In morte di Giulio Borrelli, magistrato

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Il magistrato ideale (il mio ovviamente e non quello di Bobo Craxi) me lo sono sempre raffigurato come Giulio Borrelli.
Magistrato capace di coordinare (e con l’aria che tirava a Milano anche di proteggere) una squadra eterogenea di altri magistrati e di investigatori. E ho scritto eterogenea. E ho scritto proteggere. Come ogni vero capo, degno di questo nome, deve saper fare. Se così non fosse stato (c’erano personalità di diverso grado di complessità in quello che viene denominato “Pool di Mani Pulite”) i poteri messi sotto accusa dopo quel venerdì 17 febbraio 1992 quando fu arrestato Mario Chiesa, sarebbero stati in grado di reagire, in poche battute, annullando qualunque volontà di fermare la deriva corruttiva che  si stava mangiando la Repubblica. Fu un vero scontro e per una stagione i più intelligenti ed onesti sembrarono prevalere. Conosco la questione che “adesso stiamo peggio di prima” ma non credo che la restaurazione dei corrotti (certo che la vedo in essere) possa essere paradossalmente attribuita a chi tentò di resistere, resistere, resistere.
I giornalisti si dice che debbano fare il loro dovere. Ma non credo che facciano giornalismo quando, in una occasione di riflessione (questa è la morte di Giulio Borrelli), arrivino a intervistare uno zero spaccato come Bobo Craxi consentendogli, nel pieno di una vita inutile (vita che si è potuta permettere solo e grazie all’interpretazione amorale del potere che ebbe suo padre), di provare a mettere in cattiva luce i magistrati milanesi, utilizzando una stucchevole, farneticante, ripetitiva interpretazione complottistica di quella stagione di meritevole “caccia ai ladri” di Stato. Quello erano. E non a caso quelli che non furono azzerati, negli anni successivi, li abbiamo ritrovati nuovamente a tessere trame di ladrocinio e di corruzione ancora più sofisticate ed evolute.

Se una critica può essere fatta a Giulio Borrelli è di essere stato troppo garantista e ligio ai dettami costituzionali. Con quei gaglioffi (migliaia e migliaia) la pattuglia degli eroi milanesi fece il massimo, ma non bastò. Piante da estirpare con il ferro e il fuoco furono lasciate libere di rinascere e di infestare (gramigna quindi erano e gramigna sono) fino a ritrovarle, vive e vegete, negli indici dei nomi di libri-verità quale ENIGATE di Claudio Gatti, altre volte citato. Autore/investigatore che, ad esempio, alle pagine 219  e successive (dentro al capitolo 15° “Come ai vecchi tempi”) scrive, per renderci edotti di cosa si muova intono all’ENI e al suo vertice di corrotti corruttori, del ruolo e delle  belle imprese che vede ancora protagonisti personaggi quali Sergio Cusani, Ferdinando Mach di Palmestein, Carlo Sama. Tutti ai loro tempi arrestati e condannanti durante Mani Pulite. Con Luigi Bisignani e Paolo Scaroni. Ma tutti liberi, poverini i perseguitati innocenti, di continuare a fare quello che hanno fatto.
Oreste Grani/Leo Rugens che il volume di Gatti vi invito ancora una volta a comprarlo e, ovviamente, a leggerlo.

15. Come ai vecchi tempi

[Mani Pulite] ha causato la scrematura della parte più sconcia della corruzione, ma non ha toccato i gangli veri della corruzione. Sergio Cusani

Una delle prime cose che ho imparato dopo aver deciso di dedicarmi al giornalismo d’inchiesta è stata che, spesso e volentieri, quello che io chiamo “il balletto con la fonte” implica un’ardua applicazione della cosiddetta teoria dei giochi. Un giornalista investigativo deve infatti saper prendere decisioni in situazioni d’interazione strategica che si possono rivelare sia di collaborazione sia di conflitto con soggetti che possono risultare alleati, rivali o entrambe le cose. È raro che si riescano a trovare fonti d’informazione che non abbiano secondi fini. Molto più frequente trovarsi immersi in un temerario gioco di manipolazione reciproca in cui ognuno spera di affermarsi con mosse e conseguenze che influiscono sui risultati conseguiti dall’altro. L’altra parte può ricorrere praticamente a tutto: doppio gioco, triplo, realtà, fantasia, verità, balle, apparenza e verosimilitudine. Nel mio caso, voglio sia chiaro, l’obiettivo non è quello di sconfiggere la controparte. Si tratta semplicemente di riuscire a strappare informazioni da me verificabili, senza essere usato. In altre parole, per me non è un gioco a somma zero. Posso “vincere” senza sconfiggere. Per le mie fonti invece questo non è sempre possibile. La più grande difficoltà è riuscire a capirlo presto per potermi regolare di conseguenza nei comportamenti e nella strategia. Non essendo riuscito a comprendere i moventi di Don Vincenzo Armanna, con lui ho deciso di usare il massimo della cautela. Stessa cautela ho riservato a un’altra fonte, il già menzionato Ferdinando Mach di Palmstein, presentatomi proprio da Armanna. A questo punto, però, per andare avanti occorre fare un breve salto indietro nel tempo. Di oltre due decenni. E tornare ai giorni della scoperta