Dietro l’astensionismo del popolo pentastellato

capa gira

Grazie alla attività maieutica del M5S, il cittadino elettore avrebbe dovuto comprendere il senso e la portata delle diverse opzioni politiche in campo e, negli anni successivi a quel primo step di successo elettorale (febbraio 2013), decidere, sempre di più, di scendere “in” politica.

È avvenuto esattamente il contrario: un numero sempre maggiore di cittadini si è chiamato fuori dall’agorà (anche telematica) e ha lasciato il campo nelle mani “esperte” dei partitocrati che, dopo un primo momento di preoccupazione, si sono riorganizzati, hanno serrato le fila, hanno penetrato camaleonticamente l’accampamento degli emergenti pentastellati, gli hanno preso le misure e, così facendo, conoscendone, da vicino, i limiti culturali e caratteriologici.

Fatti questi primi annusamenti, hanno ripreso, da sapienti ed esperte termiti, il Grande Pranzo, temporaneamente interrotto.

E così il compito disatteso dalla nuova politica, ha fatto largo alla società incivile, ricreando le condizioni di un’affarismo impunito. Questo rappresenta la Lega ex Nord. Da sempre. Con l’aggiunta, di un clima internazionale che ne aggrava l’inadeguatezza e l’arretratezza culturale. Questo è la xenofobia e la fobica politica dei respingimenti. Fisici e mentali.  Questa responsabilità a qualcuno gliela vogliamo attribuire? Certamente la responsabilità di non non non non non aver riavvicinato gli onesti alla politica e di aver, viceversa, ricacciato nel limbo dell’apatia la maggioranza degli aventi diritto. Vi sembra cosa da poco essere riusciti in un tale disastro socioculturale, in pochi mesi di strafalcioni e di scelte tutte a rimorchio della Lega, organizzazione parapolitica con la più alta percentuale di esponenti conniventi con la piovra tentacolare mafiosa, ex meridionale oggi saldamente centro-nordista? Mai si era vista tanta liquidità: milioni di persone entusiaste che, ora dopo ora, si chiamano fuori, con quei numeri assoluti che vi ho ricordato nel post PERCENTUALI E NUMERI ASSOLUTI: OVVERO COME SAREBBE STATO DOVEROSO LEGGERE I RISULTATI ELETTORALI.

Raggiunta la massa critica della rappresentanza parlamentare alla vigilia della primavera del 2013, si sarebbe dovuto assistere, sempre di più e in modo libero e consapevole, all’avvicinarsi (perché se ne impadronissero) della maggioranza dei cittadini alla vita in politica e nella politica. Spero che nessuno si offenda se affermo che, viceversa, quanto accaduto, in Italia, in un solo anno (questo risultato, come ho già detto in altro post, è record del Mondo) è un fenomeno sociale di dimensioni planetarie e che verrà, nei decenni a venire, studiato nei luoghi deputati allo studio delle scienze politiche, nel tentativo di comprendere una così unica concomitanza di idiozia organizzata. Idiozia organizzata e autolesionistica. Con un pizzico di malandrinità. Come sempre di più temo sta emergendo dai racconti di frequentazioni non casuali tra alcuni ed altri. Per ora timidi.

Il gruppo umano aggregatosi antropologicamente intorno al duo fondatore (Grillo-Casaleggio) è riuscito, sfruttando il varco apertosi nel tessuto culturale del Paese che tendeva a sfilacciarsi dopo decenni di dittatura partitica, a farsi affidare la speranza (materia prima di valore ineguagliabile) da milioni di cittadini desiderosi di poter scendere in politica e impadronirsi consapevolmente della propria esistenza sociale, amministrativa, culturale, relazionale.

