Salvini non solo crede alla Befana ma a Babbo Natale. Come si vedrà

salvini vangelo

Affidereste il governo di un Paese complesso come comunque ancora è l’Italia a uno che crede alla Befana? Certamente no. E allora perché alcuni di voi si infervorano per l’ennesimo ragazzotto italiota che a me sembra vivere sempre artificiosamente sopra le righe? Righe o piste? Ad osservarlo sembra. Perché, sentite a me e quelli che, autorevolmente, si intendono della materia, credere nelle apparizioni della Madonna di  Medjugorje  è come se uno credesse alla Befana o, in versione maschile, a Babbo Natale. La Befana certamente non esiste e, nel festeggiarla, gli uomini intendono evocare uno stato d’animo complesso che nella mia semplicità ho trattato nel post del 6 gennaio 2016, pezzullo che consiglio di andare a rileggere. Lo trovate in calce all’odierno  post scritto ad uso dei mattinali.

Babbo Natale, come si sa è per ognuno, qualcosa “di ulteriormente diverso”. Che fascino hanno queste credenze! Babbo Natale, come si può leggere addirittura sin dal 26 novembre 2014, in questo marginale e ininfluente blog, esiste. L’affermazione impegnativa è a firma della bella Dionisia che, è ora di dirlo, non è una affascinante signora, ma il barbuto e compassato Alberto Massari. Vedete voi. Ci tengo che leggiate perché, sempre gratuitamente, molti grillini che ora cascano dal pero dopo aver fatto il guaio del contratto con Salvini, molte delle complessità in cui ora si dovrà dibattere la Repubblica, le avrebbero potute evitare a loro stessi e ad una congrua parte degli 11 milioni di italiani che li avevano votati. Soprattutto, se qualcuno li avesse invitati a leggere Leo Rugens (e poi, frequentandoci, a fare le dovute domande di approfondimento) non avrebbero certo scelto Salvini e il suo Babbo Natale Putin. Leggete, riflettete, tanto se non mi mandate un centesimo, è tutto gratis. La verità, sentite a noi che, ormai, siamo obbligati ad uscire dal nostro atteggiamento low profile: noi siamo noi e voi, almeno quasi tutti quelli che facevano intelligence nel M5S, non siete un cazzo. Come si è visto.   

Tornando a ciò in cui fa finta di credere il Capitano leghista, già separatista, già infiltrato nel Centro Sociale “Leoncavallo“, già rappresentante del colorato mondo comunista nel folcloristico caledoscopio celtico-leghista, la madre di Cristo, per i credenti seri (e anche per i non credenti) è ben altro che il circo Barnum messo su a Medjugorje per battere moneta.

La verità sotto intesa a questa sperticata/disperata fiducia salviniana nell’attività taumaturgica di una madonna che piace a lui, è che l’attuale Ministro dell’Interno (che ora, fatti i patti con non si sa chi, deve indossare la maglietta “generalista” in cui dichiara il suo amore per la Calabria), ha una paura fottuta di quanto si sussurra di lui e delle chiamate di correità che potrebbero inchiodarlo a gravi responsabilità penali. Gravi responsabilità che neanche un miracolo, in questo caso vero, coordinato dalle influenti madonne di Pompei, Loreto e Divino Amore, potrebbero evitargli.

Si dice che per schiodarlo dalla Croce giudiziaria ci vorrebbe un fabbro. E almeno abile come quello che mise al Mondo, a Montemaggiore di Predappio, Benito. Ma come vedete per parlare ormai di questi atteggiamenti istrionico-cagliostrini (vangeli, croci, madonne, fabbri, indimenticati tombini di ghisa) si deve ricorrere perfino a battutacce di cui ci scusiamo con chi crede e che ha diritto a non essere confuso con questo furbo signore. Furbo e platealmente rimestatore di liquidi maleodoranti (l Love Calabria? Quale, come, quando, con chi e, soprattutto perché dal momento che tutti i santi giorni, da anni, le Procure scoprono legami di scambio politico tra ‘drine e politici, leghisti o d’aria, dislocati a nord, centro e quel rimane del sud?) che tutto ha fatto durante il suo mandato piuttosto che contrastare la criminalità. Come sarebbe facile documentare se fosse arrivato il tempo di “cacciare le carte”. Intendendo quelle banali del Viminale.