di Tangentopoli. Quando giornali e telegiornali, oltre ai nomi del pool di Mani Pulite, resero famosi personaggi fino ad allora noti solo agli addetti ai lavori. Mi riferisco a nomi come quelli di Sergio Cusani, Carlo Sama e lo stesso Ferdinando Mach. Riassunto in poche parole, Sergio Cusani era colui che l’ex direttore generale della Ferruzzi Finanziaria definì «l’amministratore di fatto della Montedison», formalmente guidata dal suo amico Carlo Sama. Insieme i due furono accusati di aver pagato oltre cinquanta miliardi al psi di Craxi. E, come ho scritto nel capitolo precedente, a Craxi e al suo partito era legato anche l’“amico del cuore” di Cusani, il finanziere Ferdinando Mach. Cusani fu arrestato assieme a Sama nel luglio del 1993. Nel successivo provvedimento di diniego di scarcerazione, i giudici del Tribunale della libertà scrissero: «Cusani, e non Gardini, è il vero dominus dell’operazione sotto il profilo gestionale. È il principale artefice del gioco, la cerniera tra imprenditori e politici». La prima udienza del suo processo fu quasi immediata, il 28 ottobre successivo. La sentenza arrivò appena sei mesi dopo: condanna a otto anni di reclusione, un anno in più di quanti chiesti dall’accusa. Nelle motivazioni il presidente della seconda sezione penale Giuseppe Tarantola scrisse che Cusani aveva agito «con lucida determinazione allo scopo di raggiungere il profitto che si prefiggeva […] operando una netta scelta di campo tra un’attività professionale corretta e una basata sulle sole capacità distorsive del denaro». Dopo quattro anni a San Vittore e sei mesi ai servizi sociali, per Cusani era seguita una pubblica risurrezione. Il 9 luglio del 2009 il Tribunale di sorveglianza di Milano lo aveva dichiarato «riabilitato da ogni incapacità ed effetto penale derivanti dalle precedenti condanne». Quello che era stato il simbolo dell’Italia dalle mille corruzioni – l’uomo che distribuiva miliardi ai politici per conto d’imprenditori collusi – aveva trovato una nuova dimensione nella vita. Particolarmente rivelatrice era stata un’intervista da lui concessa il 13 agosto 2003 al collega Claudio Sabelli Fioretti: «Il carcere mi ha aiutato», aveva detto. «Ho avuto strumenti e occasioni per elaborare i miei sensi di colpa. E cercare una strada positiva per il riscatto […] Ho recuperato la mia coerenza solo quando mi sono rifiutato di assecondare il metodo mercantile di alcuni magistrati della Procura di Milano: se mi dai qualcosa, ti do qualcosa. Ho messo in campo i miei principi. E non ho derogato». Cusani informava dunque i lettori di aver «elaborato» i suoi «sensi di colpa» non le sue colpe, e di aver recuperato la propria «coerenza» e messo in campo i suoi «princìpi» rifiutandosi di confessare le colpe di altri. Cosa ci sia di diverso da un atteggiamento di omertà non lo ha chiarito. Forse pensando che quei quattro anni trascorsi in carcere legittimassero un suo giudizio su Mani Pulite, in quell’intervista Cusani aveva poi aggiunto: «Ha causato la scrematura della parte più sconcia della corruzione, ma non ha toccato i gangli veri della corruzione […] La corruzione non finirà mai. È un elemento fisiologico della società occidentale». Cogliendo la palla a balzo, il collega gli aveva chiesto: «Quando distribuivi i soldi, ti sentivi un corruttore?» Lui aveva risposto pronto: «No. Era una consuetudine. Assolutamente illegittima, ma non ne coglievo l’illegalità». Sabelli Fioretti aveva insistito: «Tu consegnavi paghette ma non ne percepivi l’illegalità? Ha ragione allora chi dice che la tua generazione è cinica, senza valori morali?» Cusani si era giustificato: «No, no… era il sistema che funzionava così. E io, in quanto professionista inserito in questo sistema, questo dovevo fare. Allora le cose andavano così. E forse continuano ad andare così». Io non ho mai conosciuto Cusani, ma sia Armanna sia Mach me ne hanno spesso parlato come di una loro fonte di informazioni che poi trasferivano a me. Avevo letto della sua risurrezione (come ho detto non mi risulta si sia mai pentito). Ma il fiuto mi aveva portato a tenere le antenne dritte. L’unico vero rischio che pensavo di correre con Cusani, come con Armanna e Mach, era quello di perdere del tempo per verificare informazioni che si sarebbero rivelate non vere. Il gioco valeva sicuramente la candela. Perché Armanna era sempre stato straordinariamente collaborativo e Mach mi aveva fornito informazioni da insider che non avrei mai potuto ottenere altrimenti. Mi pareva di avere tutto sotto (relativo) controllo. Invece non era affatto così. In quella grande magia di specchi e di luci in cui mi sono trovato a “giocare” con quelle fonti, apparenza e sostanza erano infatti ancora più difficili da distinguere di quello che pensassi. Il primo campanello d’allarme arriva il 6 aprile 2018, quando in seguito alle notizie uscite sulla wnr Congo, Casula, Paduano, Akinmade e Haly, decido di chiamare Ferdinando Mach nella speranza di fargli ricordare dettagli aggiuntivi sui rapporti tra Haly e Descalzi.