Invece di sentirsi baciati dalla sorte e ringraziare quotidianamente la madonna di Pompei (per i parlamentari campani), quella del Divino Amore (per i laziali), Santa Rosalia (per i siciliani occidentali), quella di Loreto (per i marchigiani) e via via scegliendo i luoghi dove la devozione territoriale li poteva spingere, invece di attivarsi, dicevo, in spirito di servizio, per avvicinare i cittadini, per decenni esclusi, proprio con e grazie alle consultazioni amministrative, con un colpo di genio (ma un giorno questa testa di cazzo andrà trovata), si è cominciato a teorizzare l’indifferenza alle consultazioni amministrative degli enti comunali dove, da sempre, per motivi di prossimità che spero non debba perdere tempo a spiegare, anche i numeri della partecipazione era numericamente più significativa.

Ci si è chiamati pertanto fuori dai territori in un disegno autolesionistico che speriamo dovuto a onesti limiti culturali e non a malafede e piena consapevolezza del danno che ci si preparava ad arrecare alla Repubblica.

Sulla spinta di correnti ascensionali, tutte dovute alle capacità di comunicare di Beppe Grillo da Genova (l’unico che ha investito mentre gli atri hanno incassato/stanno incassando i dividendi del suo sacrificio anche economico), provate a non dimenticarlo, il ballon d’essai pentastellato ha, addirittura, conquistato, a mani basse, la Capitale. L’ha fatto senza uno straccio di pensiero strategico sulla funzione di Roma che andava disinfettata e senza avere mai elaborato un ragionamento compiuto sulla funzione, tanto per dire qualcosa, del centro di un organismo complesso rispetto alla sua periferia.

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Qualcuno tra i “consigliori” della prima ora deve aver detto qualcosa (un cazzo di documento teorico di questa stronzata ci dovrà pur essere da qualche parte per poter impiccare qualcuno?) per sostenere che non era necessario dedicarsi, con umiltà e olio di gomito, alle consultazioni amministrative decidendo che non era cosa “fica” facilitare il cittadino a vivere la realtà locale e nel farlo aiutarlo (servirlo quindi) a comprendere più facilmente le opzioni e i programmi che venivano presentati a livello locale dai candidati dei partiti o delle liste civiche. Non più quindi vane promesse elettorali ma impegni il cui mancato raggiungimento (e il conseguente danno economico – sociale che ne deriva), dovevano tradursi anche in precise responsabilità per gli amministratori. E così, partendo da questi esempi virtuosi, selezionare una classe dirigente nazionale e internazionale, una volta testata e “cresciuta”, in umiltà,  misurandosi con le complessità che solo il reale pone a prova e garanzia della propria presunta capacità.

Invece nulla di tutto questo ma un casuale procedere verso la conquista del potere (forse pensando prevalentemente al proprio)  facendo in modo che con il “clamore” si potesse coprire la pochezza dei caciaroni irrompenti (in realtà i meno colpevoli di tutti dal momento che a caval donato non si guarda in bocca e se vi fanno diventare, sia pure per una stagione o due, parlamentari, trovare qualcuno che dice di no è stato quasi impossibile) irreggimentati a loro volta da improvvisati professionisti della comunicazione. Cambiare l’Italia è un vasto programma, avrebbe detto il Gen. Charles De Gaulle. E ora si è visto.

Irrompere, senza aver prima, molto prima, lavorato sui percorsi formativi adeguati all’addestramento di un corpo di fieri combattenti per la Libertà, è stata asinina presunzione.

Pensare di formarsi nelle osterie degli “osti malandrini” della Prima e Seconda Repubblica, sconfina nel sabotaggio e nel tradimento. Pensare che quattro lezioncine sulla postura da tenere in Tv fossero sufficienti per ridare dignità ed onore ad un Parlamento dove, da decenni, più gruppi affaristici avevano preso possesso assoluto, tramite le leggi scritte appositamente, delle commissioni di lavoro, sfiora il ridicolo. Se la questione delle libertà future non fosse tragica. Le Camere erano occupate da veri manipoli di mascalzoni controllati dalla criminalità organizzata, e ritenere che per gestire la cosa pubblica infetta fosse sufficiente far eleggere  brave e oneste (cosa non da poco ma solo quello) persone sorteggiate alla Grande Riffa Pentastellata, è una responsabilità gravissima di cui non è opportuno dimenticarsi. Alcuni (ma in realtà come è andata questa storia?) attribuendosi un monopolio per l’individuazione di persone da destinare ad essere classe dirigente del MoVimento, hanno combinato il guaio ed ora tutti, nuovamente, pagano le conseguenze di una esibizione di arroganza di persone a cui era girata la desta.