A meno che dopo aver dovuto assistere a ministri del’Interno a cui venivano regalate case (Claudio Scajola), o a conigli che, per soddisfare i desiderata del kazaco Nazarbayev, hanno dovuto bruciare la carriera onorata del prefetto Procaccini (Angelino Alfano), ora dovremo assistere alla sceneggiata di un Ministro di Polizia (il Matteo Salvini appunto) che disconosce la propria firma?

Amare la Calabria (in molti l’abbiamo amata e continuiamo ad amarla) e al tempo aver apposto (come si dice abbia fatto il lombardo pronto a tutto), firma ad un documento che, se reso esecutivo, avrebbe favorito solo i disegni vendicativi e sanguinari dei mafiosi (anche calabresi), a chi capisce cosa si arrivi a scambiare in questa Italia di perversi scambisti, deve preoccupare come niente altro. IVA compresa! Il problema macroscopico della nostra Patria è infatti rappresentato dall’attività criminale, coordinata purtroppo intelligentemente, dalle mafie e dalle massonerie affaristiche. Il problema del nostro Paese sono il dilagare dei troppi sistemi Amara, Bigotti, Lollo, Montante, Romeo, Ugolini, Venafro in rigoroso ordine alfabetico. Questi e quelli in via di scoperta. Uno che si è fatto un nome come posteggiatore abusivo, bene o male, quello continuasse a fare. Per il resto è ora di darci un taglio.

Oreste Grani/Leo Rugens

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MA CHI È LA BEFANA? E SOPRATTUTTO, CHI È BEFANA?

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Alla fine la Befana è arrivata. Come abbiamo fatto cenno in altri post, a noi piacciono i Re Magi e per omaggio alle loro figure storico/leggendarie, ripostiamo un articolo che affidammo alla rete il 16 dicembre 2012 (“Lì dentro certamente c’è un Dio”. Tommaso apostolo in India incontra i Re Magi). A volte, il vino invecchiando, migliora. A volte si, a volte no.

Per tornare alla figura femminile che porta regali, non è soltanto romana: è detta, ad esempio, La Vecchia a Pavia, la Pifanie a Lario Orientale, la Vecia o la Stria a Mantova, Padova, Treviso e Verona, la Pasquetta (!) a Legnago, a Venezia Marantega o Redodesa, nome che si ritrova anche nelle Alpi Bellunesi con le varianti Redosega, Redosola e Redosa; la Sibilia a Pirano, la Donnazza a Borca di Cadore, l’Anguana per quei poveracci che passano le ferie a Cortina d’Ampezzo e la Berola in provincia di Treviso, la Vecie o la Srie o la Femenale o la Marangule nel Friuli. a Modena è la Barbasa, a Piacenza la Mara, la Voecia a Bologna.

E voi, ogni tanto, impropriamente, mi sentite parlare dell’Italia!

Cento località, cento campanili, cento linguaggi, cento modi di vedere le cose.

Questa vecchia misteriosa e inquietante, chiamata appunto in cento modi diversi, che appare la dodicesima notte dopo quella di Natale, alla fine di transizione tra il vecchio e il nuovo anno, non ha nulla a che fare con l’Epifania, ovvero con l’arrivo dei re Magi che portano i tradizionali doni a Gesù Bambino, se non nel nome: deriva infatti dall’aferesi (…) del latino Epiphania, che da prima diventa Pifania, poi Bifania, Befania e infine Befana. Tentativo evidente di cristianizzare (?) l’inquietante personaggio trasformandolo nella personificazione femminile della festa. La Befana potrebbe essere stata interpretata come un’immagine di madre Natura che , giunta alla fine dell’anno invecchiata e rinsecchita, assume le sembianze di una brutta befana appunto e, prima di morire, offre dolciumi e regalini che altro non sono simbolicamente,se non i semi, grazie ai quali riapparirà nelle vesti di giovinetta Natura. La Befana si può anche cacciare, uccidere, bruciare come si faceva una volta nel Veneto quando durante la dodicesima volta (il 12 è anche il numero dei mesi dell’anno) si svolgeva un rito basato su un gran chiasso che serviva per scacciare dai campi e dai paesi tutte le forze malefiche. Poi, dopo il clamore, si accendeva un fuoco dove si poteva bruciare il pupazzo orrendo della Vecia: da questa usanza è nato il detto copar la vecia, cioè liberarsi di ogni male.

