E dopo tanto tuonare piovve! Dopo il TAV ora viene il Ponte sullo Stretto

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Cazzoni, ora come vi mettete? Cazzoni pentastellati messinesi, quelli che hanno spinto per l’alleanza con Salvini, provare cortesemente a raccontarci le vostre ragioni? Dentro e fuori i Circoli Rotariani.

A Taormina, il Ministro di Polizia, uora uora arrivato co u ferribotte, ha dato l’annuncio: la Sicilia (e la Calabria, aggiungo io) hanno bisogno del Ponte sullo Stretto! Così la cambiale è stata pagata, a chi di dovere. O, meglio, ha promesso di pagarla.

Ma siccome questa cambiale, ve lo giuro, non sarà pagata, abbiamo trovato chi risolverà il problema Salvini in Italia. Perché con quelli che non si è voluto combattere come si doveva, c’è poco da scherzare. Soprattutto se sono un ibrido di massoni e di malavita.

Da tempo, nella mia marginalità e ininfluenza, ponevo il problema del Ponte e di chi ancora, paziente dopo anni, aspettava il “corrispettivo” in calcestruzzo e tecnologie affini. Sopra o sotto il mare.  A Messina “babba” (ricordate il post del 15 luglio 2019 “Messina città babba, un cazzo!” che finiva con Prima puntata?) e a Reggio Calabria. Ora vediamo cosa dirà/farà il Capo dello Stato. La “dichiarazione di guerra” alla Repubblica Italiana è stata consegnata. Vediamo se lo Stato risponderà come si merita questo “posteggiatore abusivo”.   

Noi siamo pronti e lo saranno anche i siciliani e i calabresi onesti. Che sono tanti.

Da mesi scrivevamo: Hic Manebimus Optime! Cominciate a capire cosa stessimo dicendo?

Oreste Grani/Leo Rugens che era sicuro, ciento per ciento, che il tour finiva con la ciliegina sulla torta. Dei mafiosi.

P.S.

Ma quale tasse eque, o quote latte, o contrasto alla BCE. Salvini deve rispondere ai signori del calcestruzzo (e di altro) del voto (di scambio?) da poco incassato e di quello sotto inteso alle future elezioni.    

P.S. al P.S.

Tre nomi per tutti a vantaggio degli scordarelli : Ludovico Ligato; Salvo Lima; Giovanni Gioia.

P.S. al P.S del P.S.

Non ci riesco a non essere volgare quando sono in presenza di tale violenza e volgare ipotesi mafiosa. E mi scuso con gli amici intelligenti che mi avevano consigliato di moderarmi.



MESSINA CITTÀ “BABBA” UN CAZZO!

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Quando Giuseppe Grillo da Genova decise di attraversare lo Stretto di Messina a nuoto ritengo lui stesso non sapesse cosa stava, con un segno così forte, dicendo ai siciliani e al resto del Paese. Non dico che abbia agito tanto per fare (per carità!) ma non credo che sapesse a chi portava la sfida partendo proprio da Reggio Calabria, altro luogo simbolo e metaforico dei poteri occulti. A nuoto vuol dire con la sola forza delle braccia e delle gambe. E della testa. L’atto politico più alto che il capo indiscusso del M5S potesse ideare e realizzare per sfidare le mafie. Di qua e di là.

Così fece e così partì la riscossa civile, sognata da ogni grillino onesto.

Molti capirono e molti lo seguirono.

Altri, capendo troppo, decisero che questo cazzo di MoVimento doveva essere contrastato. E così è stato complice anche qualche cazzone di troppo.

Le elezioni andarono bene e l’effetto alone si riverberò in tutto il Paese. Anzi, in Europa e, forse, nel Mondo. Poi la vicenda si è involuta e non sono certo io in grado di raccontarla. Io che sono un insignificante e marginale blogger e che “capisco poco di alcune cose”.

