Ho scritto della riorganizzazione quando non era ancora nella mente di Di Maio

12 apostoli

Ho scritto della necessità di organizzare il M5S quando non ne era ancora chiara l’assoluta necessità.

Il 25 febbraio 2019 ho lasciato in rete il post che trovate a seguire. Ribadisco tutto e mi preparo ad essere coerente con quanto affermato.

Ieri, ad annuncio dato, ho detto la mia con il post È DOVEROSO ENTRARE NEL MERITO DI CHI SIANO I DODICI APOSTOLI PENTASTELLATI.

A tal proposito rileggo l’elenco dei dicasteri ombra e mi chiedo dove, in tale vasto e ambizioso programma, sia la cultura coniugata, anche e non solo, con il contrasto alla criminalità organizzata. La cultura come arma strategica che fine ha fatto in questo Paese allo sbando? Parlo delle mafie che sembra non siano per Di Maio le vere padrone del Paese. In Italia e nel Mondo.

Oreste Grani/Leo Rugens


DOPO IL RISULTATO “SARDO”, ASPETTANDO LO TZUNAMI (AL ROVESCIO) NEL MARE MAGNUM DELLE EUROPEE. HIC MANEBIMUS OPTIME

tempesta

Il 12 gennaio u.s. lasciavamo in rete un post che non consente dubbi su chi siamo e come la pensiamo sui futuri possibili. Siamo patrioti repubblicani, innamorati da sempre dei doveri e dei diritti mazziniani, da una certa data (il 18 febbraio 1992?) “Grillini” (per semplificare), e tali ci ri-dichiariamo ora che i topolini tremebondi o i ratti norvegesi che siano, si preparano a lasciare la nave che, ritengono, in procinto di affondare. Tra questi sorci in fuga iscrivo (a mio giudizio insindacabile e da quanto mi è dato leggere da una prima rassegna stampa) alcuni che hanno usufruito della corrente ascensionale del MoVimento per riposizionarsi in quota, facendosi collocare (senza un vero perché) in luoghi dove il denaro pubblico viene profuso in misura oscena. Scelte che hanno risentito dei limiti di alcuni che, evidentemente, si erano sentiti o sono stati ritenuti tali (ma da chi?) reclutatori, selezionatori, formatori di una potenziale classe dirigente. Questo è il vero passo falso che il MoVimento, dichiaratosi post ideologico, ha commesso sentendosi autorizzato ad utilizzare poco i criteri della meritocrazia e molto (questo mi è apparso) quelli tipici delle cordate (così si faceva, ma con paradossalmente più moderazione e sale in zucca, nella prima/seconda Repubblica) e delle relazioni interpersonali.

Qualcuna, si mormora, anche inopportunamente intima. E senza scelte improntate alla meritocrazia (scienza amica della sicurezza) si è avviato un processo irreversibile (questo penso e questo scrivo)di dispersione del patrimonio rappresentato prima per cinque anni (2103-2018), dalle piazze/urne innamorate dell’ipotesi del cambiamento e poi dell’opportunità (o meno) di andare a governare. Patrimonio salito fino a sfiorare 11 milioni di aventi diritto al voto. Quando si è vinto (e come si poteva non vincere?) alcuni “ciucci presuntuosi” (specie radicata nel Paese) si sono attribuiti meriti non propri in quanto tutti ascrivibili, viceversa e banalmente (ma con grande merito), alla genialità di Giuseppe Grillo e al lavoro dedicato (e gratuito) d altre centinaia di migliaia di oscuri cittadini, fattisi attivisti, che, stanchi di essere vessati dalla partitocrazia, erano pronti a tutto pur di far cessare le forme di malgoverno alimentate dall’oligarchia corrotta. Queste centinaia di migliaia di cittadini erano determinati perfino, ritengo, ad una non metaforica presa della Bastiglia, se solo Beppe Grillo lo avesse voluto. Ma, come sapete (e più volte abbiamo lasciato scritto come la pensiamo al riguardo), Grillo decise di risparmiare i tiranni, e la notte di Rodotà-Rodotà non giunse mai a Roma, dando, di fatto, il via alla dismissione del sogno di libertà che aveva lui stesso evocato. Gesto rinunciatario che non si è potuto cogliere nella sua gravità in quel momento ma che è all’origine di una possibile fine ingloriosa. Gli oligarchi sanguinari che tali potevano essere definiti avendo tra di loro alcuni che avevano coperto/lasciato non punito lo spargimento di sangue dei nostri compatrioti, uccisi e feriti a centinaia in una guerra civile strisciante, storia cruenta che andava conclusa punendo con durezza i responsabili e i loro complici opportunisti. Gli oligarchi si sono potuti riorganizzare ed ora mostreranno tutta la loro ferocia.