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Questo è il mio consiglio augurale: accendete un fuoco (se non avete un camino basta una fiammella di una  candela) e bruciate metaforicamente ogni ricordo negativo che avete del 2015. Fatelo, perché il 2016 sarà molto, molto, molto peggio. Per alcuni, ma non per tutti, direte voi .

Il Mago Oreste oggi in versione Otelma.

P.S.

Ve lo ricordate Othelma? Tenete conto che nel Partito Radicale oltre a Marco Pannella, Adele Faccio, Ilona Staller, Emma Bonino, Adelaide Aglietta, Bruno Zevi, Gianfranco Spadaccia, Franco Roccella, Tony Negri, Enzo Tortora, Leonardo Sciascia, Francesco Rutelli e diecimila altri, potevate trovare anche Giorgio Conforto (Kgb) e il Mago Othelma. Che tempi meravigliosi, che cesti variegati, che profumi, che intelligenze rispetto agli attuali dove il massimo che ti può capitare di incontrare in un partito sono figure tipo Debora Serracchiani, Dorina Bianchi, Daniela Santanchè per rimanere – maschilisticamente – nel mondo femminile. si fa per dire.

P.S. al P.S.

I riferimenti alla ricorrenza della “Befana” sono stati postati rifacendomi a quanto ho letto sulle feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno che Alfredo Cattabiani, studioso di storia delle religioni, di simbolismi e di tradizioni popolari, ha scritto a suo tempo.



QUANDO CADONO GLI DEI PARTE DECIMA – BABBO NATALE PUTIN, DOPO IL REGALO ALLA LE PEN, NE FA UNO AI BUONI CATTOLICI FRANCESI

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Dopo l’annuncio del finanziamento del partito di Marie Le Pen da parte della Russia, cioè da Putin, oggi leggiamo che anche gli 80.000 euro per l’albero di Natale che si innalzerà davanti a Notre-Dame a Paris sono stati donati dall’ambasciatore russo a Paris Aleksandr Orlov, cioè da Putin.

Non c’è il due senza il tre e si raccolgono scommesse su quale sarà la terza strenna natalizia in arrivo da Mosca; chissà cosa avrebbe detto il compianto Christophe de Margerie e chissà che dall’alto dei cieli non sorrida soddisfatto per il regalo dell’ambasciatore, quasi una testimonianza di gratitudine per quanto il grande francese ha intessuto nel rapporto Francia-Russia.

Sono una coincidenza le attenzioni tributate dalla Russia alla Francia e la scomparsa del Ceo del secondo gruppo industriale francese, Total? Vaneggiamenti di una dilettante che potrebbero trovare riscontro nel fatto che il tesoro di Putin derivi in gran parte dall’oïl and gas:

Esistono poi altri canali di finanziamento più tortuosi ma molto più efficaci per occultare i mandanti: il rapporto 2007 messo a punto dalla Cia sul tesoro nascosto di Putin  –  mai reso noto  –  descriveva secondo fonti d’intelligence Usa complesse triangolazioni nel mondo del trading energetico su petrolio e gas che coinvolgevano molti uomini dell’entourage del presidente. Una girandola di intermediari che dai giacimenti siberiani fino ai consumi finali faceva salire i prezzi della materia prima. Lasciando strada facendo piccole fortune nelle mani di chi (anche politici stranieri, dice il tam-tam a Washington) garantiva il suo appoggio alla linea di Mosca. (Fonte La Repubblica.it)

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Consentitemi infine una spericolata connection. Per curiosità mi sono riletta pacchi di articoli dell’archivio di Repubblica dedicati a Marine Le Pen. Con una certa sorpresa osservo che della signora non si dice una parola negativa, anzi, la si tratta da statista, esaltando lo strappo con il padre antisemita, ma dimenticando che tutta la ultra ventennale carriera politica della signora è avvenuta nella sua ombra; ovvero o la signora non sapeva che il papà odia gli ebrei – posto non si tratti di un rincoglionimento senile – o per anni ha fatto finta di nulla, finché le è convenuto. Uno schifo a prescindere.