So ancora fare altro però e lo faccio con amore e determinazione perché il sogno non finisca. E non solo perché sono stato tra i sognatori. Ma perché, pur di capire ed attenzionare ciò che di seguito anche voi arriverete a capire, ho perfino, anni addietro, dato vita ad una rivista battezzandola con un bellissimo nome quale è Piazza Armerina. E nel fare la rivista ho frequentato, da vicinissimo, la famiglia di imprenditori messinesi Franza Mondello. La rivista era la testata del loro gruppo nel settore alberghiero. E vedrete di seguito (ci vorranno più puntate) chi siano stati i Franza e perché è bene recuperare alcuni spunti del loro agire imprenditoriale per capire l’importanza di Messina. Per nulla “babba”. Anzi. Per nulla “babba” la sua imprenditoria, la sua massoneria, il suo mondo paramassonico a cominciare dai circoli rotariani. Giovanili o meno che siano. Imprenditoria e potere universitario fortemente intrecciati come si capisce recuperando fonti aperte che giacciono in rete e che nessuno può smentire.

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Grillo attraversò lo Stretto a nuoto mentre altri, da decenni, ci volevano fare, a tutti i costi, il Ponte.
Nella rete si legge che lo Stretto di Messina è in realtà uno snodo di interessi criminali a me non dispiace assumere l’onere di rilanciare queste informazioni anche se dovessero portarmi guai giudiziari.
Molto si è scritto sulla potenza criminale della ‘ndrangheta e sulla sua capacità di penetrazione nel tessuto socioeconomico della Calabria. Un po’ meno si sa delle organizzazioni criminali esistenti nel territorio messinese e solo dopo lo scoppio del cosiddetto ‘Caso Messina’ nell’inverno-primavera del 1998 (partiamo da lontano, come si dice), mass-media, inquirenti e membri della Commissione parlamentare antimafia hanno iniziato ad approfondire il ruolo e la portata della mafia della città dello Stretto. È opportuno un approfondimento per comprendere a pieno il contesto criminale in cui alcune forze politiche spingevano perché sorgesse la grande infrastruttura per il collegamento tra i promontori di Scilla e di Cariddi.
È stata la Direzione Investigativa Antimafia ad analizzare, prima di chiunque altro e opportunamente, il ruolo storico giocato da Messina per l’alleanza strategico-operativa delle cosche siciliane e delle ‘ndrine calabresi.

Le risultanze delle indagini hanno accertato che grazie alla sua posizione geografica, la provincia di Messina rappresenta uno “snodo vitale”, una sorta di “area comune”, non solo per l’economia siciliana ma anche per gli interessi di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta.
La provincia di Messina, scrisse a suo tempo la DIA, è “caratterizzata da vivaci e complesse dinamiche criminali locali in cui si evidenziano costanti interferenze mafiose di diversa estrazione e provenienza che, tuttavia, non sembrano mirare alla impostazione di un modello di struttura criminale verticistico con competenza su tutto il territorio della provincia. Si registra l’influenza di circuiti malavitosi collegati alla Calabria, anche in funzione di proiezioni verso zone ad elevata criminalità mafiosa del catanese e del palermitano, contigue a quella messinese”.
Storicamente la “massiccia infiltrazione” nel territorio peloritano dei Corleonesi e dei clan catanesi è riferibile ai primi anni ‘80, mentre nel corso degli anni ‘70, la città dello Stretto era inserita a pieno titolo nella sfera di influenza della ‘ndrangheta calabrese. In quegli anni i boss dei gruppi emergenti della criminalità messinese erano “immediatamente sottordinati” ai capi storici della ‘ndrangheta quali Antonio Macrì di Siderno, Girolamo Piromalli di Gioia Tauro e Domenico Tripodo di Reggio Calabria.