gatti: «Ti ricordi di Alexander Haly, il giovane che lavorava con Petro Services?» mach: «Non lo conosco». g: «Era ospite di Mahler…» m: «Non quando c’ero anch’io». g: «Tu non lo hai mai sentito?» m: «Francamente no». g: «Un biondo… avrà adesso quarant’anni… sono sicuro che ne abbiamo parlato». m: «Mai sentito!» g: «[È scritto] H A L Y. Alexander». m: «Mai sentito! Francamente mai sentito». La reazione di Mach mi lascia perplesso. Anziché fornirmi dettagli aggiuntivi, nega di averlo conosciuto. Fortuna che ci sono i miei appunti elettronici. Li recupero e lo richiamo: gatti: «Quando ti ho chiesto di Alexander Haly, mi ricordavo che me ne avevi parlato…» mach: «Me ne sarò dimenticato». g: «Sì, vabbe’… ho trovato i miei appunti, datati 30 settembre 2014, di un nostro incontro…» m: «Sì». g: «Tra l’altro ho verificato che in quella data ero in Italia… ti leggo i miei appunti: “Da settembre 2013 [Mahler] non ha più contratti con Eni. L’ho visto a Lugano. Mi ha detto che è uscita lettera anonima [in cui c’è scritto] che ottiene appalti in quanto amico. Mi ha detto che ha sciolto società con Haley [sic] perché socio di Descalzi”. Quindi non c’è ombra di dubbio che sapevi di Haly». m: «Sicuramente in quel momento […] In quel momento avevo sentito dei racconti su quel signore, che non conosco». g: «No, no, no! Hai detto delle cose specifiche. Non solo a me. Anche a Enzo [Armanna]. E ho trovato le evidenze che le hai dette». m: «Sì… è possibile che le abbia dette… è possibile che non me le ricordi… ma non mi ricordo chi è questo signor Eli». g: «Ti ho già detto: h a l y, Alexander Haly. E tu lo hai definito il figlioccio10 di una persona». m: «Il figlioccio… aaah, ho capito… il figlioccio di… sì… è una storia che mi ha raccontato… come si chiama?… che mi ha raccontato probabilmente Giovanni». g: «Certo, perché questo signore, tu hai detto, stava a casa sua». m: «Sì, certo. Certo». g: «Adesso sei certo?» m: «Adesso sì, mi ricordo. Non mi ricordavo si chiamasse Haly». g: «È il figlioccio di chi?» m: «Il figlioccio di… di… di… mi avevano detto che era il figlioccio di… come si chiama? Dell’allora capo del… come si chiama? Il capo dell’Oil & Exploration del gruppo». g: «Vai avanti! Come si chiama questo signore?» m: «Questo signore era… come si chiama?… Claudio Descalzi!» g: «Ah! Ora che ti sei rinfrescato la memoria, se ne può sapere di più?» m: «Sì, ma… primo non ho mai più visto Mahler, secondo l’Eni per me è un ente sconosciuto». g: «Quando mi hai parlato sapevi esattamente chi era questa persona! In più lo hai definito con un termine – figlioccio – che vuol dire che sapevi cose ben chiare. Perché quel termine? Non è normale». m: «Certo che no… [vuol dire che] è uno di famiglia… uno adottato, affiliato… o qualcosa del genere». g: «Come faccio ad avere qualche dettaglio in più?» m: «Dettagli non ne ho. So chi mi ha raccontato la storia. Ma finisce lì. […] L’unico che frequentava Giovanni [Mahler] stabilmente era Sergio [Cusani], che condivideva l’ufficio a Milano […]». g: «La storia del figlioccio a Enzo l’hai detta tu?» m: «Sì, probabile». g: «Spremiti le meningi». m: «Spremo, ma non esce niente». g: «Mi ha detto di aver sciolto la società perché socio di Descalzi. Chi è socio di Descalzi?» m: «Chi è socio di Descalzi?» g: «Non mi ripetere quello che dico. Chi è socio di Descalzi: Haly o Mahler? Ti sto chiedendo di dare un’interpretazione alla frase che ho scritto». m: «L’hai scritta tu, lo saprai tu». g: «A me pare di facile lettura, vorrei sapere che ne pensi tu». m: «Il pilastro è Descalzi […] io percorro insieme a te […] De relato lo so da Giovanni, che frequentavo. Punto…» g: «Mi puoi dire qualcosa di più? Visto anche che ne hai parlato non solo a me ma anche a Enzo». m: «Sì, sì…» g: «Mi dai qualche dettaglio in più?» m: «Magari. Non ricordavo neanche il cognome! È molto difficile quello che chiedi… non ne ho idea. Allora ero fresco di racconto. Ora non vedo Giovanni da anni. Lo vedevo solo al mare. Nell’isola che frequento. Lui sulla sua barca». g: «Ma ora ti ricordi che Mahler ti ha detto che quel signore è il figlioccio di Descalzi». m: «Sì, esatto». g: «E ora ricordi che lo hai detto anche a Enzo?» m: «Sì, sì… […] Ho visto una sola estate Giovanni. Poi mi ha tirato un bidone… gli ho fatto fare un affare e non mi ha pagato […] Vuoi che ti dico come la penso?» g: «Basta che mi parli di Mahler e Haly. Altre cose non mi interessano». m: «No, no… è molto peggio quello che penso. Mooolto peggio: che la Procura di Milano copre sempre tutto. E che è peggio della Procura di Roma. Altro che il porto delle nebbie!» g: «Ma ora che c’entra?» m: «No, no… indaga su questo! Indaga su questo se vuoi essere un giornalista serio. Ti saluto!» Quel telefono sbattuto in faccia segna la fine del nostro rapporto (dubito che questo libro cambi le cose). Ma la certezza che quel gioco fosse per loro a somma zero, la ottengo qualche giorno più tardi quando vengo a scoprire di un’inchiesta giudiziaria fino ad allora a me sconosciuta, condotta alcuni anni addietro da Walter Mapelli, oggi procuratore a Bergamo ma all’epoca pm a Monza. Indagando su tutt’altre vicende, gli uomini della Guardia di Finanza che lavoravano con Mapelli si erano imbattuti in due personaggi – Giovanni Cucchiara e Luca Fracassi – che conoscevano Vincenzo Armanna, Ferdinando Mach di Palmstein e Sergio Cusani. E per una delle tante fortuite coincidenze di questa storia, i finanzieri di Monza al comando del Maresciallo Antonio Carotenuto avevano intercettato conversazioni che queste persone avevano avuto tra loro nell’estate/autunno del 2014.
