Il rapporto civile-militare nella Cina di Xi Jimping

Civile & Militare

Chi sa di me e di questo blog, pur ritenendolo poca cosa nella sua marginalità e ininfluenza, spero capisca il perché dell’odierno impegnativo post. Post? Non so diversamente come chiamare questa “cosa” che lascio in rete, speranzoso di essere finalmente capito.

Alcuni anni addietro ho elaborato un ragionamento di cui ancora vado moderatamente orgoglioso e di cui spero mi si riconosca una qualche validità ancorata alla contemporaneità degli avvenimenti.

Dopo la ennesima doverosa premessa a scanso ennesimo equivoco su ciò che è plagiarismo e originalità di pensiero, tenendo conto di quanto GEV ha scritto, proprio in questi giorni, ricordando il 70° della Fondazione della Repubblica Popolare Cinese, ritengo di aver cercato, con i miei limiti culturali, organizzativi e, soprattutto finanziari, di aver valorizzato, tra i pochi ma fino a fondare HUT8 Progettare l’Invisibile, quanto dalle parti dello Stato Maggiore della Difesa della Repubblica Italiana si scriveva (e si studiava) sin dal 1984.

difesa civile

Certo bisognava, mentre si leggeva, intellegere e, sotto lo stimolo, lasciarsi andare ad una forma di preveggenza. E non so quanti nella Pubblica Amministrazione lo abbiano fatto.

Intellegendo ciò che studiavo (35 anni addietro) ritengo di aver capito che non può esserci una valida Difesa Nazionale se non esiste una cooperazione tecnologica tra il mondo civile-militare.

Sarebbe stato determinante pertanto in futuro promuovere un’attività culturale capace di amalgamare tutte le forze della Nazione nel quadro di un costante indirizzo politico al riguardo.

Che è quello che mi sarei aspettato si avviasse nell’ambito della Difesa (e dei Servizi) una volta fatta irruzione democratica (milioni di voti viceversa sterilizzati per anni) nel Parlamento Repubblicano da parte del M5S.

Invece ci si è messi a “vento” dell’ENI e dei suoi abili reggicoda.

In siffatto contesto (la vittoria dei cambiatori), andavano viceversa responsabilmente stabiliti i “criteri di reciprocità” ai fini del contributo che ogni Amministrazione doveva fornire in casi di emergenza per garantire l’ordinato e costituzionalmente corretto svolgimento della vita nazionale. Altro che accettare se non favorire le volgarità del PAL Matteo Salvini.

In HUT8 Progettare l’Invisibile, associazione culturale nata per svolgere, tra le altre, attività sussidiaria alle istituzioni repubblicane preposte alla sicurezza dello Stato si è ritenuto subito che la Cooperazione civile-militare fosse presupposto indispensabile perché la Difesa Civile si potesse raccordare con la Difesa Militare e che tale attività intelligente e sinergica rafforzasse i caratteri di “tempestività” e di “solidità” necessari alla Difesa Nazionale. Questo perché tale preventiva e sperimentata conoscenza dell’altro da sé consente, ai militari e ai civili,  l’utilizzazione delle risorse del Paese nel più appropriato dei modi.

Invece, dentro e fuori il MoVimento Pentastellato si è lavorato con approccio tradizionale se non involutivo.

In ambito europeo e NATO il tipo di cooperazione che HUT8  proponeva costituisce ormai un fatto acquisito, almeno in via di principio, nei più svariati campi applicativi e soprattutto nella ricerca scientifica e tecnica. I tentativi fatti (quello potevamo fare e quello abbiamo tentato di fare) sono stati, viceversa, definiti “muscolari” e in quanto tali inopportuni. Forse si riteneva che ci volesse, oltre che il velluto e i passi felpati, anche ettolitri di vasellina quando invece era necessario intervenire chirurgicamente sulla spina dorsale della Repubblica (questo sono la Difesa e i Servizi) che mostrava evidenti ernie in via di espulsione e, per tanto, se conoscete l’articolo, lasciateci passare la metafora paralizzanti .   

