Dietro l’angolo la dittatura

libro Dittatore

Matteo Salvini sembra avercela fatta. Sembra. Così come sembrava che Silvio Berlusconi e il mafioso Marcello Dell’Utri, dovessero guidare a vita questo tormentato Paese. Sembrava. 

In questa Italia in conflitto permanete perfino un dottorino per bene come Enrico Letta, con il suo Vedrò, è stato ad un centimetro dal dover rispondere di illeciti. Un tipaccio come Matteo Renzi ha dovuto fare slalom tra non poche porte giudiziarie (genitori compresi) nonostante ritenesse di avere il 40% dei voti. Rimuoveva che, banalmente, quella percentuale era calcolata sul 50% degli aventi diritto al voto. Paro-paro il consenso che in troppi calcolano stia gonfiando le vele leghiste. Numeri assoluti e numeri relativi ricorda questo marginale e ininfluente blog. Avendo alla fine sempre ragione. Come ha avuto ragione che non si doveva andare al governo con gente che la Repubblica l’aveva vilipesa e saccheggiata negli ultimi 25 anni.

Ho scritto 25 cioè quelli pari-pari passati da quando Matteo Salvini ha fatto finta di fare altro che allenarsi all’incontro con un ragazzetto disponibile a tutto come si è dimostrato essere Luigi Di Maio. Uno che i guantoni li aveva visti solo dipinti. O fotografati o indossati da altri. Di Maio, spero che ormai vi sia chiaro, è stato scientemente scelto perché, circondandosi come si è circondato di sabotatori, avanzi delle altre Repubbliche, ragazzotti e ragazzotte riconducibili ala categoria degli asini presuntuosi, dissipasse la speranza di undici milioni di italiani. Di Maio è uno che, anche in queste ore, chiede a destra e a manca, cosa si possa dare in cambio al cannibale Salvini perché plachi la sua cupidigia di potere.

T-Alfabeto hertè

Non vuole barattare solo le T di Treu, Toninelli, Trenta ma ciò che è implicito in quei ministeri. Ed io aggiungo che Di Maio è anche il responsabile di fesserie macroscopiche quali quelle che si intravedono in una riorganizzazione del M5S votata esclusivamente dai suoi clientes (25.000 a fronte di 11 milioni di lettori che ti avevano scelto pochi mesi addietro sono un peto puzzolente) che in questi ultimi anni, furbi furbi, si sono loro sì organizzati sotto le cinque stelle. Il Movimento elettoralmente tende a zero e se non vuole sparire dalla scena politica ha bisogno di ben altro che l’aspirina dimaiana. La sola speranza che ci rimane è che i 300 parlamentari non vengano forzosamente mandati a casa. Il M5S ha bisogno che al suo interno, giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, emerga una leadership secondo criteri opposti a quelli utilizzati per combinare il disastro appena conclusosi: “Un gruppo dirigente che sia pienamente tale deve evitare, mediante l’esattezza delle sue previsioni, informazioni, analisi, che un leader, a qualsiasi livello, si trovi in quella che è chiamata l’alternativa del diavolo, cioè l’obbligo di decidere tra due scelte ugualmente negative. Questo è successo in questi mesi e in particolare sul Treno ad Alta Velocità. Solo a questa condizione può delinearsi una leadership autonoma da condizionamenti e quindi in grado di esercitare la propria funzione.

Leadership

Leadership è la capacità di guida in un procedimento decisionale consensuale e condiviso. L’opposto di quanto è avvenuto dopo le vittorie elettorali, tutte figlie esclusivamente dello tzunami comunicazionale di Giuseppe Grillo da Genova, in campo prima e dopo la traversata dello Stretto di Messina. La leadership, se è tale, si contrappone, da un lato, al caos della miriade di impulsi di volizioni, interessi, proposte che, provenendo da un qualsiasi contesto di forze in contrasto tra loro, non trovano una mediazione e creano disordine e anarchia e una permanente conflittualità; e dall’altro lato si oppone a un’imposizione autoritaria della volontà, che annulla o deprime la molteplicità delle idee e genera una rigida gerarchia tra “capo” e sottoposti, con tutte le degenerazioni che questa comporta: di conformismo, di ortodossia, di sclerosi del pensiero.