Il mio primo passo è quello di procurarmi i cosiddetti brogliacci, cioè le sintesi delle conversazioni telefoniche intercettate. Da quelli vengo a sapere che Armanna, Mach, Cusani e i due personaggi a me fino allora sconosciuti, Fracassi e Cucchiara, avevano spesso discusso di una transazione riguardante la Saipem e di una relativa all’Eni. Ma quelle vicende esulavano dal raggio d’azione giudiziario degli uomini del maresciallo Carotenuto. E i brogliacci non fornivano dettagli. Dal verbale dell’interrogatorio di Fracassi vengo a conoscere l’origine del suo rapporto con Cucchiara: Armanna Vincenzo, che io conoscevo da tempo perché dirigente Eni in Africa e anche ad Abu Dhabi, mi presentò Cucchiara come persona di ampie relazioni in grado di acquisire commesse […] Io lo incontrai a Roma a metà dicembre 2013, verificai che effettivamente aveva tanti contatti tra i quali magistrati amministrativi e il prefetto del Vaticano […] Fu Cucchiara a presentarmi i fratelli Giuseppe e Silvio Cuffaro […]. Insomma, tradotto in italiano, Cucchiara era uno sbrigafaccende ben ammanicato. E Fracassi una persona che cercava di avere commesse grazie alle entrature di tipi del genere. Se il loro giro fosse rimasto ristretto ai fratelli dell’ex Governatore della Sicilia Totò Cuffaro o ad anonimi magistrati amministrativi, la cosa non sarebbe stata di mio interesse. Ma Armanna aveva chiaramente aperto loro le porte di un giro di più alto livello. Che lambiva i vertici del gruppo Eni. E qui a darmi uno straordinario aiuto arrivano i file audio integrali delle intercettazioni. Da quei file scopro che tra l’agosto e l’ottobre del 2014 Armanna, Mach, Cusani, Fracassi e Cucchiara, con il supporto apparente di Mahler, hanno costituito un’allegra combriccola con evidente propensione alla menzogna e al tradimento reciproco. L’obiettivo che intendono raggiungere, forse insieme forse no, è quello di arricchirsi grazie alle fees di due transazioni legate al gruppo Eni. La prima è l’acquisto dei campi petroliferi nigeriani che l’Eni vuole apparentemente dismettere e sui quali Armanna ha orchestrato un piano in cui è coinvolto anche l’avvocato siracusano Piero Amara. Nel decreto di perquisizione di casa Mantovani la transazione viene descritta così: «un’operazione finanziaria avente a oggetto la cessione di un asset di una società rientrante nell’orbita del gruppo Eni all’imprenditore nigeriano Kola Karim». L’altra transazione ha invece a che vedere con la vendita da parte di Saipem del 20 per cento di quote della Rosetti Marino, società di ingegneria e logistica di Ravenna. Il potenziale compratore in entrambe le transazioni è il suddetto Kola Karim, ricchissimo imprenditore nigeriano residente in Gran Bretagna legato a Fracassi (e che costui, nel linguaggio cifrato e politicamente scorretto delle conversazioni intercettate, chiama “lo scuro”). Qual è la strategia su entrambi i progetti? Esattamente quella di Emeka Obi sull’Opl 245: insinuarsi nella trattativa tra venditore e compratore per, come direbbe Bisignani, “lucrare” sulla compravendita grazie alle connections con i vertici del gruppo Eni. In altre parole, mentre mi denunciano le malefatte di Obi e Bisignani e stigmatizzano la connivenza di Mahler e dei capi dell’Eni, tra loro e con altri, Armanna e Mach replicano lo schema Obi-Bisignani. Con identiche modalità e identici interlocutori. A provarlo sono le loro stesse conversazioni. Cominciamo dalla seconda transazione, quella relativa alla vendita del 20 per cento di quote che la Saipem, all’epoca diretta da Umberto Vergine, ha in programma di vendere e che l’allegra combriccola conta di far comprare a Kola Karim, a loro noto come “lo scuro”. Riporto qui i passaggi più illustrativi di alcune telefonate tra Sergio Cusani e Luca Fracassi avvenute nel pomeriggio del 16 agosto 2014. cusani: «Ho parlato con il nostro amico [Mahler]. Gli ho detto: “Guarda che secondo me si può fare quest’operazione […]» E mi fa: “Benissimo […] Il 23 e 24 sono in barca da me e quindi…” […]» fracassi: «Quello che devi pensare tu con Ferd [Ferdinando Mach] è come inserirci, come trarre profitto su questa cosa qua… Non entra certo nel libro delle charity!» c: «Nooo. Questo è un discorso di commissioni. Chi vende e chi compra paga le commissioni». f: «Lui [Kola Karim], con il suo gruppo, fa una manifestazione d’interessi a Saipem. Io, a lato, con la mia società [Actium Holding Sa], faccio un accordo che se l’operazione va a buon fine io voglio X […]» c: «L’offerta a fermo va presentata da Marco Polo. Così Marco Polo chiede la commissione». f: «Ma tu la commissione a chi vuoi chiederla? A lui [Karim], o a quelli là [Saipem]?» c: «Al venditore». f: «Ah… allora io la chiedo a lui?» c: «Questa è una cosa che dobbiamo concordare con l’amico… insomma, con Giovanni. Se la presenta lui, ha diritto a chiedere una commissione d’intermediazione. Se arriva da un altro, Saipem non paga un cacchio». f: «Ma secondo te Saipem paga una commissione su questa cosa qua?» c: «Dobbiamo parlare con lui, che deve parlare con chi di dovere e dire: “Se ti presento un’offerta mi paghi la commissione?” Questo il punto». f: «Ho capito… ma prima che io gliela faccia fare [si riferisce all’offerta che Kola Karim deve presentare], non è il caso che ci informiamo se Saipem fa una cosa del genere?» c: «Difatti lo incontriamo martedì e parliamo anche di questo. Perché se lui dice: “No, io non posso pagare commissioni”, a questo punto…» f: «Ah, ok… io pensavo che… mi suona strano che Saipem paghi una commissione». c: «Perché ti suona strano? Non è strano […] Chi porta un’offerta ha diritto a una mediazione. Però questa