 

La città ed il suo hinterland furono trasformati nel luogo favorevole alla permanenza dei latitanti, alcuni affiliati persino ai gruppi camorristi campani (ad esempio il clan Misso, coinvolto nella strage al rapido 804 dell’antivigilia di Natale del 1984). Nel sottolineare la sinergia criminale della ‘ndrangheta e di Cosa Nostra, accanto alle più pericolose organizzazioni criminali internazionali e alle aree ‘grigie’ della finanza e della politica, la DIA ha specificato che in quest’ambito Messina è stata assunta a ‘snodo di traffici e collegamenti’. “Si tratta di interessi che ben potrebbero giustificare uno sforzo di sottrarre il più possibile l’area della provincia di Messina all’attenzione degli organismi giudiziari ed investigativi creando una sorta di cuscinetto in cui allocare la sede di interessi comuni e di rilevante importanza strategica”. La città dello Stretto è stato punto di riferimento di un vasto traffico internazionale di armi e di riciclaggio di denaro proveniente dal commercio di stupefacenti o di proventi di tangenti finite a politici, imprenditori mafiosi, funzionari pubblici, a seguito del massiccio investimento in opere pubbliche o di edilizia turistico-immobiliare, in buona parte dal devastante impatto socioambientale. Come ha sottolineato a suo tempo il Procuratore della Repubblica di Messina Luigi Croce, nel capoluogo, “realtà morente sul piano imprenditoriale”, hanno trovato ampio impulso le estorsioni e lo spaccio degli stupefacenti, mentre “massicci appaiono gli inserimenti negli appalti dei lavori pubblici e nel riciclaggio di denaro, con il successivo reimpiego in attività imprenditoriali apparentemente lecite”. Le indagini giudiziarie sulla cosiddetta ‘Mani Pulite dello Stretto’ hanno evidenziato che negli anni ‘80 sono state finanziate nella provincia opere pubbliche per ben 17.000 miliardi, un dato che corrisponde al 32% del valore dei finanziamenti di opere in tutta la Sicilia.
Secondo quanto raccontato alla Commissione Antimafia da Angelo Siino, il collaboratore di giustizia già ‘ministro-massone dei lavori pubblici’ di Cosa Nostra, tutti gli appalti pubblici della provincia, comprese le opere di minor rilievo, sono stati “scanditi” dalle ‘famiglie’ di Palermo e di Catania. “Le imprese messinesi potevano competere, vincere secondo un codice governato dai due tronconi di Cosa Nostra garantendo il rispetto delle competenze territoriali delle imprese”, scrive la Commissione parlamentare nella sua bozza di relazione sul ‘Caso Messina’.
“Tale Governo era pagato con una sorta di tassa che derivava dai proventi dell’appalto. Le imprese che pagavano potevano continuare a svolgere la propria attività. Quelle che venivano dichiarate ‘insolventi’ perdevano ogni speranza di poter svolgere qualunque lavoro. Questa regia occulta assicurata dalle famiglie siciliane e calabresi spiega la relativa tranquillità ‘militare’ del territorio messinese. Ma questa pace, interrotta di tanto in tanto da regolamenti di conti sanguinari, era pagata con il prezzo altissimo della perdita di quel livello minimo di legalità, di trasparenza, che fanno di un mercato qualunque un’area del libero confronto tra energie economiche che si confrontano su un terreno di pari opportunità”. Nonostante la Commissione antimafia eviti ogni classificazione, è indubbio che questo sistema abbia prodotto quell’interazione tra le organizzazioni criminali e il blocco sociale a composizione interclassista, egemonizzato da strati illegali-legali” proprio della cosiddetta ‘borghesia mafiosa’, nell’accezione dei maggiori studiosi in materia.