La pratica della democrazia è connaturata al concetto di leadership. Tutte le idee vi trovano libera espressione, senza censure o autocensure, in un confronto aperto che arricchisce di utili apporti l’analisi delle situazioni e la ricerca dei modi di intervento. Ma da questo dibattito il leader ricava una propria indicazione di guida che trae giustificazione e autorevolezza dall’essere la sintesi di un processo di ricerca collettivo e insieme dal dare a questo processo una risposta motivata. La decisione finale non viene imposta di autorità dal vertice, ma si forma invece attraverso un lavoro in comune, che si conclude tuttavia in una scelta univoca, impegnativa per tutti, scaturita da un metodo di “persuasione”. Si può pensare a un gruppo dirigente in cui tutti partecipano alla formazione delle scelte e tutti sono corresponsabili della loro attuazione, ma dove proprio questo metodo di coinvolgimento conferisce alla volontà del leader pienamente la sua funzione di guida.

Leadership è sinonimo dunque di egemonia, cioè di una preminenza esercitata, nell’ambito di una libera consultazione, sulla base della qualità delle proposte e delle decisioni formulate.

La leadership è essenzialmente laica, nel significato più ampio del termine. La dipendenza, nel processo decisionale, da un credo ideologico vanificherebbe infatti inevitabilmente la libera ricerca, prefigurando o condizionando fin dall’origine la formazione delle scelte.  Essere laico in questo caso significa commisurare le decisioni esclusivamente sulla qualità dei fini e sulla congruenza dei mezzi per raggiungerli. E significa ugualmente disponibilità assoluta alla tolleranza, al dialogo, alla comprensione dell’altro da sé.  S’intende che nella “qualità” dei fini entrano molte componenti: accanto alla liceità etica, alla fondatezza scientifica, al progresso tecnologico, rivestono pari importanza la convenienza economica e l’utilità pratica sia a livello del gruppo che ne è promotore, sia a livello dell’interesse generale e della “qualità della vita” della collettività.

La leadership implica per sua natura un elemento utopico, cioè una prospettiva di cambiamento. La semplice conservazione dello stato delle cose non esigerebbe una capacità di guida; essa richiede tutt’al più un equilibrio (sempre instabile) tra le forze in contrasto, una sorta di accordo diplomatico tra interessi consolidati. Guidare un gruppo, un’istituzione,  un partito, una società significa interpretare il loro divenire, le loro energie emergenti, le loro potenzialità di progresso, finalizzandone il movimento a un disegno ordinato, razionalmente e responsabilmente governato. Per fare questo è necessario spostare in avanti, in un luogo altro (l’utopia, modello ideale ma realizzabile) la linea del consenso, il che implica sia la critica alle situazioni esistenti sia un positivo orientamento verso forme innovative. Come il pensiero laico, anche l’utopia così definita – misurandosi dinamicamente sulla realtà – si contrappone alle ideologie, alla loro tendenziale rigidità e ortodossia.

La cultura è il nutrimento essenziale della leadership. Soltanto le idee, in tutte le loro accezioni (riflessione critica, autoconsapevolezza, responsabilità etica, conoscenza attraverso le arti, espansione del senso positivo della vita e della sua fruizione), possono infatti assicurare la fondatezza e la ragione stessa di un’egemonia. E possono trasferire la convivenza tra gli uomini a ogni livello, dalla conflittualità quotidiana di interessi particolaristici, a una prospettiva di sviluppo nel futuro, com’è nella natura della mente umana e nelle inarrestabili conquiste della scienza”.   

Abbiamo scritto (e dall’ora praticato) tutto questo, anni addietro, ma nessuno, dentro e fuori il MoVimento, ha ritenuto degno di un qualche riflessione questo spunto. Ma io che so cosa faccio e cosa scrivo (pur consapevole dei miei limiti), reitero il mio tentativo e offro questa base di riflessione perché l’apatia non prevalga e, con l’apatia, la dittatura. Perché, cazzoni miei, dietro l’angolo c’è la dittatura.

Oreste Grani/Leo Rugens

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