è una cosa che dobbiamo concordare [con] quello […]». f: «Allora gli dico [a Karim] che per lunedì sera, massimo per martedì riceverò il draft di come formularla e mandarla, e a chi. Poi a lato io faccio un accordo con lui [sempre di Karim]: per chi ha successo voglio X». c: «Perfetto!» f: «E non gli dico per chi, per come… gli dico: “Per le persone che ci aiuteranno”». c: «Sì… e quanto pensi…?» f: «Mi dite voi. Poi ci penso io a strutturarla». c: «Sì, ma quanto si può chiedere di commissioni? Quanto gli puoi chiedere tu?» f: «Io parto dal 5». c: «Eh?» f: «Io parto dal 5 per cento». c: «Ah, benissimo […]. Se quello [il referente in Saipem] dice: “Certo che pago una fee!”, allora a questo punto [l’offerta] viene presentata dalla Marco Polo. Che presenta l’offerta e quindi chiederà una commissione… del 3 per cento…» f: «Quindi utilizzeremo Marco Polo per quanto riguarda il venditore e la Actium per quanto riguarda il compratore?» c: «Marco Polo-Giovanni… la Srl qui». f: «Non so se è buono usare Marco Polo… Giovanni ha dei problemini». c: «Noooo… difatti si usa la Marco Polo e non la bg [Bluegreen]. Marco Polo non la conosce nessuno». Da questi stralci deduco che l’allegra combriccola ha in programma di strappare una commissione, o fee, al compratore amico di Fracassi. A quel fine conta di usare la società di venture capital di Fracassi, la Actium Holding Sa di Ginevra. Il gruppetto spera inoltre di spremere alla Seipem un’ulteriore fee del 3 per cento del valore della compravendita. Devono però accertarsi della disponibilità di Saipem a pagare una commissione. In caso affermativo, Cusani suggerisce di presentare l’offerta attraverso la Marco Polo Advisors Srl, società di consulenza con sede a Milano, in Corso Venezia, che dagli atti della Camera di Commercio ho appurato essere interamente di proprietà di Bluegreen Holdings Limited. Cioè di Mahler. c: «Io approfitterei dell’occasione che quello lì è in barca…» f: «Vorresti approfittare di cosa? È in barca… e quindi?» c: «Siccome l’amministratore va in barca da lui…» f: «Da Giovanni [Mahler]?» c: «Sì. E Giovanni in quell’occasione gli può dire: “Guarda che se ne occupa Sergio… c’è un compratore della tua quota”». In questa seconda telefonata Cusani parla de “l’amministratore” che Mahler ha in programma di ospitare nel suo yacht. Potrebbe trattarsi di Claudio Descalzi, ad della capogruppo Eni che avevo saputo era stato a bordo dell’imbarcazione di Mahler. Oppure di Umberto Vergine, ad della Saipem. Uno stralcio differente offre ulteriori dettagli: c: «Ora chiamo Carlo… tu sai chi è Carlo, il marito di Alessandra, sì?» f: «Sì, certo». c: «Chiamo Carlo e gli dico: “La cosa non è caduta perché abbiamo recuperato… un 20 per cento. Quando si dovesse chiudere, ti chiedo di farti promotore di un incontro tra l’imprenditore… tra i due imprenditori”. Carlo è stato presidente degli industriali dell’Emilia Romagna, quindi lo conosce benissimo. Sono amicissimi […]». f: «Scusa, ma per una cosa del genere non vai direttamente da Umberto?» c: «Certo! Certo […]». f: «Ma non capisco perché il discorso di Carlo… dico, ormai vai su Umberto, no?» c: «Noooo… l’incontro è con l’80 per cento». f: «Ah, per fargli capire che anche lo scenario è utile?» c: «Esatto!» Qui Cusani introduce nello scenario un altro suo contatto, che tutto lascia pensare sia Carlo Sama, marito di Alessandra Ferruzzi ed ex presidente degli industriali di Ravenna, città dove ha sede la Rosetti Marino. Quando Cusani parla dei “due imprenditori” e dell’“incontro con l’80 per cento” si riferisce a un meeting tra Kola Karim e l’ingegner Gianfranco Magnani, Amministratore Delegato della Rosetti Marino che aveva il controllo della società. Ma Fracassi inizialmente è spiazzato dal suggerimento di Cusani, non vedendo il bisogno di coinvolgere Sama, visto che il piano è di andare «direttamente da Umberto». Cusani conferma quest’ultimo punto «certo!» ma poi spiega che Sama sarebbe servito a presentare Karim a Magnani, il suo futuro socio in Rosetti Marino, e non al venditore. Questo scambio porta a concludere che la persona che sarebbe andata “in barca” con Mahler sia Umberto Vergine. Per accertarlo decido di richiamare l’ingegner Vergine al suo cellulare (gentilmente fornito dalla Procura di Siracusa, che lo ha messo agli atti). Il 19 aprile 2018 ho con lui questa brevissima conversazione telefonica: gatti: «Come le ho detto nella telefonata precedente, sto scrivendo un libro che ha a che vedere con il gruppo Eni. Ho trovato testimonianze che indicano che il 23-24 agosto 2014 lei era in barca insieme a Giovanni Mahler, giusto?» vergine: «Senta, le ho già detto che non intendo fare interviste con lei». g: «Adesso sto parlando di lei, non più dell’Eni». v: «No, no… non parla di me… non parla di me… la posso salutare? Buonasera». g: «Non vuole spiegarmi se è vero che…» [Click] Subito dopo, non volendo lasciare nulla d’intentato, ho inviato la seguente email: Gentile Ingegner Vergine, qualche minuto fa al telefono non mi ha dato modo di parlare, interrompendo la conversazione. Mi sento quindi in dovere di insistere. E spiegarle meglio il motivo della mia telefonata. Nella nostra precedente conversazione telefonica le avevo detto che sto scrivendo un libro sulla vicenda Opl 245 e che volevo sapere se era disposto ad aiutarmi a capire come mai il suo nome era finito nel calderone di Trani e Siracusa. Lei mi ha risposto dicendo che preferiva «dire di no» e che preferiva «evitare di tornare su questo argomento». Io ho capito e accettato questa sua scelta. Ma oggi l’ho chiamata per un altro motivo. Nel lavoro che sto conducendo per il libro mi sono