Se consideriamo che il padrone di Repubblica, l’ing Debenedetti, fu accusato di intelligenza con l’URSS, ovvero quando Putin era un agente di seconda fila del KGB – tale lo considerava con un certo schifo l’operativo Litvinenko – viene da pensare riguardo le affinità che legano il trio Debenedetti–Le Pen–Putin. Ho esagerato? Cazzata più cazzata meno non sarà mai grossa come la più piccola espressa da Renzi.

Dionisia

P.S. L’articolo Il bancomat di Putin per i nazionalisti d’Europa. In fila anche la Lega: “Ogni aiuto ben accetto” è stato scritto dopo quanto avevamo prospettato, ovvero un Salvini con cappello in mano; aggiungo che l’elenco e la questione non coglie di sorpresa la redazione di Leo Rugens.

P.S al P.S. Quando Giuliano Ferrara fa il mestiere, da il meglio di se stesso, così come non riconoscergli che il 4.6.14 anticipava il tema con l’articolo: Una spia ungherese porta la destra europea nelle braccia di Putin? … Anche i servizi italiani coinvolti e il Movimento Fiamma Tricolore (rublo non olet).

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Tutti i traffici oscuri di Carlo De Benedetti: vendeva segreti all’Urss

E Cossiga disse: «Caro Carlo, se non eravamo noi a farti scudo…». Cossiga è Cossiga, presidente emerito della Repubblica. Carlo è l’ingegner Carlo De Benedetti, l’imprenditore «tessera n. 1 del Partito democratico» ed editore del Gruppo l’Espresso. A raccontare le imprese dell’Olivetti, quando il marchio storico delle macchine da scrivere e poi dei computer era per l’appunto dell’Ingegnere e di Franco Debenedetti (fratelli e però diversi anche nel «de» attaccato o staccato), è Roberto Mariotti.

Cinquantasei anni, uno dei massimi dirigenti dell’Olivetti a Mosca quando c’era ancora l’Unione Sovietica, condannato a 6 anni per spionaggio internazionale. Li ha scontati tutti dal 2001 (una volta rientrato dalla Russia dopo una storia d’amore finita male e una latitanza in Russia durata 11 anni).
Storie da guerra fredda, con il Muro e l’Armata rossa che era il principale nemico potenziale dell’Occidente. E quindi anche dell’Italia. Ma non dell’Olivetti che con l’Urss faceva affari d’oro. Esportando anche materiale elettronico ad alta tecnologia, sostiene Roberto Mariotti, e aggirando l’embargo imposto al regime comunista che si temeva potesse utilizzare queste forniture a scopi militari.
«Una grande ipocrisia», racconta al Giornale, «un traffico durato anni. Avveniva sotto gli occhi di tutti, solo con qualche accorgimento formale. Basti dire che da noi in Olivetti era presente anche un agente del Sismi, il servizio segreto militare. Era, o così diceva di chiamarsi, il signor Di Giovanni».
L’azienda di Ivrea si aggiudica un affare gigantesco nell’84 quando vince un contratto da 200 milioni di ecu (l’allora moneta della comunità europea, equivalente a 100 milioni di dollari) per il grande impianto di Leningrado. Qui si dovranno produrre le Cpu (Controll power unit), il «cervello» delle macchine a controllo numerico. Vince grazie alle entrature negli apparati sovietici ma anche alla capacità di fornire quanto viene richiesto. «La parte pulita cioè non soggetta alle restrizioni CoCom (ndr, era l’organismo che sovrintendeva all’embargo di merci “sensibili” verso il blocco dell’Est) formalmente veniva fornita dall’Olivetti, la parte sporca, cioè la strumentazione ad altissima tecnologia che mai e poi mai sarebbe potuta arrivare da un Paese membro della Nato come l’Italia, transitava per una società di copertura con sede a Vaduz, Liechtenstein. Si chiamava Sebato e l’amministratore era un uomo Olivetti – aggiunge l’ex manager -, Mario Guerreschi».
Il caso esplode nell’89 durante la visita del presidente della Repubblica Francesco Cossiga e del presidente del Consiglio Giulio Andreotti a Washington. Un Bush senior infuriato minaccia ritorsioni se l’Olivetti «non la smette». Non la smette di fare che? Le macchine a controllo numerico con la strumentazione fornita da Ivrea servono ai sovietici per mettere a punto il nuovo bombardiere a decollo verticale. Niente meno. E che succede? Praticamente nulla. «Caro Carlo, se non eravamo noi a farti scudo…», dirà anni dopo Cossiga.
«Fu licenziato Franco Saltori, il capodelegazione dell’azienda a Mosca», ricorda l’ex dirigente: «In realtà il sistema era più che collaudato». Come venivano superati controlli e dogane? «La parte sporca in carico alla Sebato per l’Europa formalmente veniva acquistata da una direzione della Philips e venduta alla Sebato, bolle e fatture indicavano materiale innocuo, stampanti o quant’altro, non sottoposto a embargo. Una volta arrivati al confine russo le fatture cambiavano, con la Sebato quale fornitore ed elencavano il tipo di merce. Nessuno si permetteva di controllare. Una volta un militare si è azzardato ad aprire il portellone e salire, l’ho visto volare giù dal camion…».

