Non fu una banale storia di mazzette a mettere fuori gioco personaggi come Andreotti, Scotti, Gava

stellone rep

Per fare affermazioni impegnative (anche eventualmente onerose in sede giudiziaria) o ci si premunisce di essere in ottima compagnia testimoniale, o si è tanto amici della Verità da nulla temere pur di dire come stiano, a proprio giudizio e ricordo, gli avvenimenti e, nel narrare gli eventi, le cose e le persone. Se uno riesce a mettere insieme queste due componenti valutative, è un pezzo avanti per serietà e grado di affidabilità. Potrebbe perfino,  vincere in giudizio.

Nel caso che, non casuale esempio, vado a recuperare nei miei ricordi (il giudizio sferzante di una seria e attendibile fonte giornalistica che si esprime, nella primavera del 1994, su Vincenzo Scotti) il giornalista in questione era Paolo Graldi (è ancora vivo e vegeto e stimato fin dentro il Quirinale) e il dove espresse le sue opinioni, era il volume “Italia ’94 Rapporto di Primavera” coordinato da Giovanni Vinciguerra per il Centro Studi Euroitalia. Il rapporto del 1994 era la Quattrodicesima Edizione e, in modo crescente, quel luogo di valutazioni e di elaborazioni teoriche, si era fatto un’ottima fama.

RUINI-Grani2

A conferma di questa mia opinione aggiungerò che Graldi, era abbinato, come esperto di “cose gravi” avvenute nel 1993 sotto il titolo l’Italia degli Scandali, con altre firme, tra le quali ricordo quelle di due futuri presidenti della Repubblica (Giorgio Napolitano e Carlo Azeglio Ciampi), il primo chiamato a fare il punto sul Parlamento di quell’anno appena trascorso, l’altro per parlare del Governo del Paese. Oltre a loro, in quel volume si esprimesse anche Giovanni Spadolini, per fotografare come stessero le Istituzioni in quel frangente temporale. Il Presidente del Senato lo faceva in compagnia di personaggi della caratura di Leopoldo Elia, Dionigi Tettamanzi, Beniamino Andreatta, Pietro Barucci, Francesco Paolo Casavola, Valdo Spini, Paolo Benzoni, Alfredo Diana. Anche alcune donne venivano consultate e tra di loro la napoletana Rosa Jervolino Russo che, non a caso, cito in quanto nativa di Napoli e democristiana. Non uno di questi personaggi (simpatici o antipatici che vi siano stati nel tempo) quando Graldi espresse l’opinione durissima che a seguite troverete su Vincenzo Scotti, ebbe a che ridire.

Tanto meno Giuseppe De Rita che firmò l’Introduzione del volume. Non uno prese le distanze. Neanche tra i compagni di partito di Scotti. Eppure, tra gli altri opinionisti, c’era Gerardo Bianco, democristiano colto e integerrimo, che scrisse un pezzo sulla IX Legislatura.

Opinione unanime, quindi.

Perché faccio tutta questa pippa, anch’essa introduttiva, sulla attendibilità del giudizio espresso?

Perché se uno, anni dopo, si deve andare a scegliere un “mentore” come futura garanzia della serietà dei propri processi formativi e della attendibilità del grado di preparazione politico istituzionale, almeno ciò che, a quella data, le fonti aperte (sacre per l’ultima generazione di politici) dicevano del “prescelto”, lo avrebbe dovuto sapere.

Per cui se Vincenzo Scotti lo si trovava “giudicato” come ora leggerete, un qualche allarme, se uno non era un babbeo, sarebbe dovuto scattare. Invece niente. Anzi. E su quest’anzi, da queste parti dove, ovviamente, siamo offesi, incazzati e implicitamente sputtanati e danneggiati (perché noi si che ci abbiamo messo la faccia e i rimasugli del nostro già mezzo vuoto portamonete), stiamo cominciando a lavorare.

Anche perché, se ben badate a ciò che è prima e ciò che è dopo (cioè il cuore concettuale della blockchain), questo marginale e ininfluente blog, il 9 settembre 2012 (cioè prima che qualcuno ambisse ad aprire “scatolette”) già lasciava in rete (sapete cosa sia la rete e come si faccia a “farla collaborare”?), in spirito di servizio e nella assoluta gratuità, il post che oggi, parzialmente, vi beccate a seguire.    

2Andreotti

Nel post, oggi segnato in rosso (ma avrei potuto usare il giallo-verde), anche un “babbeo intruppone” (epiteto babbeo è mio, intruppone è di Carlo Bonini) avrebbe potuto cogliere un campanello d’allarme sul cognome Scotti posizionato in splendida compagnia con Giulio Andreotti (quello) e Antonio Gava (quello). Uno colluso con la Mafia e l’altro con la Camorra.