infatti imbattuto in testimonianze secondo le quali il 23-24 agosto 2014 lei sarebbe stato in barca insieme a Giovanni Mahler. Questa è una cosa che esula dalla vicenda Opl 245 e riguarda lei personalmente. Siccome ho evidenze a questo proposito, intendo riferirle nel libro, ma non intendo assolutamente farlo senza prima verificarle con lei, quindi darle modo di darmi una conferma o smentita, e soprattutto dirmi se ciò che emerge dalle testimonianze da me raccolte sulle interlocuzioni di quell’epoca tra lei e Giovanni Mahler corrisponde al vero. Mi auguro lei concordi nel pensare che questa è, da parte mia, la cosa più giusta e corretta da fare. Nei suoi confronti e nei confronti dei miei lettori. Avendole spiegato meglio perché sono tornato a disturbarla, la prego dunque di farmi avere un suo commento o una sua risposta affinché io non sia costretto a scrivere che lei ha scelto di non confermare né smentire questo evento e soprattutto di non spiegarmene le circostanze. Grazie ancora Non avendo mai avuto alcuna risposta da Vergine decido di chiedere a una persona che non poteva non sapere di chi si stesse parlando: Vincenzo Armanna. Lo chiamo, specificando che volevo intervistarlo ancora on the record. E lui, come nella precedente occasione, accetta: gatti: «Sai chi è quell’“amministratore”?» armanna: «Se [la conversazione] è relativa all’affare Rosetti Marino, allora è Vergine. In quel periodo il loro cavallo era Vergine». g: «Che cosa ti dà la certezza?» a: «Io avrei dovuto affittare una casa a Ibiza [quell’estate], dove avrei potuto vedere tutti. Insieme a Ferdinando [Mach]… c’ho ancora da qualche parte la proposta: quarantamila euro a settimana… o una cosa del genere». G: «E che c’entra Vergine?» a: «Pure lui era a Ibiza. Mi hanno detto: “Così te lo presentiamo perché pure lui è a Ibiza”». La conferma definitiva me la offre lo stesso Luca Fracassi in un’intervista telefonica in cui mi dice che si parlava «sicuramente di Vergine». In quella nostra chiacchierata, Fracassi si mostra molto aperto («Mi faccia qualsiasi domanda e le risponderò senza problemi») e non esita a fornire molte spiegazioni. Per esempio, mi conferma che il Giovanni di cui si parla è Mahler, e mi dice che a presentarglielo era stato Ferdinando Mach, perché persona con accesso a uomini influenti. Quando gli chiedo quali fossero i contatti di Mahler nel gruppo Eni non esita a rispondere: «In Eni so che era amico di Descalzi. Poi di Vergine». La seconda transazione che interessa alla combriccola è quella relativa ai campi petroliferi nigeriani di cui si è già parlato nel capitolo 11. Ed ecco gli stralci più interessanti tratti da una telefonata tra Ferdinando Mach e Luca Fracassi del 19 agosto 2014: mach: «Siccome devo parlare con Giovanni, voglio chiarire un momento come sarebbe la mia strategia […] Ti faccio tutta l’impostazione…» fracassi: «Scusa un attimo… ma tu stai parlando di Ravenna [quindi di Rosetti Marino], giusto?» m: «[No] quella è già incanalata bene da coso… parlo di quell’altra [la transazione dei campi offshore nigeriani], che è così confusa che adesso che si vedono rischiamo che viene fuori un casino. Io nel parlargli [a Mahler] voglio dirgli io come stanno le condizioni […] Il peggio che ci possa capitare è finire in mano all’advisor del venditore… il peggio che ci possa capitare è che lo spagnolo [soprannome dato da Mach a Giovanni Mahler, in quanto lo avrebbe incontrato a Ibiza] presenti l’advisor del venditore al tuo cliente… che già si conoscono. Ma non deve avere alcun ruolo quello!» f: «Tu non preoccuparti dello “scuro”, lo indirizzo dove voglio…» m: «Chiaro, ma nell’indirizzarlo dove vuoi […] noi ce ne sbattiamo i coglioni dell’advisor del venditore – del vecchio manager che coman… che guidava il venditore fino a sei mesi fa. La persona responsabile per conto del compratore sei solo tu: tu comandi». Qui appare un altro personaggio: l’“advisor del venditore”. Come “l’amministratore”, neppure costui è identificato per nome. Ma i dettagli forniti da Cusani portano a pensare che si tratti di Paolo Scaroni. Mi aiuta una breve notizia data dal sito Repubblica.it una settimana prima della conversazione tra Mach e Fracassi: «A bussare alla porta di Eni e Saipem sarebbe stata anche Rothschild, la boutique finanziaria che da un paio di mesi ha ingaggiato come suo vice presidente Paolo Scaroni, ex ad dell’Eni e per nove anni guida incontrastata del Cane a sei zampe». Seppure a Rothschild Scaroni fosse andato due e non sei mesi prima, come detto sbrigativamente da Mach, il resto delle informazioni coincidono. Mach infatti qualifica l’advisor in questione come «il vecchio manager che coman… che guidava il venditore». E quella figura è chiaramente Paolo Scaroni. Ma il personaggio più misterioso di tutti è un tale Anthony, o Tony, che Mach, Fracassi e Armanna presentano come l’uomo-chiave della transazione. Colui che ne può determinare il successo o il fallimento. «Ho bisogno di avere un rapporto con Anthony», dice Mach a Fracassi il 1 agosto 2014. Quattro settimane dopo è Fracassi a dire a Cusani: «Lunedì vedo […] l’avvocato di quello forte interno – Anthony». Pur usando quello che sembra un nome in codice, Fracassi e Armanna sono più espliciti: armanna: «Allora, ho visto Tony, che è qua con altri amici [Armanna in quel momento si trova in Sardegna]. Lui mi diceva: “dobbiamo essere veloci […]”». aracassi: «Tony è quello… esecutivo, diciamo. Che però sta nel backstage […] Tu organizzi con Tony, che è l’esecutivo… ma a detta sua bisogna fare velocemente?» a: «Velocissimamente. Dobbiamo chiudere entro dicembre… chiudere completamente. Tony mi ha detto