Chi vuole uccidere Radio Radicale e perché?

bordin pannella

Sir John Reith, primo presidente della BBC, dichiarò, già nel 1924 (si avvicina il centenario di una tale affermazione), la storica ripartizione, secondo la quale  le funzioni del servizio radiofonico pubblico dovevano essere quelle di “informare, divertire ed educare” il pubblico.

Su questi tre supergeneri (e condizioni necessarie e sufficienti) si sarebbe basato lo sviluppo del broadcasting radiofonico e poi televisivo. Così è ancora oggi ciò che Internet ha fatto evolvere di questo mezzo in evoluzione permanente e che, questa mattina, mi appare destinato ad una sua “immortalità”.

Perché la sfida non nasce solo, come si tende spesso a pensare (soprattutto da parte di chi si improvvisa comunicatore ed esperto di nuovi media) dalla tecnologia, ma anche dal mutare complessivo del sistema della comunicazione in termini organizzativi e, soprattutto, culturali. Contenuti, quindi. E le fonti aperte sono “contenuti”. Così gli archivi.

La Radio è un luogo di parole.

Chi è nemico della radio rivela una sua segreta ostilità per i libri che sono notoriamente fatti di parole. Parole via etere e quindi parole, se potesse esistere una qualche graduatoria, anche più importanti e preziose. La macchina (le varie possibili soluzioni tecnologiche per risolvere il problema del telegrafo senza fili) è banalmente il complesso tecnico intermediario tra chi trasmette segnali e pensiero e l’orecchio dell’ascoltatore che li percepisce come messaggi. E questo in una libera (capite cosa si intende per libera?) pluralità di opportunità implicita, come ebbe a scoprire solo alcuni decenni dopo la sua stessa “scoperta” perfino Guglielmo Marconi, nella radiodiffusione, cioè la possibilità di ricevere contemporaneamente in molte località un unica trasmissione rendendo, così nel farlo, immensi servizi circolari.

Parole o musica (le note sono altre e più sofisticate parole) quindi che vengono indirizzate senza immagini spesso distraenti dal “libro” che viene progressivamente scritto. Radio Radicale ha scritto l’Enciclopedia Treccani (di più!!!) dell’etere e chi rimanesse indifferente a questa affermazione (che non è certo mia ma che amerei di aver io elaborato), è un ingrato.

Gli ingrati, a volte, se non spesso, non sono solo tali per aridità d’animo. Spesso, dietro questa scelta che appare legata anche a fattori determinanti del carattere, si celano altri “moventi”.

Sul fatto che tutti i cittadini pensanti, ancora liberi di fare scelte democratiche in questa sgarrupata democrazia ciclicamente sull’orlo del baratro autoritario, dovrebbero essere non solo grati a Radio Radicale ma considerarla un santuario della legalità repubblicana, è cosa certa.

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Chi le fosse, nella sostanza, nemico, fa una scelta, che messa in relazione ad altre, apre una stagione di ulteriore lettura dei comportamenti politici, se non etico-morali, che solo Marco Pannella (ma è morto), Massimo Bordin (per la fortuna e la tranquillità di alcuni, anch’esso recentemente deceduto) potrebbero, con abilità maieutica, far affiorare. Per essere interpretati poi dalla maggioranza degli italiani.

Siamo di fronte, viceversa, ad un gruppo dirigente “statale” che si prepara a dichiarare la sua incapacità, con le azioni e il pensiero, a tenere a freno/smentire/controargomentare la capacità mnemonica/critica di quello sconfinato luogo di ricordi civili, politici, culturali che è l’archivio di Radio Radicale.