Ma a voi sembra  normale che le sorti (anche militari) di un grande Paese siano affidati a un gruppo a cui gira la testa?

La Capa Gira è stato un bel film di anni addietro essendo uscito, con grande successo, nel 1999. Fine secolo, quindi. Ma quello era e quello doveva rimanere e non poteva divenire metafora (vedi trama a seguire) nella mia testa troppo fantasiosa, di un gruppo umano che ha assunto rilievo governativo determinante in un grande Paese (forse il più importante) del Mediterraneo.

Vi siete montati la testa che vi ha preso a girare.   

Metafore che evocano personaggetti per chi si è fatto e sentito re ma che, per farsi capire, almeno fuori di Bari-Foggia, dovette farsi sottotitolare.

Ma che dice questo Leone Belante? Belante e non Ruggente perché, se avessi saputo e voluto ruggire, a tempo debito, quanto accade, ve lo garantisco, non sarebbe accaduto.

Almeno dalle parti del COPASIR e della Difesa. E invece, vigliaccamente, o per banale quieto vivere (anche questo è la vecchiaia!!!!!!), ho taciuto ciò che anche un cieco avrebbe visto. Rimettendoci la faccia e i risparmi (di credibilità) raccolti faticosamente negli anni, in quel Maialino Blu, e intorno a quel bellissimo tavolo. Che ora non ho più. Tra l’altro anche di questa perdita, faremo i conti.

Oreste Grani/Leo Rugens

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La  Capa Gira (La cape aggíre in barese) è un film del 1999 diretto da Alessandro Piva, all’esordio nella regia.

Grazie a questa sua opera prima, presentata al Festival di Berlino, Piva è stato premiato come miglior regista esordiente dell’anno da entrambi i maggiori riconoscimenti cinematografici italiani, David di Donatello e Nastri d’argento.

Bari. Un gruppo di piccoli criminali è dedito al contrabbando di droga e sigarette e alla gestione di una sala di video poker illegali. Viene smarrito un carico di cocaina proveniente dall’Albania in occasione di uno sbarco di clandestini e Carrarmato, il boss della banda, incarica della ricerca Minuicchio e Pasquale. Dopo il ritrovamento, i due provvedono anche alla preparazione delle dosi e a recapitarle al bar gestito, per conto dello stesso Carrarmato, da Sabino e Pinuccio. Presso il locale, oltre allo spaccio di droga, vengono vendute sigarette di contrabbando e sono presenti alcuni video poker.

Durante le riprese si possono notare alcuni luoghi tipici della città pugliese: il lungomare, Corso Vittorio Emanuele, Corso Sonnino, i quartieri formati dall’edilizia popolare, San Giorgio con allo sfondo i palazzi di Punta Perotti successivamente abbattuti per le note vicende ambientali, i vicoli di Bari Vecchia ed il sottopassaggio di Via Brigata Bari.

Caratterizzato da dialoghi in dialetto barese stretto, che hanno reso necessari i sottotitoli anche per la distribuzione nelle sale italiane, il film, che può certamente considerarsi un valido affresco del sottobosco criminale di Bari, ha riscosso un notevole successo di pubblico in Puglia[senza fonte], specialmente nella province di Bari e Foggia. Nei dialoghi sono presenti molti modi di dire tipici baresi e, allo stesso modo, se ne possono notare gli atteggiamenti peculiari come, ad esempio: le movenze da “sballato” di Minuicchio, il litigio dello stesso davanti al furgone del paninaro per futili motivi con annesse minacce, i suoi piccoli scontri verbali con l’amico e collega Pasquale, l’inveire contro i due di Peppino, il rito del “peroncino”, l’atteggiamento di Carrarmato alla guida dell’auto ed il suo tentativo di convincere l’amico vigile a farsi eliminare un verbale.