una cosa: “Ti chiamerà Piero […] ti darà il nome di una società… [alla quale] dare il mandato […] Appena gli dai il mandato, lui ti fa l’incontro ufficiale. Tu fagli un mandato all’inizio esplorativo. Poi al verificarsi di certe condizioni cambiano le cose e diventano via via sempre più vincolanti». f: «Ma perché Piero vuole questo?» a: «Hanno preso troppe inculate m’ha detto. Testuali parole». Identificare quel “Piero”, mi è facile. Perché subito dopo aver parlato di lui ad Armanna, su invito di quest’ultimo, Fracassi lo chiama al cellulare. E nei brogliacci trovo il numero di Pietro Amara, detto Piero, l’avvocato siracusano legato a Gaboardi e alla “polpetta avvelenata” che, come ricorderete, viene registrato dalla Guardia di Finanza mentre discute con Armanna, Paolo Quinto e Andrea Peruzy dei campi petroliferi che l’Eni vuole vendere in Nigeria. Ma chi è Anthony (o Tony) che Fracassi definisce come “forte interno” di cui Amara sarebbe stato avvocato? Quando glielo chiedo, Fracassi dice di non ricordarselo, e giustifica quest’amnesia così: fracassi: «Armanna ne ha dette talmente tante che non riesco a ricordare di questa». gatti: «Come fa a non ricordare? Da come ne parlate aveva un ruolo importante». fracassi: «Le do la mia parola che risponderei… glielo direi. Non me lo ricordo […]». Un aiuto nell’identificazione di questo Anthony mi viene dato dalla fonte a conoscenza di ciò che Armanna ha detto nell’incontro con Quinto, Peruzy e Amara. Durante questo incontro Armanna suggerisce di rivolgersi a Mantovani per spostare i funzionari locali che avrebbero a suo giudizio ostacolato l’operazione di acquisizione degli asset dell’Eni che interessavano a Kola Karim. In quell’occasione, oltre che con Mantovani, Armanna consiglia ad Amara di parlare anche con un tale “Antonio”, che poi lui stesso identifica in Antonio Vella, l’attuale Chief Upstream Officer dell’Eni sotto processo per la questione Saipem-Algeria. Che sia Vella quello “forte interno” che nelle intercettazioni della Procura di Monza viene chiamato Anthony o Tony? Impossibile avere certezze, ma c’è da dire che l’incontro in cui Armanna invita l’avvocato Amara a sentire Antonio Vella avviene proprio in concomitanza con le telefonate in cui parla a Fracassi di Anthony/Tony, presentandolo come contatto interno all’Eni di Amara. Così come occorre notare che Amara era parte del team legale dell’Eni responsabile delle questioni ambientali e che il Centro Olio Val d’Agri di Viggiano, in Basilicata, era nel pieno di una controversia politico-ambientale per via di un’esplosione verificatasi alcuni mesi prima. E il dirigente dell’Eni che aveva la responsabilità ultima di quel centro era proprio Antonio Vella. Su questa base, l’attuale top manager dell’Eni sarebbe potuto essere definito “quello forte interno” di cui Amara era avvocato. Alla fine le manovre della combriccola non produranno risultato alcuno. Perché Kola Karim non rivelerà né il 20 per cento di quote che Saipem aveva in Rosetti Marino né tantomeno i campi petroliferi nigeriani. Ma come con Obi, Bisignani e Di Nardo, poco importa: le intercettazioni della Procura di Monza aiutano infatti a conoscere le trame segrete della combriccola guidata da Mach e Cusani. E le loro dinamiche interne. Fatte di menzogne, millanterie e tradimenti. La prima persona che erano pronti a tradire era lo stesso Mahler, quello che, grazie allo yacht, serviva ad arrivare direttamente all’ “amministratore”. Traspare da varie telefonate. Come questa del 1° agosto 2014: fracassi: «Com’è andata con Ferd [Ferdinando Mach]? Hai trovato una linea?» armanna: «Stavamo parlando che alla fine Gio’ [Giovanni Mahler] sta diventando sempre più inutile […]» fracassi: «E infatti, ieri lui [probabilmente Ferdinando Mach] mi ha mandato a parlare con Sergio. E ha detto la stessa cosa. Ha detto: “Dobbiamo toglierlo di scena […] Tanto a KK [Kola Karim] non importa niente che sia Mahler. Lui vuole solo il suo obiettivo e basta». L’altra dimostrazione dell’assoluta mancanza di lealtà – o di schiettezza – tra i membri della combriccola viene da un paio di telefonate del 3 ottobre 2014. La prima la fa Armanna al suo amico siciliano Giovanni Cucchiara per raccontargli di aver saputo che Claudio Descalzi, assieme al membro del CdA Andrea Gemma, era intervenuto sul Ministero dell’Interno per chiedere la sospensione del suo passaporto: armanna: «Mi volevano far togliere il passaporto!» cucchiara: «Tramite Gemma? L’avvocato? A: «Sì, questo che neanche mi conosce… prendendo istruzioni da corrotti va a dire questo là […]». C: «Ma è un ragazzino [si riferisce a Gemma] un viziato… non pensare che… […] Se vuoi chiamo io Andrea [e gli dico]: “Ma Andrea, ma che minchia, sei un cretino?” Cose da pazzi! Ma roba da pazzi! Ma alla fine è stato lui a chiedere di farti ritirare il passaporto?» A: «Assolutamente lui! Lui ha accompagnato Descalzi al Ministero degli Interni […] Ha detto: “Gli dobbiamo togliere il passaporto”. Per fortuna che dall’altra parte c’era uno serio che ha detto: “Guardate che se scrivete queste cose e lui non ha fatto nulla, vi rovina”». C: «E certo! È normale! […] Ascolta: io a lui personalmente… io c’ho un amico comune con Andrea, che ci parlo [sic] un giorno sì e uno no. Perché siamo amici… con lui, con l’amico. Io, se vuoi, chiamo l’amico mio e dico […] “Marcello, ma che sta succedendo. Ma che Andrea…?”» Poco dopo Cucchiara chiama Fracassi per riferirgli quello che gli ha detto Armanna: cucchiara: «Mi ha chiamato – top secret tra di noi – Enzo Armanna. Dieci volte!» fracassi: «Ti ha chiamato?» c: «Dieci volte!» f: «Sai perché, secondo me? Per l’amico di… deve