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Una delle contraddizioni più stridenti di Messina è stata sottolineata ancora dalla Commissione parlamentare antimafia: è quella che ha per oggetto “gli intrecci di interessi, le alleanze e persino i legami di parentela ai livelli più alti di responsabilità della vita istituzionale”. “Una tendenza al condizionamento della vita politica, sociale, economica, giudiziaria, culturale, accademica – continua il documento dell’Antimafia – tanto più efficace quanto più grande si manifestino i legami, gli intrecci tra le istituzioni che contano: la magistratura da un lato, il mondo accademico, quello economico e finanziario dall’altro”.
A Messina, spesso, ampi settori della magistratura hanno ostentato familiarità e amicizia con il potere politico ed imprenditoriale. Negli anni ‘90 si è verificato che nella poltrona più alta della Procura sedesse uno stretto congiunto del Rettore dell’Università, al centro di delicate indagini perché socio di un’azienda a conduzione familiare che ha fornito farmaci al Policlinico universitario a prezzi sovradimensionati. Altre inchieste della Procura di Catania hanno evidenziato un vasto circuito di contiguità e collusioni tra importanti magistrati giudicanti e inquirenti del distretto di Messina e i maggiori boss criminali dello Stretto e finanche la concertazione di una strategia di depistaggi e falsi pentitismi tesi alla protezione della cupola politico-affaristica-mafiosa della provincia. Soffermandosi proprio sul distretto giudiziario peloritano, la Commissione antimafia ha evidenziato “conflitti profondi, divisioni irrimediabili, guasti talmente forti da mettere in discussione la certezza dei più elementari diritti alla giustizia che spettano ad ogni comunità democratica, ad ogni consorzio civile”.
Nel sentire comune, a Messina ‘giustizia non è mai stata fatta’; corruzioni, omissioni, benevolenze, superficialità in indagini e sentenze sono sotto gli occhi di tutti, e continuano ad essere oggetto di procedimenti giudiziari e delle attività ispettive del Consiglio Superiore della Magistratura. La sfiducia nella Giustizia ha pesato come un macigno sulle possibilità di sviluppo democratico di un’intera collettività.

Spero che abbiate letto e capito che razza di fogna Messina era già venti anni addietro.


La relazione della Commissione antimafia, che pure ha il pregio di aver messo le dita su alcune delle piaghe di Messina (malaffare nell’Università, caso giustizia, inquietante gestione di alcuni pentiti, ecc.), ha preferito non analizzare altri elementi che pure hanno favorito il fenomeno mafioso e l’instaurarsi di un blocco di potere che nelle sue dinamiche, per certi aspetti, appare similare ai gruppi dominanti nelle narcodemocrazie dell’America Latina. Messina come Bogotà quindi.
Il Comitato per la pace e il disarmo unilaterale di Messina, pubblicando nel 1998 il volume ‘Le mani sull’Università’, ha denunciato come per l’ingresso in città della criminalità mafiosa alla fine degli anni ‘60, sia stato centrale il legame dei gruppi criminali con le organizzazioni di estrema destra (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale) che operavano in quegli anni a Messina grazie alle coperture di ampi settori della magistratura e delle autorità di pubblica sicurezza.
Alle medesime conclusioni giunse la Procura di Messina rinviando a giudizio decine di affiliati al clan diAfrico dei Morabito, che in legame con le cosche del messinese e del barcellonese hanno cogestito i maggiori appalti infrastrutturali e di gestione dei servizi dell’Ateneo e dell’Opera Universitaria, controllando altresì il mercato a pagamento degli esami e delle lauree (Operazione ‘Panta Rei’). Nell’ateneo di Messina si è consumato un patto scellerato tra affiliati alle ‘ndrine e militanti neonazisti finalizzato alla gestione di appalti di forniture e servizi e alla realizzazione della cosiddetta ‘strategia della tensione’ per bloccare i processi di democratizzazione in atto nel paese.
La convergenza tra i poteri criminali è già stata al centro di numerose inchieste (si pensi alle risultanze cui sono giunte la Commissione parlamentare sulla P2 o le procure che indagano sulle stragi – Milano, Firenze, Reggio Calabria, ecc.). Quello che non si sapeva è che Messina ha avuto un ruolo strategico all’interno del panorama eversivo nazionale, anche grazie al fatto che in città si sviluppò parallelamente un’altissima concentrazione di logge massoniche ‘ufficiali’ e ‘deviate’. È stata la stessa Direzione Investigativa Antimafia a sottolineare come a Messina la massoneria potrebbe essere stata “il canale di collegamento con ambienti politico-affaristici di altissimo livello, normalmente non alla portata delle cosche tradizionali”.
Nell’area dello Stretto hanno operato importanti iscritti alla P2 di Licio Gelli, tra cui ex questori ed ex comandanti dell’Arma e il nucleo più numeroso del sud Italia di appartenenti all’organizzazione militare segreta Gladio. Senza enfasi è possibile affermare che molti dei segreti della storia della Repubblica passino da Messina. Alcuni dei protagonisti della stagione delle bombe nell’università negli anni ‘70, sono stati condannati per le grandi stragi politicomafiose del ’92-’93, mentre altri sono stati indagati all’interno dell’inchiesta, oggi archiviata, sui cosiddetti ‘Sistemi criminali’, i mandanti coperti della strategia destabilizzante degli ultimi anni, tra massoneria, servizi segreti ed alta finanza. Come vedremo più avanti, perlomeno uno di questi personaggi è stato in relazione con i maggiori gruppi finanziari ed industriali che vorrebbero concorrere alla realizzazione del Ponte sullo Stretto.