Non dico fidarsi di Grani (comunque la data del post 9 settembre 2012 dice di me a sufficienza e non depone bene, viceversa, di chi sia stato ritenuto sufficiente per garantire la sicurezza nazionale) che, con trasparenza autolesionistica, consigliava e ancora consiglia, lui stesso, sempre autocritico e rispettoso delle Istituzioni, di starsi accorti con Leo Rugens (in realtà, questa prudenza, con me la deve esercitare solo chi abbia in animo di iscriversi al partito dei traditori della Repubblica) ma mezza parola, avendo avuto, successivamente, la buona sorte di andarlo a conoscere in quella che nel frattempo era divenuta la sede dove aveva preso forma e sostanza HUT8 Progettare l’invisibile, gliela vogliamo chiedere su Vincenzino Scotti e sull’errore, ormai commesso, di sceglierlo come mentore e garanzia della propria preparazione professionale nel comparto delicatissimo dell’Intelligence e di una qualche strategia che si avesse animo di incrementare per “cambiare le cose” nell’Italia degli scandali?

Oreste Grani/Leo Rugens con cui, per chi avesse dubbi, siamo solo all’inizio.

 


27°/LA CALUNNIA – 1994: LE CONFESSIONI D’INQUISITI, HANNO TRAVOLTO PARLAMENTO, MINISTRI, MAGISTRATI, FORZE ARMATE, SERVIZI SEGRETI

Nella sezione Storia del mio blog https://leorugens.wordpress.com/ inauguro il racconto dello stato dell’arte dell’Italia del 1994.
In quell’anno sale al potere Silvio Berlusconi che, da quella posizione dominante, di fatto, non è più sceso. Tanto meno il Paese si è liberato del berlusconismo e dei suoi sostenitori. Comincio con il pubblicare che illustrano, fornendo dati, a che punto fosse l’Italia dopo la così detta Operazione Mani Pulite.
Avrò come collaboratori in questo sforzo che spero serva soprattutto ai più giovani, firme eccellenti. In realtà, semplicemente, ho fatto una selezione di “ragionamenti”, che venivano proposti sui giornali in quei momenti drammatici.
L’Italia del ’94 appare un Paese con contraddizioni e ambiguità, con forti tensioni, con incertezza diffusa, con scoramenti, ma anche con volontà di cambiamenti radicali.

Ai pochi lettori del blog farsi un’opinione sulla portata di quei mutamenti vagheggiati, sulle occasioni mancate, e soprattutto, sui gattopardi traditori della Patria.
Il noto giornalista Paolo Graldi ci riassume così il 1993, l’anno degli scandali a catena.
Le inchieste giudiziarie, ma soprattutto le confessioni d’inquisiti, hanno travolto Parlamento, ministri, magistrati, Forze Armate, servizi segreti, e non hanno risparmiato né sacerdoti, né giornalisti. Non è stata solo Tangentopoli, ad affossare la prima Repubblica. Dalle pieghe di indagini, talvolta vecchissime, su lontani episodi di corruzione o di connivenza, sono rispuntati i fantasmi di Moro e Pecorelli. E non è stata (solo) una banale storia di mazzette a mettere fuori gioco personaggi come Giulio Andreotti, Scotti, Gava. È come se, d’un tratto, si fossero materiaIizzate tutte le ombre che hanno accompagnato il Paese per decenni, dando una spiegazione a episodi oscuri e a quegli intrecci tra poteri legali e occulti troppo spesso intuiti, ma mai sufficientemente dimostrati“.

E sono cadute migliaia di teste. Quattromilaseicento arresti, per la sola Tangentopoli, ormai al suo secondo anno di vita; oltre 25.000 inquisiti; una decina di suicidi, due quelli illustri: Gabriele Cagliari e, qualche giorno dopo, Raul Gardini. Centinaia i parlamentari coinvolti nelle inchieste per concussione (157), corruzione (207), finanziamento illecito ai partiti (296), falso in bilancio, ricettazione (95), abuso d’ufficio (46). Sono i rappresentanti eletti in buona parte delle regioni italiane, nelle liste di quasi tutti i partiti. Il primato spetta a Lombardia (155 avvisi di garanzia), Campania (98), Lazio (60), Piemonte (56), Sicilia (36). Appena un anno fa, un anno dopo l’arresto, a Milano, di Mario Chiesa, si prevedeva che le inchieste di Mani Pulite non avrebbero portato a più di mille ordini di custodia cautelare in carcere. Una previsione abbondantemente superata, ma che all’epoca teneva conto solo di episodi minimi di corruzione, di mazzette da pochi milioni pagate per facilitare l’aggiudicazione degli appalti. I magistrati, che pure avevano già chiesto l’incriminazione di Craxi e Citaristi, non avevano ancora messo le mani sull’affare Enimont, che sarebbe scoppiato da lì a poco: la maxitangente da 150 miliardi pagata da Gardini ai politici perché non ostacolassero la vendita del colosso della chimica, del quale lui deteneva il pacchetto di controllo, e facilitassero l’approvazione del decreto sulla riduzione degli oneri fiscali.