aver fatto qualcosa l’amico di… Marcellino. Quello che abbiamo incontrato quella sera là». c: «Sì. Ho capito». f: «E lui [Gemma]… lui mi ha detto: “Per il vostro amico…”. Io ho detto: “Nostro amico? Non lo conosco neanche!” Gli ho detto: “Quando tu ci hai detto che non contava niente, non abbiamo fatto niente”». c: «Bravo! Bravo. Hai fatto bene!» Questa conversazione è meno difficile da interpretare di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Quando Cucchiara gli comunica che il loro supposto amico e partner Armanna lo ha chiamato “dieci volte”, Fracassi non deve neppure chiedere il perché: sa già che la chiamata di Armanna riguarda un qualche intervento dell’ “amico di Marcellino”. Sarà lui stesso a rivelarmi le identità delle due persone di cui si parla. “Marcellino” è Marcello Massinelli, forse il più stretto collaboratore di Totò Cuffaro quando era governatore della Sicilia. E l’amico a cui fa riferimento nella conversazione con Cucchiara è Andrea Gemma, avvocato e membro del CdA dell’Eni. Non solo: Fracassi mi conferma che è Gemma la persona con cui ha parlato di Armanna e dalla quale ha saputo che quest’ultimo «non contava niente». Dalla bocca di Fracassi apprendo dunque di contatti diretti con il consigliere di amministrazione dell’Eni Andrea Gemma. La cosa sarebbe comunque sospetta. Ma un’altra telefonata tra Fracassi e Armanna la rende esplosiva. Mi riferisco alla telefonata del 16 agosto 2014 in cui i due discutono della loro strategia per “lucrare” sulla vendita dei blocchi petroliferi nigeriani e del supporto che hanno all’interno dell’Eni. Dopo aver parlato di “ Tony” come della persona che deve svolgere un ruolo “esecutivo” da dietro le quinte, Fracassi aggiunge: «Io faccio fare scena allo “scuro”, portandolo a tavolino con un board member. Ed è quello che ci appoggia e ci para il culo dentro. Il parafulmini. E voci mie, sicure, mi dicono che sta facendo da parafulmine [anche] al marito della scura…uno all’interno del board della zia». A rivelarmi l’identità della “zia” è Vincenzo Armanna: armanna: «La “zia” è l’Eni». gatti: «Perché “zia”?» a: «Così si chiama». g: «La chiamavate voi così? O è nota come “zia”?» a: «In certi ambienti si chiama la “zia” [ride]». g: «In quali ambienti?» a: «Dell’intelligence». A dirmi chi è la persona chiamata “marito della scura” è invece lo stesso Fracassi: «è l’Amministratore Delegato dell’Eni, il signor Descalzi». Nella telefonata del 16 agosto 2014, Fracassi fornisce altri dettagli utili sul board member, cioè il membro del CdA dell’Eni: «C’è uno all’interno del board della zia che sta facendo il culo al marito della scura. E lui [il board member loro amico], che è diventato capo di… di… non so il termine giusto… gli sta facendo da parafulmine […] Sta incontrando il marito della scura una volta alla settimana tête-à-tête». La prima persona di cui parla Fracassi è chiaramente Zingales – che appena un paio di settimane prima aveva avuto uno scontro con Descalzi nel corso di un burrascoso CdA. Ma il personaggio di maggior interesse è chiaramente il board member che a dire dello stesso Fracassi non solo funge da parafulmine di Descalzi ma, cosa ben più significativa, “appoggia” e «para il culo dentro» alla combriccola. Nella conversazione, Fracassi spiega che la persona in questione è diventata “capo” di qualcosa di cui non conosce la definizione. Ebbene, proprio due mesi prima di quella conversazione, a giugno del 2014, nel CdA erano stati scelti due “capi”. Il consigliere Alessandro Lorenzi era stato confermato a capo del Comitato Rischi. Ma era la posizione che aveva già con il CdA precedente, quindi non si poteva dire che fosse “diventato” capo del ccr. L’unica investitura nuova era stata quella di Andrea Gemma, messo a capo del Comitato Nomine, ruolo per nulla marginale ai fini di una possibile funzione di “parafulmine” dell’ad. Ha per esempio poteri sulle nomine dell’Organo di Vigilanza, la struttura di controllo interna più importante assieme all’Internal Audit (dove, vale la pena ricordarlo, Massimo Mantovani aveva la compagna e madre di sua figlia). Ovviamente ho pensato di contattare l’avvocato Gemma e chiedere una conferma o una smentita del suo rapporto con Fracassi&C. E possibilmente anche dei chiarimenti. Ma il consigliere mi ha risposto che, essendo le vicende sub judice, non può «in alcun modo parlarne, stanti i vincoli giuridici e le valutazioni di opportunità connesse al ruolo ricoperto». Ma è lo stesso Fracassi a confermare, seppur dopo qualche esitazione, che il supporter della combricola è proprio Gemma: gatti: «Con Cucchiara parlate di una persona che sta nel board dell’Eni e che fa da parafulmine. Questa persona è “amico di Marcellino”. Chi è?» fracassi: «Non lo so… sono passati quattro anni… glielo direi…» g: «È un po’ giovane per aver perso la memoria. Lei aveva un contatto nel board dell’Eni che è amico di “Marcellino”. Chi era?» f: «L’unica persona che conosco nel board dell’Eni, è l’avvocato Gemma». g: «Il parafulmine del “marito della scura”, dunque è Gemma?» f: «L’unica persona che conoscevo all’interno è lui […] quindi non può essere nessun altro». Ho contattato anche l’Eni per chiedere un’intervista a Claudio Descalzi affinché anche lui avesse modo di rispondere, smentire o chiarire le informazioni o i riferimenti che lo riguardavano. Ma l’ufficio stampa della compagnia petrolifera ha risposto spiegandomi di dover «declinare» l’offerta in quanto le mie domande sarebbero state «su argomenti oggetto di processi ancora in corso sui quali comunque l’azienda si è già espressa più volte ufficialmente».

Gatti, Claudio, “Enigate”, Edizione del Kindle.