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Messina ha così assunto il ruolo di centro nevralgico per l’accumulazione e il riciclaggio di denaro sporco; è il luogo dove si è fatta asfissiante la concentrazione dei poteri economici e criminali; è l’area strategica per la concertazione di progetti lesivi dello sviluppo democratico del paese, protagonisti le mafie siciliane e calabresi e quelli che impropriamente vengono definiti ‘poteri occulti’, le logge massoniche, alcuni gruppi di derivazione neofascista e certi segmenti paraistituzionali presumibilmente legati ai servizi segreti ‘deviati’. Ma più che il teatro di una spy story dai confini indefinibili Messina è forse solo una metafora di un Sud asservito ad un modello di sviluppo che ha dilapidato immense risorse del territorio, ha visto il trasferimento a Nord d’inestimabili capitali finanziari e di saperi, ha accresciuto la disoccupazione e consegnato intere aree al dominio della borghesia mafiosa.
La radiografia tracciata dal CENSIS (un tempo un vero faro interpretativo e preveggente) nel suo rapporto del marzo 1998 su ‘Legalità e sviluppo a Messina’, evidenzia come la città dello Stretto sia caratterizzata da buona parte dei fattori socioeconomici che hanno condannato al sottosviluppo il Mezzogiorno d’Italia. Innanzi tutto, l’esclusiva vocazione al terziario e l’alto tasso di disoccupazione. A Messina, dopo la frenetica urbanizzazione degli anni Sessanta e Settanta, nell’ultimo decennio è stata registrata la fuga dal centro urbano del 2,5% della popolazione. La valutazione del CENSIS dei consumi culturali ha delineato una situazione di ‘scarsa vitalità’ e la bassa propensione alla creazione di associazioni a carattere artistico e culturale. Di contro il numero degli operatori finanziari è ben al di sopra della media nazionale, mentre la quantità di sportelli bancari è in linea con i valori nazionali. Ciò, spiega il rapporto dell’istituto di ricerca è “elemento di ambiguità anziché di sviluppo, in un contesto sospettato di riciclaggio”. A questa specificità messinese si aggiungono i fenomeni tipici di tante aree del Sud, l’assenza di mobilità sociale, il sempre maggiore disagio dovuto ai processi di cattiva urbanizzazione (baraccopoli post-terremoto 1908 mai risanate, creazione di quartieri ghetto, assenza di servizi sociali e verde pubblico attrezzato), la deindustrializzazione (a Messina le tradizionali attività legate alla trasformazione agrumaria e alla cantieristica sono pressoché collassate), la crisi del settore edilizio (ambito ‘protetto’ dalle amministrazioni, che in assenza di Piano regolatore in soli 30 anni ha visto triplicare il patrimonio immobiliare della città, contro un aumento della popolazione di appena il 25%).
Il CENSIS ha posto altresì l’accento sulla ‘debolezza’ della società civile, “sia come incapacità di rappresentare pubblicamente i grandi problemi (sottosviluppo, disagio sociale, inefficienza delle istituzioni, ecc.), sia come poca disponibilità all’impegno per la soluzione dei problemi stessi”. In una realtà caratterizzata dall’arretratezza socioeconomica, ciò non può che privilegiare l’insediamento mafioso. La città e le istituzioni di Messina hanno vissuto la ‘rimozione’ pressoché generale del fenomeno criminale. Sempre il CENSIS ipotizza che questo atteggiamento sia stato favorito da una ‘convergenza d’interessi’, “alcuni in buona fede, altri dubbi, altri sicuramente tesi a creare una copertura per una presenza che alla fine degli anni Ottanta era forte e pervasiva”. Come si vede una tesi similare a quanto denunciato dalla Direzione Investigativa Antimafia, nella sua radiografia sui processi criminali in atto nell’altra città dello Stretto, Reggio Calabria. Questa fitta rete d’interessi piccoli e grandi ha impedito che per anni il problema della mafia a Messina emergesse nella coscienza civica. Ha altresì accelerato – aggiunge il CENSIS – l’evoluzione della rete criminale, cresciuta sull’estorsione e l’usura e “dunque sulla capacità di inserirsi nell’economia territoriale, stringendo una sempre più fitta strategia d’intervento con l’imprenditoria e ampi settori della vita politica”. E’ nel settore del prestito usuraio che si è particolarmente realizzata la contiguità della criminalità con i settori ‘produttivi’. Messina, oggi, si colloca al terzo posto, dopo Napoli e Roma, tra le province d’Italia più a rischio d’usura. E il capitale d’usura non sarebbe tutto d’origine mafiosa, ma proverrebbe in parte da soggetti insospettabili, che vedono nel ‘prestito di denaro’ un investimento redditizio e a basso rischio. Questo sistema illegale ha trovato il suo migliore terreno di coltura in quei settori caratterizzati dalla gestione clientelare delle aziende di credito, dalla scarsa professionalità degli imprenditori, dalla recessione, dalla “tendenza del sistema economico a perseguire la rendita piuttosto che il rischio imprenditoriale”. È in questo contesto sociale perverso, frantumato, deideologizzato, che attecchisce e si sviluppa il sogno mito del collegamento stabile tra Scilla e Cariddi