Non so se Radio Radicale sopravviverà ma la figura di merda (i cacasotto defecano e si imbrattano nell’allentare incontinentemente lo sfintere) che alcuni, non richiesti, stanno appioppando a tutto il mondo (11 milioni di voti!) a “cinque stelle” (che li aveva scelti come portavoce) rimarrà indelebile. Vuol dire che è una macchia che non si smacchierà nella storia della comunicazione, del vivere civile, dei processi formativi, della libertà di pensiero. Libertà figlia di quel Voltaire forse troppo odiato dalle parti del pensiero pentastellato. Pensiero che ha le sue radici anche in Rousseau. Ma, evidentemente e drammaticamente, dalle parti della struttura statale che vorrebbe spegnere Radio Radicale in pochi hanno letto e interiorizzato Francois-Marie Arouet e, cosa ancora più grave, Jean-Jacques Rousseau che in molti, conoscendolo poco, lo potrebbero ricordare come pensatore francese ma, viceversa, essere nato nella già allora “libera” Svizzera. Mi soffermo su Rousseau perché la Piattaforma del M5S così di fatto si chiama. Lo faccio consapevole della mia semplicità ma forte di un solo dato che lascio alla rete: al Liceo, sono stato inadeguato in filosofia. Non una pippa, ma inadeguato.

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Una quasi pippa ma che ha usufruito di un grande insegnate/maestro: il prof. Raffaele Sciorilli  Borelli che, a sua volta, era stato parlamentare (immaginate i tempi) e che era tanto saggio e competente da essere il consigliere in materia culturale di Palmiro Togliatti di cui trovate a seguire un ragionamento su Voltaire. Altri tempi, direte. E avreste ragione. E Sciorilli Borelli mi ha insegnato quel poco che so di equità, lui del PCI e io, a morte, giovane anticomunista.

Il Discorso sulle scienze e le arti fu una delle prime opere del filosofo ginevrino Jean-Jacques Rousseau di cui Sciorilli Borelli ci parlò. Il capolavoro fu composto nel 1750 in risposta al bando del concorso indetto dall’Accademia di Digione sul tema: «Se il rinascimento delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi.»

Migliorare i costumi? Forse anche di questi temi si sarebbe dovuto sentire ragionare almeno nelle commissioni parlamentari e nei luoghi dove il MoVimento ha avuto accesso e potere.

L’opera diede a Rousseau una fama immediata, ma provocò un raffreddamento nei suoi rapporti con il gruppo dei philosophes raccolti intorno al progetto editoriale dell’Encyclopédie, che sul tema del progresso condividevano un orientamento molto diverso. Rousseau irruppe nel contesto dell’Illuminismo francese affermando che le arti e le scienze corrompono i costumi e sono uno strumento con cui i tiranni esercitano il potere.

Ripeto: “…corrompono i costumi e sono uno strumento con cui i tiranni esercitano il potere“.

Egli metteva a confronto le figure idealizzate di Plutarco e Socrate con la dissolutezza della Roma imperiale e della Parigi contemporanea, senza risparmiare, nella sua critica, coloro che in vario modo avevano partecipato idealmente allo spirito dei lumi, da Cartesio a Hobbes, da Leibniz allo stesso Voltaire. Quest’ultimo replicò alle accuse di Rousseau con sottili ma non meno feroci sarcasmi.

Rousseau, per tanto, un brand (e mi scuso per la scelta semantica) cazzuto, se si vuole fare politica.

Senza Radio Radicale, amici a cinque stelle (emittente che la mattina, nella storica e ragionata Rassegna stampa vi poteva anche mandare di traverso il caffè), sarete tutti meno liberi. In realtà farete in modo che lo siano gli italiani. Anche quegli 11 milioni che vi avevano votato. Che vi avevano votato e che difficilmente vi ri-voteranno nella stessa straordinaria quantità. E qualità. Che vi avevano scelto sperando in voi ma senza avervi mai dato il mandato di staccare la spina a Radio Radicale solo perché la mattina, nel leggere le fonti aperte (quello è anche una rassegna stampa) implicitamente vi cazziava. O pensate che non vi siete meritati cazziatoni per le super cazzate che avete fatto da quando vi siete scelti, come socio di governo, quell’anti rousseauniano, nemico di ogni pensiero liberale-libertario, di Matteo Salvini?

Che Radio Radicale possa sopravvive anche a questa forma di vessazione di cui non sentivamo proprio il bisogno. Tanto, ormai, Massimo Bordin, che molti di voi odiavano ascoltare di prima mattina farvi le pulci, è morto. Ma le pulci, che notoriamente anche loro, a volte, hanno la tosse, non vi lasceranno tranquilli anche se doveste riuscire in tale orrendo e liberticida delitto.

Oreste Grani/Leo Rugens      

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