Gardini ha preferito la morte all’onta del carcere, e si è suicidato a luglio, alla vigilia del suo arresto. Solo oggi, molto lentamente, i giudici milanesi stanno ricostruendo la destinazione di quel denaro, finito – attraverso disinvolte operazioni finanziarie – sui conti cifrati di banche svizzere e lussemburghesi. Una mano l’ha data Carlo Sama, cognato di Gardini, che ha fatto i nomi dei destinatari della tangente; un’altra Sergio Cusani, faccendiere dell’imprenditore ravennate, che nomi, nonostante una lunga detenzione, continua a non fame. Indagando sull’affare Enimont i giudici hanno dovuto fare i conti con un aspetto non certo secondario del sistema di corruzione: il riciclaggio del denaro «grigio», quello che, cioè, non è frutto né del traffico di droga o di armi, né dell’evasione fiscale. Accanto alla Svizzera, la «lavanderia» per eccellenza, spunta il Lussemburgo che, malgrado appartenga all’Unione Europea, continua ad offrire garanzie di segretezza e copertura ai suoi clienti. Le richieste di rogatoria sono rimaste inevase. Scandalo nello scandalo, non è possibile sapere con certezza, ed ufficialmente, che fine abbia fatto tutta la mazzetta Enimont.

Mancano all’appello, ad esempio, i soldi che sarebbero finiti nelle mani degli ex segretari del Psi, Bettino Craxi (75 miliardi) e Arnaldo Forlani (35 miliardi). Si sa che, dopo essere transitati per lo lOR, la banca vaticana che fu coinvolta anche nel crak del Banco Ambrosiano, sono finiti su due banche svizzere e, soprattutto sulla Bil del Lussemburgo. A detta di Francesco Pacini Battaglia, banchiere della Karfinco di Ginevra e testimone al processo Cusani, il denaro di quella tangente – ma comunque buona parte delle mazzette di Tangentopoli – è stato successivamente reinvestito nel circuito della speculazione internazionale.

Di fronte alle acrobazie finanziarie del gruppo Ferruzzi, scompaiono le vicende Cogefar e Olivetti, i due colossi dell’imprenditoria nazionale ugualmente coinvolti nelle vicende di Tangentopoli.
Per i gruppi che fanno capo alla Fiat e a De Benedetti (che è stato arrestato e scarcerato, in autunno, nella stessa giornata) si è trattato di un «banale» finanziamento ai partiti, pur se consistente.
Di tutt’altro spessore «morale», per così dire, è invece la vicenda sanità, ovvero la Poggiolini story, cha ha trascinato nel fango anche il ministro della Sanità, Franco De Lorenzo: una truffa ai danni degli ammalati fruttata 15.000 miliardi in dieci anni. Uno scandalo che ha portato anche alla morte misteriosa di uno dei componenti del Cuf-farmaci, Vittoria, e sfiorato il Nobel Rita Levi Montalcini.
Sembrava, invece, una «banale» inchiesta per corruzione quella sulle Partecipazioni Statali. Ma prima ancora che i giudici romani iniziassero ad approfondirne il ruolo nella vicenda Enimont, il direttore generale del ministero, Sergio Castellari, grand commis dello Stato e grande amico di Giulio Andreotti fu trovato morto.
Fu a lui, non ancora toccato dall’inchiesta dei giudici palermitani sulle collusioni tra Cosa Nostra e i politici romani, che Castellari si rivolse prima di ammazzarsi. Un’altra morte poco chiara, come per Vittoria, sia nella dinamica del suicidio, sia nelle sue motivazioni.