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Il polo siderurgico di Gioia Tauro, l’Italsider di Bagnoli e Taranto, i poli chimici siciliani di Gela, Milazzo,Priolo. Per decenni le grandi concentrazioni industriali altamente inquinanti o le megainfrastrutture sono state le uniche ricette del ‘modello di sviluppo’ proposto per il Mezzogiorno. Il Ponte, in linea con il passato, era la panacea offerta alla gente dello Stretto, chimera “capace di enormi ricadute economiche ed occupazionali e di accelerare la crescita socioeconomica e l’integrazione delle popolazioni dell’area dello Stretto”. “Quando il manufatto sarà pronto – ebbe a dichiarare enfaticamente il ministro delle infrastrutturePietro Lunardi – si registrerà una trasformazione del territorio straordinaria sotto i profili urbanistico, economico e sociale”.
Come rilevato dal CENSIS, la filosofia che sta dietro il progetto del Ponte è la stessa che vede nella grande opera pubblica la chance privilegiata di riscatto del Mezzogiorno: “Una filosofia niente affatto nuova, e che ha per lungo tempo guidato la politica degli interventi pubblici nel Meridione. Una filosofia che ha portato ad una serie di storiche disfatte dello Stato nella battaglia per lo sviluppo del Sud”. Filosofia, prosegue il CENSIS, dominata da alcune dinamiche perverse: “la cultura delle inaugurazioni contro quella delle manutenzioni (realizzata l’opera ne si trascura la gestione); la tendenza al gigantismo a scapito di una diffusione degli interventi; la tendenza a posizionare le opere sulla base di considerazioni elettorali o assistenziali e non nel quadro di un progetto organico di sviluppo; la tendenza a considerare l’opera pubblica come un pretesto per l’erogazione di rendite a più livelli; l’asistematicità dell’intervento; l’incertezza dei finanziamenti”.
Il Ponte assume così l’aspetto di un’imponente ‘Cattedrale sullo Stretto’, o più correttamente di un’infrastruttura che accelera il processo di ‘desertificazione’ dei trasporti del sud Italia, dove restano incomplete le reti autostradali e ferroviarie e insufficiente la viabilità secondaria (specie in Calabria e Sicilia), e dove si è ancora lontani dal definire un progetto di sistema delle comunicazioni, che punti al rilancio della rete portuale e del cabotaggio. Il sogno-modello del Ponte – e non è casuale – si afferma nel momento stesso in cui nell’area dello Stretto è in atto il progressivo smantellamento del sistema di trasporto pubblico delle ferrovie a favore delle compagnie private in mano ad imprenditori assistiti, ben protetti dal potere politico locale e nazionale, strenui oppositori d’ogni politica d’integrazione del sistema dei trasporti da e verso la Sicilia.
L’attraversamento dello Stretto si è così trasformato nel Pozzo di San Patrizio di due potenti gruppi armatoriali, opportunisticamente consorziatisi: sono essi che guardano con sempre più interesse alle opere di finanziamento e di realizzazione di una megainfrastruttura tra Scilla e Cariddi. Da una parte, in Calabria, iMatacena della Caronte S.p.A., con il patriarca Amedeo senior, passato alla storia dell’Italia repubblicana per essere stato uno dei maggiori finanziatori della rivolta di Reggio Calabria nel 1970. Dall’altra il gruppoFranza, comproprietario della Tourist Ferry Boat, la seconda grande impresa che opera tra Messina e Villa San Giovanni e che nel solo anno 2000 ha fatturato con il trasporto del gommato oltre 60 miliardi di lire.