Su tale presupposto (ora irrompono gli apritori di scatolette)  abbiamo basato la nostra scelta associativa di interessarci alla verifica di una reale comprensione delle problematiche insite nell’ipotizzata fattiva cooperazione tra civili e militari.

Niente vasellina e solo bisturi si doveva usare dove si riteneva che si annidassero traditori e sabotatori.

Ciò che non si è voluto fare nel settore della Difesa (per il personale ed altro) testimonia l’errore della scelta di farsela con gente (i leghisti) che era stata al governo con la peggiore teppaglia partitocratica, loro stessi spesso complici di episodi corruzione e sperpero.

Perché si possa parlare di reciproca conoscenza, la cooperazione civile-militare rappresenta il mezzo più idoneo per assicurare un armonico sviluppo dei vari settori della Difesa civile e della Difesa Militare e costituisce, soprattutto, fattore di compensazione a fronte di eventuali variazioni, in eccesso o in difetto, di uno dei due tipi di difesa.

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Shenzhen Bao’an Airport – Doriana e Massimiliano Fuksas

Natura e numero delle attività di cooperazione sono determinate dalla gravità dell’emergenza e dallo stato di pace o di guerra in cui il Paese può trovarsi. Ad esempio, in stato di guerra, il concorso dei militari è limitato alle attività che il Governo riterrà essenziali per assicurare la vita della Nazione mentre lo sforzo da sostenere, nell’abito del cosiddetto “fronte interno”, ricadrà pressoché totalmente sulle amministrazioni civili.

Da tutto ciò consegue l’esigenza di mantenere, fin dal tempo di pace, relazioni tra i vari livelli di organi militari e di organi civili, coinvolti in problemi d’interesse comune tendenti a definire gli adempimenti da assolvere sia per effetto di leggi dello Stato sia di convenzioni o accordi internazionali riconosciuti. Più si lavorerà di comune accordo e con la finalità di conoscere la condizione “culturale” in cui opera l’altro da sé, tanto meno si correrà l’alea di vedere disattesa – all’emergenza – l’adozione di predisposizioni tese a garantire la vita, l’assistenza e la protezione della popolazione e gli interessi della nostra collettività, e si eviterà il pericolo, sempre possibile, di provocare incresciose e controproducenti ripercussioni sui cittadini professionalmente in armi e, di riflesso – in caso di malaugurata ipotesi di guerra – sull’andamento delle operazioni belliche.

Come saprete certamente apprezzare, nel pezzo scritto da ben altre mani (quelle di GEV) che trovate innestato nel post, di questo si parla, per la Cina, di oggi e, soprattutto, di domani. E questa sostanza rivoluzionaria giustamente la si attribuisce alla visone strategica di  Xi Jinping.

La differenza tra l’Italia e la Cina si articola in mille e mille pieghe (non mi offendete a cercare di elencarmele considerandomi un ingenuo perché, nella mia semplicità, ne conosco alcune centinaia) ma preferisco tenermi il piccolo vantaggio mentale di leggere alcune similitudini e analogie tra i due Stati.

La Cina è la Cina e la mia Italietta è ciò che è. Ma è in Italia che qualcuno ha dato vita all’Associazione HUT8 Progettare l’Invisibile che quando è nata lo ha fatto prioritariamente per raccogliere e vincere la sfida della complessità e, insieme, dell’etica.

E ragionando di etica  nelle forme che negli anni ho voluto/dovuto dare a questi spunti, ci si trova a perseguire l’ideale di un nuovo umanesimo, realizzabile grazie anche ad una “riforma delle coscienze” quale condizione di una pace stabile tra gli uomini di fedi, culture e nazioni diverse. Pensieri che oggi si intravedono (ci vuole la mia buonissima volontà visionaria) perfino nel neotaoismo che sembra accompagnare le scelte di Xi Jinping, scelte da far digerire ad alcuni miliardi di cittadini, consapevoli o meno che siano, degli insegnamenti confuciani. Pensieri radicati da secoli.

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In Italia, con il nostro gruppo umano e professionale, abbiamo perseguiamo pertanto un ideale nutrito dai valori della tolleranza e del rispetto reciproco, della giustizia, del diritto universale alla vita e alla libertà. Così vorrei almeno che fosse.