Sento parlare, per invertire il declino, di organizzazione del MoVimento/Partito. Vengo da un’Italia in cui ebbe la sua funzione il maestro Alberto Manzi con una trasmissione dal titolo emblematico e metaforico: “Non è mai troppo tardi”. E fu così perché con “A Come Agricoltura”, “Tv7”, “Il Mulino del Po” e, soprattutto, le scuole dell’ENI, IRI Management e poco altro, i nostri padri e le nostre madri ce la fecero a ricostruire il Paese.

Non è mai troppo tardi quindi, ma alla condizione tassativa che gli stessi che sono stati pronti a giustificare i propri macroscopici appannaggi dicendo, tra l’altro, che erano stati loro con scelte abili, che far vincere il M5S, non rimangano assisi dove improvvidamente qualcuno li aveva piazzati.

Da qui alla prevedibile figuraccia del 24 marzo p.v. in Lucania, tornerò, libero di farlo, sull’argomento.

Oreste Grani/Leo Rugens

tempesta

P.S.

Ma non era meglio, il 5 marzo 2018, sedersi sulla riva del fiume e, dopo aver dato forma e sostanza ad un luogo di formazione strategica, concedersi, forti di 330 parlamentari, un anno sabbatico respingendo il desiderio frettoloso di guidare la Repubblica?

Non era meglio mandare “a scuola”, in umiltà e lungimiranza, anche quelli che si sarebbero, dopo pochi giorni, viceversa ritenuti politici di valore e già pronti alla ricostruire del Paese, sepolto come sappiamo sotto macerie di ogni tipo e certamente prioritariamente di natura etico-culturale-morale? Non era meglio, come si fa ovunque si sappia esercitare il nobile (e per pochi) mestiere che è il reclutare, selezionare e formare classe dirigente, fermarsi a riflettere sul privilegio di essere detonatori di un grande cambiamento che prioritariamente doveva assumere la forma di un rinnovato paradigma culturale?

Non era meglio, prima di beccarvi il marchio indelebile dei “traditori” della rivoluzione possibile (quando vi andrà bene), fermarsi ad osservare, per un anno o di più, la vera tenuta delle meteore, dei bolidi, delle stelle ora dimostratesi cadenti?

In quell’anno sabbatico avreste potuto riflettere sulla responsabilità di cosa si sarebbe dovuto fare, o meno, per impedire che criminali come Silvio Berlusconi e Gianni Alemanno (oggi condannato a 6 anni per Mafia Capitale) potessero apparire agli occhi di alcuni italiani dei personaggi degni di una qualche residua fiducia politica con le loro Forza Italia e Fratelli d’Italia.


SIGNORI, SI BALLA! MA NOI DELLA VECCHIA GUARDIA HIC MANEBIMUS OPTIME

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Recessione? Si ferma la produzione industriale su base annua fino ad un drammatico -19,4%? Tonfo del settore auto? Non solo si sapeva (nella sua marginalità Leo lo dice da tempo non sospetto) ma un crollo di quasi un quinto (-19,4%) potete accettare che non si “vedesse” da mesi? Ed oggi si sfila a Torino per mettere all’angolo quello che è sopravvissuto dello spirito del M5S che aveva vinto le elezioni del 4 marzo 2018. Neanche un anno addietro.

Il cerino rimarrà in mano a Luigi Di Maio, senza se e senza ma. Per affrontare queste complessità ci sarebbe voluto il coraggio di “non” andare al governo con la Lega (i pontieri con la conservazione gattopardesca, con i luoghi comuni, con tutte le idiozie da bar e da posteggiatori abusivi, sono loro e questo non si poteva non sapere), scommettendo sulla crisi economico-finanziaria, ciclica e inevitabile, prevista e prevedibile, che si sapeva si sarebbe diffusa come contagio pestilenziale a partire da un’Europa mancata (e perversa nel suo autolesionismo) a fragile (incredibile dover scrivere fragile) trazione tedesca. Abbiamo provato a chiamarlo bluff questa ipotesi europea il 4 maggio 2014; siamo tornati sul tema il 6/2/2015; e poi il 24/3/2017/ ancora il 26/3/2017; per finire con un altro post “Il Pedaggio di Vilnjus”, il 30/10/2017. E altre decine di volte con riferimenti “dentro” ai nostri post. Quando dico decine, dovrei dire centinaia.