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Storie di un mondo fa. Ma in quanti sapevano? «Ripeto, la fornitura di componenti proibite era parte integrante dei contratti. Sicuramente erano al corrente i manager a Mosca, come il responsabile del progetto di Leningrado e l’amministratore delegato dell’Olivetti» risponde Roberto Mariotti. È pensabile che non ne sapessero nulla Carlo De Benedetti e il fratello Franco? «Difficile crederlo. Personalmente ho accompagnato Franco Debenedetti a una trattativa alla Stankovimport (ndr, in russo «stankov» significa macchina: era l’azienda di Stato per l’importazione), facevo da traduttore…».
Scusi, signor Mariotti, le sue affermazioni sono pesanti, non provate se non dalla sua testimonianza, di cui si assume tutta la responsabilità. Perché ne parla ora? «A dire la verità, quando nel 2001 mi consegnai di mia volontà, perché figuriamoci se qualcuno si sognava di cercarmi, all’ambasciata italiana a Mosca per un mese è rimasto con me un uomo del Sismi. Al quale ho raccontato per filo e per segno tutto, e con dovizia di particolari ben maggiore. Non ne ho più saputo niente. Né mi risulta che nessuna procura abbia mai aperto un’inchiesta. Solo io ho scontato sei anni di carcere…».
Dopo tanto tempo è difficile trovare conferme. Ma non arrivano nemmeno smentite tranchant al suo racconto. Mario Guerreschi ora è impegnato a fare il nonno, da tempo è rientrato in Italia. «Non ero io l’amministratore della Sebato – precisa – ma un austriaco. Io mi occupavo di tutte le forniture edili, dai pavimenti “galleggianti” cioè quelli che vengono messi sopra i cavi, ai bagni, ecc., per il grande impianto di Leningrado. Eh, magari averne ancora di lavori così…», sospira: «Le forniture di materiale elettronico embargato? Se ne sentiva parlare, ma io non so nulla per conoscenza diretta. Ho già detto troppo. Sono cose delicate. Ci sono stati anche dei processi…». Si riferisce al processo in cui è stato coinvolto Roberto Mariotti? «Sì». Lei è stato chiamato come testimone? «No… Io fornivo quello che chiedevano i sovietici, con quelli dell’Olivetti eravamo tutti un gruppo… Diciamo che la Sebato collaborava con l’Olivetti».
Franco Saltori, all’epoca responsabile dell’azienda di Ivrea a Mosca, è ancora in Russia con una sua società. Risponde cordiale e amichevole: «La Sebato? Il nome non mi dice nulla. Ma non è detto che cercando nella memoria non la ritrovi. Guardi comunque, su questa storia delle forniture proibite si è molto fantasticato, si è molto ingigantito rispetto alla realtà. E io non fui licenziato nell’89. Diciamo che me ne ero andato un anno prima, facendo l’errore più grave della mia vita. Fossi rimasto con l’Ingegnere e con Robertino…». Robertino chi? «Ma come chi? Roberto Colaninno, allora il braccio destro di De Benedetti. Fossi rimasto, dicevo, magari adesso sarei all’Alitalia».
Anche Franco Debenedetti, ex senatore dei Ds e fratello di Carlo, è molto gentile. Dopo averlo cercato, richiama lui. «Mai sentito parlare della Sebato», spiega: «Tutto avveniva alla luce del sole. Se Bush sollevò il problema è perché parlava di cose risapute, no?». Veramente gli Usa vi accusavano di cedere ai sovietici componenti che avrebbero avuto un impiego nella potentissima macchina bellica contro l’Occidente e l’Italia. «Bush me lo fa venire in mente lei ora… Guardi, la cosa è semplicissima – ribatte l’ex senatore -, delle macchine a controllo numerico me ne occupavo io. C’erano macchine che si potevano esportare e altre no. L’Olivetti effettuava le forniture autorizzate. Del resto non vedo neanche come si potessero aggirare i controlli. Tutto qui. Nei confronti dell’Olivetti non ci sono mai stati procedimenti. Ciò che conta è ciò che è stato accertato. Il resto sono fantasie».
