Sufficiente aver scritto ciò che è stato scritto. E opportunamente indirizzato e letto da chi di dovere

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Ci sono donne e uomini che, spesso se non sempre, sono determinanti per le sorti del funzionamento della complessa macchina statale e che il grande pubblico non solo non conosce ma non immagina che neanche esistano.

Lo Stato, che comunque va avanti (dico una cosa che non deve stupire i miei attenti lettori) a prescindere dal colore che sembra, in quel momento, prevalere in sede parlamentare.

Ci sono ancora (in numero insufficiente) professionisti che risolvono, nella P.A., quotidiane difficoltà epifaniche (chissà se si possono definire così le continue emergenze che nei ministeri – e non solo – si devono affrontare?)  senza i quali staremmo cento volte peggio di come stiamo. Qualcuno sarà anche di freno o tenderà a condizionare gli eventi in chiave personale (non sono un ingenuotto) ma la gran parte rende possibile l’esistenza stessa della vita repubblicana. Uno di questi signori, ritengo sconosciuto al 99% degli aventi diritto al voto, è il prefetto Matteo Piantedosi. Per descriverlo uso un ottimo articolo uscito sul settimanale  L’Espresso del 5 ottobre 2018.

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Loro, redazionalmente, sapevano perché dedicavano il pezzo al Capo di Gabinetto di Salvini.  Altrettanto, c’è, come sempre in Leo Rugens, un perché di questo post. Rispettoso e speranzoso. Rispettoso perché, spero lo capiate, ho una stima ragionata del signor prefetto (a prescindere dai rapporti che alcuni gli attribuiscono con Matteo Salvini che certamente non è persona a me cara) ma soprattutto speranzoso perché fido nella sua capacità tecnico-umanistica di risolvere un problema gravissimo (è un eufemismo!) che mi sta particolarmente a cuore. E sono certo che anche al signor prefetto tale apparirà. Problema che attiene alla sicurezza dello Stato e la sua residua credibilità. Ma se è questione di Stato (come ritengo), è doveroso non dire altro. È sufficiente aver scritto ciò che ho scritto. A futura memoria.

Oreste Grani/Leo Rugens