In Cina, per ora, sono lontani da questo percorso. Ma ho scelto di scrivere “per ora” e lo faccio non per calcolo o per servilismo.

In vecchi/nuovi documenti che ho l’onore di aver stimolato perché venissero redatti (e poi negli anni custoditi, rinfrescati, corretti, riproposti) si può leggere che, tuttavia, nessuna etica è possibile senza responsabilità. Ecco il contributo di cui sono grato a chi ne sapeva più di me.

Su questo terreno dell’agire consapevole e responsabile, l’Associazione, nella sua nuova ed evoluta forma, si è posta sin dal primo giorno della sua esistenza e, certamente sa che, se dovesse confrontarsi con l’agire della Repubblica Popolare Cinese, si troverebbe in grave imbarazzo.

L’agire etico comporta infatti la possibilità di scegliere, di decidere liberamente tra alternative. E in Cina questo non è ancora possibile.

Lo scegliere infatti riposa secondo le nostre scelte culturali su una conoscenza responsabile capace di superare il modello della separazione dei saperi, dello specialismo disciplinare su cui, nella maggioranza dei casi, è fondato il sistema educativo da cui proveniamo.

Sistema educativo che, come ebbe a dire il filosofo del pensiero complesso Edgar Morin, “produce delle menti incapaci di legare le conoscenze, di riconoscere i problemi globali e fondamentali, di raccogliere le sfide della complessità“.

La parcellizzazione – continuava Morin – la compartimentazione, l’atomizzazione del sapere rendono incapaci di concepire un tutto i cui elementi siano solidali, e con ciò tendono ad atrofizzare la conoscenza e la coscienza della solidarietà. Richiudono l’individuo in un settore compartimentato e con ciò tendono a circoscrivere strettamente la sua responsabilità, quindi ad atrofizzare la sua coscienza e responsabilità“.

Il “sapere diviso”, parcellizzato, si costruisce infatti sull’esclusione dell’altro da sé, sull’indifferenza al diverso. Tutti ragionamenti che troviamo difficile riscontrare in Cina.

Per tanto, nel suo agire consapevole, l’Associazione ha fatto suoi, e quindi anche a loro ci si ispira, quegli indicatori per la misurazione dello sviluppo sostenibile che compongono l’Agenda 2030 del Sustainable Development Goals – U.N. e che si riferiscono ai diversi ambiti dello sviluppo sociale, economico e ambientale che devono essere considerati in maniera integrata, nonché ai processi che li possono accompagnare e favorire in maniera sostenibile, inclusa la cooperazione internazionale e il contesto politico e istituzionale.

Ispirandosi a tali indicatori si sceglie di considerarli come componenti irrinunciabili del nostro agire associativo che vuole essere indirizzato al benessere delle persone e ad un’equa distribuzione dei benefici dello sviluppo.

Nella Agenda 2030 compaiono come goals prioritari il porre fine a ogni forma di povertà nel mondo, lo sconfiggere praticamente la fame raggiungendo la sicurezza alimentare, migliorando la nutrizione e promuovendo un’agricoltura sostenibile.

Così facendo, assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età. Fornire inoltre un’educazione di qualità, equa e inclusiva, e promuovere opportunità di apprendimento per tutti.

Secondo l’Agenda 2030 si deve inoltre operare per raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare così tutte le donne e le ragazze del mondo.

Altra priorità assoluta è garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie. Così come assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni. Incentivare per tanto una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti.

A tali fini ambiziosi ma necessari e doverosi si devono costruire infrastrutture resilienti, promuovere l’innovazione e una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile riducendo così l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni.

Fare tutto questo rendendo le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri e, ancora una volta, sostenibili. Saper fare questo attenti prioritariamente ai modelli di produzione e di consumo. Adoperarsi per tanto affinché vengano adottate misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze.

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In questi anni, i “grandi della Terra”, cinesi compresi, si sono dimostrati indifferenti a queste problematiche se non infastiditi, a solo sentirsele porre.