Due società armatoriali che una inchiesta della Procura di Messina ha provato essere state assoggettate per anni al pagamento del pizzo dalla ‘ndrangheta calabrese, in particolare dal gruppo guidato dal boss di Archi Paolo De Stefano, e dalle cosche messinesi guidate da Domenico Cavò, Salvatore Pimpo e Mario Marchese. Le dazioni annue sarebbero state di oltre mezzo miliardo di lire, a cui si sarebbe aggiunta l’assunzione di amici e parenti di uomini affiliati alle cosche. La Caronte e la Tourist si sarebbero sottoposte silenziosamente al sistema estorsivo pur di accrescere in piena tranquillità i propri fatturati con il monopolio del trasporto di auto e tir tra Messina e Villa San Giovanni.
Per anni si è creduto che fossero i ‘signori del traghettamento privato’ i rappresentanti locali di quei “poteri occulti” che si sarebbero opposti alla realizzazione del Ponte sullo Stretto. In realtà è stato il contrario. Con il Ponte i due gruppi armatoriali avrebbero avuto tutto da guadagnare, tanto che in vista della sua realizzazione sono state riorganizzate società ed holding ed avviate invadenti strategie di mercato e d’immagine. La famiglia Matacena, in particolare, ha tentato di entrare direttamente nella gestione delle opere relative all’attraversamento stabile dello Stretto di Messina, costituendo ad hoc la Società Ponte d’Archimede (presidente Elio Matacena, figlio di Amedeo senior) e brevettando il progetto di un ponte sommerso, ancorato ai fondali da una serie di tiranti metallici. Il progetto di fattibilità tecnica è stato presentato per conto delle società Saipem, Snamprogetti, Spea e Tecnomare, ha ricevuto cospicui finanziamenti da parte dell’Unione europea ed ha visto il coinvolgimento del Politecnico di Milano e dell’Università Federico II di Napoli. Tuttavia l’ipotesi di un ponte semi sommerso è stato scartato dalla Società Stretto di Messina che ha preferito l’alternativa del ponte sospeso.

Tanto, aggiungo io, i soldi europei erano già stati presi. E i soldi europei erano la finalità.

Fine della puntata

Oreste Grani Leo Rugens che ringrazia chi ha segnalato questa ottima ricostruzione.  Che ho cominciato a saccheggiare mettendoci anche la mia di faccia.