Il problema è proprio questo. Il racconto di Roberto Mariotti non è mai stato accertato, non è mai stato verificato se ciò che dice abbia il minimo fondamento oppure no.
Il momento della verità sarebbe potuto arrivare il 13 luglio ’90. A Torino sono arrestati Maria Antonietta Valente, da sempre a capo della segreteria Divisione estero dell’Olivetti, e Victor Dmitrev, un agente del Gru, lo spionaggio militare sovietico. La donna sta consegnando un importantissimo – e segretissimo – codice Nato. Nella busta in realtà c’è carta straccia, ma i due non lo sanno. Roberto Mariotti sfugge alle manette perché è a Mosca. Per la magistratura italiana è stato lui a dire all’impiegata modello dell’Olivetti, su domanda dei sovietici, di procurare il codice. «Era una delle tante richieste che arrivavano – racconta ora -, ma io non avevo la più pallida idea di che cosa fosse».
Il processo a Torino nel ’91 si conclude con condanne severe, quattro anni all’impiegata modello e al sovietico, sei anni in contumacia a Mariotti. Apparentemente severe. La donna ha avuto subito gli arresti domiciliari, l’agente segreto poco dopo è graziato dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Inchiesta e processo sono rimasti circoscritti all’episodio. Non risulta che Carlo De Benedetti, gran capo dell’Olivetti e del gruppo editoriale Repubblica-Espresso, sia mai stato sentito. Del resto le antenne dei mass media sono orientate altrove. Siamo alla vigilia di Tangentopoli, il «Giudizio universale» che sotto le accuse di corruzione e finanziamenti illeciti spazzerà via tutti i vecchi partiti, tutti tranne il Partito comunista italiano.
L’unico che potrebbe avere molto da dire è lui, Roberto Mariotti. Però è a Mosca a godersi una latitanza non difficile con un regolare passaporto russo, una moglie russa, aiutato dagli amici russi. Quando la storia d’amore con la donna da cui ha avuto l’adoratissimo figlio naufraga, nel gennaio del 2001 si consegna all’ambasciata italiana ed è estradato in Italia. Ma sembra non interessare più a nessuno, personaggio di un tempo morto. Anche se qui da noi sono aperti diversi filoni di inchiesta per (non) accertare la rete di spie, gli scambi inconfessabili, la galassia delle collusioni con l’ex nemico dell’Est. Nessuno si affaccia alla sua cella.
«La cosa riguardava alcuni dipendenti. L’Olivetti non c’entrava nulla, come ha stabilito il processo senza dubbio» ripete Franco Debenedetti. Ma non le sembra che la vicenda dimostri quanto meno una certa consuetudine, da parte di alcuni dirigenti, a questi traffici? Forse è un’impressione, ma la voce ora suona appena un po’ irritata: «Sa una cosa? I dirigenti all’epoca a Mosca avevano una vita molto dura». In che senso? «Pensi lei quante D’Addario ci potevano essere… E con questo la saluto, buona sera». «Ai tempi d’oro alcuni dirigenti dell’Olivetti a Mosca» replica Roberto Mariotti, «mi avevano assicurato che c’erano dei fondi speciali nel caso in cui fosse successo qualcosa, di non preoccuparmi. Quando sono uscito dal carcere, Franco Debenedetti mi ha risposto: ci sono due organizzazioni che danno soldi, le banche o gli usurai».
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