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Ma chi eravamo noi per essere ascoltati quando si è dovuto/voluto dare retta, per le scelte e nelle scelte (chi ha portato fino ad oggi i pizzini metaforici indicando quel nome o quell’altro alle orecchie di Di Maio?) ai troppi Vincenzo Spadafora? Come si fa ad immaginare di andare incontro alla tempesta (sperando che non sia un tifone caraibico spazza tutto) facendosi consigliare da uomini che erano/sono platealmente e notoriamente espressione e continuità, per stile di vita, formazione ideologica, ossequio ai piccoli o grandi boss della Prima Repubblica, il vecchio che permane? E quando dico Repubblica, in realtà dovrei dire, banalmente, il Regno di Luigi Bisignani o la Prelatura dell’Opus Dei. Ecco le Scilla e Cariddi che, viceversa, Giuseppe Grillo da Genova, coraggioso e metaforico eroe nuotatore, aveva saputo affrontare (e tenere a distanza) intraprendendo e portando a compimento la traversata dello Stretto. E per chi conosce le catene di comando occulte che da queste due “agenzie di potere” (ho indicato le due maggiori) si dipanano su-su fino ai veri burattinai (altro che élite) che, Baricco o non Baricco, Mieli o non Mieli, non solo esistono (altro che complottismo paranoico) ma vivono nel perverso desiderio di avere quanti più umani al loro servizio, è chiaro dove sta il guaio che non è la recessione ma la selezione.

La selezione e la formazione di quel ceto dirigente che avrebbe dovuto essere fatto emergere per sguardo visionario, competenza comprovata e polso fermo, visto l’arrivo certo del mare forza 9. Meritocrazia quindi e non piccoli nepotismi da combriccola. Ora vediamo se aver dato ascolto al pupazzo assiso sulle ginocchia di Luigi Bisignani  (il ventriloquo paramassonico, mestatore plurinquisito, che nessuno ha mai potuto/voluto sbattere in galera e lasciarcelo) e alle donne e agli uomini scelti tra i graditi alla Prelatura ecclesiale, ci salverà quando il vento comincerà a ululare e la pioggia a farsi bomba d’acqua. O viceversa, coleremo a picco. A prescindere dal reddito di cittadinanza o dalla giusta indignazione per la sentenza salva Autostrade ieri emessa ad Avellino. Comunque, se una speranza c’è è quella di distribuire reddito (anche se poco) a quanti più persone possibili, certamente tra gli ultimi che, come giurato, non si dovranno lasciare indietro.

jean paul fitoussi

In  questo Jean Paul Fitoussi non solo ha ragione a dare dell’imbecille a Macron ma nel dire che Luigi Di Maio ha ragione e che l’unica speranza di sopravvivere è un po’ di equità e il serrare i ranghi in attesa che passi questa ennesima nottata recessiva, figlia dell’avidità sanguinaria di alcuni a danno di troppi .

Si balla signori e l’Italia lasciataci in eredità ultra decennale dai servi dei servi, non è proprio il natante ideale per andare per mari procellosi. Il fasciame è logoro e le falle numerose. L’equipaggio spropositatamente scelto tra gli amici di Spadafora e Carelli, certamente inadeguato. Avrei preferito che si continuasse a dare ascolto rispettoso a Beppe Grillo, non solo ideatore e fondatore del MoVimento, ma uomo che si era, con coscienza e dedizione, preparato alla traversata dello Stretto di Messina, sconfiggendo Scilla e Cariddi. Appunto.

Noi comunque, sia pure nella nostra marginalità e ininfluenza, non ci tireremo indietro, ora in particolare che topi e vigliacchi tenderanno a scendere dalla nave, che si ipotizzerà in procinto di affondare.

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Hic manebimus optime, nel senso che fregandocene delle invasioni dei celti (sarebbero i leghisti di un tempo, con corna e ampolle e, a nostra opinione, nel loro segreto, ancora tali), non abbandoniamo la città.

Anzi, a similitudine di quel leggendario centurione romano, ora che l’ora si fa difficile, piantiamo nuovamente le nostre insegne (siamo liberi grillini della prima ora e portiamo l’onore di non esserci mai voluti iscrivere per farci codazzo di nessuno) e speriamo di essere di buon auspicio (e di indicazione) per i “senatori” in difficoltà.

Fu un episodio di “comunicazione” felice e tempestiva quella riportato da Tito Livio nel Libro V dell’opera “Ab urbe condita”.

Già all’epoca, come forse oggi, la comunicazione si riteneva poter essere tutto. In quel episodio si dice che sia stata determinante. Come certamente sapete, eravamo all’epoca del Sacco di Roma del 390 circa A.C. e i Celti la facevano da padroni.

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Così Tito Livio:

“… quello che risultò decisivo in quella situazione di incertezza fu una frase pronunciata al momento giusto. Mentre il Senato era in riunione nella Curia Ostilia per dibattere la questione, poco dopo le parole di Camillo, transitarono per caso nel Foro delle coorti in ordine di marcia di ritorno dal presidio e il centurione esclamò proprio nel luogo del comizio: “Pianta l’insegna qui, signifero; questo è il posto giusto per noi“. I senatori usciti dalla Curia, udirono la frase e dissero che la interpretavano come un presagio; la Plebe, accorsa tutta intorno, approvò”.

Hic Manebimus optime, per tanto. Se funzionò all’epoca, vediamo di non tirarci indietro oggi che non si tratta di Brenno ma di un Salvini qualunque.

Oreste Grani/Leo Rugens