E il ruolo di Andreotti? Non è mai stato chiarito a sufficienza, ma è certo che allora, nel febbraio del ’93, è diventato chiaro a tutti che la carriera del «Divo Giulio» era ormai, definitivamente avviata verso un inglorioso tramonto. Appena tre mesi dopo, infatti, il senatore a vita viene indagato per concorso in omicidio: quello di Mino Pecorelli, direttore di OP, ucciso nel marzo del ’79. Pecorelli aveva dedicato ad Andreotti un numero mai uscito della sua rivista dal titolo di copertina «Gli assegni del presidente» (relativo ad un versamento che alla corrente andreottiana avrebbe fatto un gruppo industriale). Con i collaboratori più stretti dell’ex presidente del Consiglio (il governo di unità nazionale era caduto due mesi prima) Pecorelli – in base alla sua agenda aveva contatti: vi erano segnati molteplici incontri con l’allora sostituto procuratore Claudio Vitalone, con Franco Evangelisti, con Ciarrapico e i fratelli Caltagirone. Alcuni pentiti di mafia hanno confessato che il giornalista – tessera P2, molto vicino ad alcuni uomini dei servizi segreti, era stato ucciso per ordine dei cugini Salvo di Salemi e per fare un favore ad Andreotti, che si sentiva ricattato da Pecorelli. Una tegola dopo l’altra: un mese dopo arriva un nuovo avviso di garanzia per il senatore a vita, questa volta per concorso in associazione mafiosa. Lo firmano i giudici di Palermo sulla base delle accuse di due pentiti di mafia, tra i quali Baldassarre Di Maggio, ex autista di Totò Riina, che sostiene di averlo visto in compagnia del capo di Cosa Nostra e di essere entrato nel suo studio. Un avviso di garanzia anche a Corrado Carnevale, il presidente della prima sezione della Corte di Cassazione, il giudice «ammazzasentenze» che, secondo molti pentiti di mafia avrebbe «aggiustato» i processi che erano finiti con le condanne.

È l’autunno del ’93, e stanno cominciando a vacillare non solo le segreterie dei più influenti politici italiani, ma addirittura i vertici delle istituzioni. Donatella Di Rosa, moglie di un tenente colonnello dell’Aeronautica, amante di un generale, amica di capi di Stato maggiore e bombaroli neri, denuncia un tentativo di golpe al quale avrebbe lei stessa partecipato assieme a marito, amante, amici e bombarolo. Cadono le teste delle stellette, prima tra tutte quella di Franco Monticone, che ammette la relazione con la giovane friulana, ma nega il tentativo di colpo di Stato. La Procura militare di Roma, crede ad una parte delle rivelazioni della donna e apre un’inchiesta su un presunto traffico di armi nel quale sarebbero coinvolti tutti i presunti golpisti. Fa storia a sé la vicenda di Gianni Nardi, estremista di destra morto nel 1977 a Palma di Majorca ma, secondo Donatella, vivo e vegeto. Solo da alcune settimane è stato autorizzato l’esame del Dna sui resti del cadavere sepolto in Spagna. La Di Rosa, una sorta di Mata Hari casereccia, fascinosa e logorroica, ha fatto riaprire anche altri fascicoli ormai pronti per l’archiviazione; come quello, ad esempio, sulla strage di Brescia.

Maturava, nel frattempo, la bomba del 3 novembre – lo scandalo Sisde, che ha travolto tre ministri dell’Interno, prefetti, funzionari dei Servizi e toccato il presidente della Repubblica – innescata verso la fine del ’92. Il sostituto procuratore di Roma, Antonino Vinci, titolare dell’inchiesta sui «palazzi d’oro», spulciando tra i depositi bancari di un’agenzia della Carimonte, si era imbattuto nei conti correnti di cinque funzionari del Sisde. Maurizio Broccoletti, Gerardo Di Pasquale, Michele Finocchi, Antonio Galati e Rosa Maria Sorrentino disponevano complessivamente di 14 miliardi. Di Pasquale e Finocchi erano anche titolari di un’agenzia di viaggi, la «Miura travel», sul cui fallimento stava indagando un altro pm della Procura di Roma, Leonardo Frisani. I cinque 007 titolari dei conti miliardari erano stati interrogati da Vinci e fornirono la stessa versione, confermata dal loro ex capo Riccardo Malpica: quei soldi erano del Sisde, i conti correnti erano del Servizio, i soldi erano stati trasferiti a loro nome per motivi di «copertura». Ad aprile del ’93 era scoppiata la polemica tra il capo del servizio segreto civile, Angelo Finocchiaro e il suo predecessore Alessandro Voci, che lo accusava di aver fatto pressioni su di lui perché avallasse la versione dei cinque funzionari.

