e da Romano Prodi), per troppo tempo, ha ritenuto di poter assolvere il proprio incarico professionale, attuandolo – oggettivamente – contro gli interessi superiori della Repubblica, se non a semplice uso e consumo proprio.

 

 

O vogliamo dire che abbiamo una politica estera “in sicurezza”? O vogliamo credere che facciamo Intelligence economica, se non sempre ed esclusivamente a vantaggio di Paesi terzi? O vogliamo dire che c’è uno spirito di corpo ritrovato nei Servizi segreti Italiani? Guerre per le poltrone erano e guerre per le poltrone sono. Gli ambienti dal “cuore nero”, quelli per intendersi di cui ancora ci si  fida (o ci si “deve” fidare?) sono la matrice dell’episodio in cui ci si stavano rimettendo le penne. Punto. E se non fosse vera questa impegnativa affermazione, l’episodio, gravissimo per le implicazioni nazionali e internazionali, non non non poteva/doveva accadere. E invece è accaduto. Quegli ambienti andavano azzerati, con virilità e senso dello Stato. Le domande sono molte ma una è quella delle cento pistole a cui il perseverare delle frequentazioni obbliga: ci fai o ci sei?

E pertanto, come al solito, hic manebimus optime, interessati come siamo a capire se uno ci fa o c’è.

Oreste Grani/Leo Rugens