A giugno gli «uomini d’oro del Sisde» erano stati formalmente accusati di peculato, veniva firmato l’ordine di custodia cautelare nei confronti di Broccoletti; il Gip si riservava di decidere su Galati, Di Pasquale, Finocchi e Sorrentino; a Riccardo Malpica era stato inviato un avviso di garanzia. Pochi giorni dopo Angelo Finocchiaro, che non aveva ricevuto nessun avviso di garanzia, veniva interrogato; Malpica aveva confermato la versione dei «conti di copertura». Ma il 19 luglio furono firmati gli ordini di custodia cautelare a carico di Galati, Di Pasquale, Finocchi e Sorrentino che cambiarono la versione: quei soldi depositati sui conti della Carimonte non erano del Sisde, ma personali. Erano i soldi dati in premio dai capi del Servizio per il lavoro svolto. La svolta vera, quella che apre le porte allo scandalo, ad ottobre, quando i magistrati romani trovarono altri conti correnti intestati ai cinque funzionari: complessivi 50 miliardi depositati su banche di San Marino e un considerevole patrimonio immobiliare. A quel punto Broccoletti, per difendere la tesi che quei soldi erano il corrispettivo di normali premi dati ai funzionari e prelevati dai fondi riservati del Sisde, fa i nomi delle altre persone che avrebbero beneficiato dei «regali»: Finocchiaro e «alte personalità politiche». Dopo le clamorose rivelazioni vengono firmati nuovi ordini di custodia cautelare. I cinque funzionari del Sisde sono irreperibili, finisce invece in manette Riccardo Malpica che cambia registro: la versione dei «conti di copertura» è falsa; fu concordata dai vertici per evitare lo scandalo. Ancora due giorni e si costituisce Galati.
Ai giudici consegna documenti riservati (i rendiconti delle spese effettuate dai fondi riservati) che, secondo il regolamento del Sisde avrebbero dovuto essere distrutti. È il 3 novembre quando le indiscrezioni sulle confessioni di Galati toccano ancora una volta Mancino e poi Scalfaro. Il funzionario del Sisde avrebbe raccontato che tutti i ministri dell’ Interno dall ’82 al ’92, ad eccezione di Amintore Fanfani – e quindi Scalfaro, Gava, Scotti e Mancino – avrebbero avuto premi mensili di 100 milioni.

Dure le smentite di ministro ed ex responsabili del Viminale. Il presidente Scalfaro alle 22,30, attraverso le reti Rai e Fininvest, legge un messaggio alla nazione: 7 minuti in cui denuncia il tentativo di destabilizzazione delle istituzioni democratiche fatto prima attraverso le bombe (Firenze, Roma, Milano), poi con le calunnie.
Da quel giorno è un susseguirsi di rivelazioni, confessioni, denuncie.
I ministri dell’Interno, ad eccezione di Mancino, finiscono tutti indagati. Scalfaro non viene toccato, ma solo perché è il Presidente della Repubblica e, in quanto tale, non è imputabile. L’inchiesta non risparmia, invece, Adolfo Salabè, architetto di fiducia del Sisde e del Quirinale, amico di Marianna Scalfaro. Dei funzionari sotto inchiesta, Broccoletti – arrestato a Montecarlo – è ancora in carcere e continua a difendersi accusando. Ora, a conferma della bontà della sua versione, ha chiamato a testimoniare le sue stesse «vittime»: tutti i ministri dell’Interno, compreso Scalfaro”.

Fin qui una parte del blog d’epoca.

Torniamo con i piedi per terra e lasciamo Vincenzo Scotti e la sua Link Campus dove si meritano.

Ma cosa c’entravano gli apritori di scatolette pentastelalti con questa robaccia?

Il M5S, è ora di ricordarlo a pochi giorni dalle Elezioni Europee, non ha raccolto 11 milioni di voti per riabilitare, crocerossina generosa, quel ceto politico che ci ha consegnato (il biennio 1992-93 non vi dice nulla?), incaprettati alle Mafie e al Berlusconismo! Cioè al berlusconismo mafioso.  Se uno, eletto grazie al mandato iconoclastico che usciva dalle piazze riempite da milioni di italiani inferociti, ha ritenuto che il suo compito fosse rimettere in pista Vincenzo Scotti,  o ci fa o c’è.

E nei prossimi post vedremo di dare una risposta al “dilemma cornuto”.

Anche perché, è bene ricordarlo per non farsi mancare nulla, non solo Vincenzino lo troviamo sottosegretario in un Governo Berlusconi, ma prima, come poi vedremo nei particolari, era stato il cavallo di Troia della peste ludopatica.

Per niente divertente ma molto riciclante.

E rifirmo:

Oreste Grani/Leo Rugens