Conservare e utilizzare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine non è l’attuale fine del gruppo dirigente cinese.

Parimenti gestire le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare il degrado del terreno e la perdita di biodiversità.

Promuovere società (e noi aggiungiamo associazioni) pacifiche e aperte, per rendere disponibile l’accesso alla giustizia per tutti, creando organismi efficaci, responsabili e inclusivi a tutti i livelli.

A tali fini rafforzare e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile. A questi obiettivi aggiungiamo i suggerimenti impliciti in quanto da tempo sostiene il filosofo Luciano Floridi relativo alla necessità di contrastare l’ignoranza, l’oscurantismo, l’intolleranza, i fanatismi, il bigottismo, il pregiudizio.

Ora bestemmio e mi faccio spernacchiare da chi sa di geopolitica cento volte più di me: in Cina, su questi temi, qualcosa si muove e quanto ora leggerete provate ad accettarlo come indizio tenue di questo non immobilismo.

A mio marginale e ininfluente giudizio siamo in transizione e questo muoversi è possibile solo e unicamente perché in Cina esiste l’Esercito. Istituzione che, nessuno me ne voglia, non esiste nella forma evoluta, come dovrebbe, qualitativamente e culturalmente, esistere in Italia.

E avrò tempo di chiarire l’affermazione impegnativa e critica.

Nel frattempo ecco a voi la superstar GEV e il suo ragionamento, uscito in rete il 13 agosto u.s., sul necessario rapporto tra il  mondo civile e militare. In Cina ovviamente.

Devo aggiungere altro in un post già tanto oneroso.

Questo ragionamento odierno scelgo di farlo dopo che un percorso/disegno, al limite dell’imperscrutabile, mi ha fatto il dono taumaturgico (sono pieno di stanchezza e amareggiato come non pensavo di arrivare ad essere da vivo) di avermi fatto incontrare un uomo (per ora così lo definisco) che mi ha parlato della Cina e dei cinesi come pensavo che prima o poi qualcuno che, li conoscesse bene, me ne avrebbe parlato.

Un uomo spero consapevole di indirizzare i ragionamenti  e i suoi racconti ad un provincialotto (questo è Grani) che in Cina, non solo non c’è mai stato ma mai mai ormai ci andrà.

Quando a ribadire che quando stavo perdendo la speranza che qualcuno mi capisse, da estraneo alle dinamiche diplomatiche ed affaristiche quale oggettivamente sono, nel mio suggerire che con la Cina e con questa loro contemporanea classe dirigente, l’approccio prevalente doveva essere di natura culturale, ho trovato (in realtà mi è stato presentato spero con il fine preciso di renderci compatibili e reciprocamente utili) un italiano che, forte di anni di esperienze e di delusioni (così mi appare) in questa nostra ingrata Patria, svolge, ora che le autorità cinesi lo conoscono e lo apprezzano, un lavoro di raffinata tessitura diplomatica proprio sul piano che ritengo per noi compatrioti più consono, cioè il confronto umanistico-culturale. Consono e fruttifero.  

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Xi Jinping, scrive GEV, ha chiarito, fin da febbraio 2014, in un suo ormai famoso discorso, che la Cina deve diventare rapidamente una cyber-potenza.

Ovvero, che le Forze Armate devono, come il resto del popolo cinese e delle sue organizzazioni, arrivare e superare lo standard tecnologico definito attualmente dall’Occidente.

Se l’URSS voleva “superare” l’Occidente, ma mantenendo i propri squilibri strutturali, la Cina vuole invece trasformare il suo peculiare socialismo, quello che Xi Jinping definisce sempre “con caratteristiche cinesi” senza modificare lo stile socialista ma adeguando i propri meccanismi sociali all’evoluzione della tecnica e della scienza.

È una sfida straordinaria, ma merita di giocarsela.

L’informatica, dice Xi, è strategica per tutta la Cina e occorre che il Paese sia, oltre che bene informatizzato, come già è, anche capace di innovazione autonoma.

E qui c’è il ruolo specifico delle Forze Armate, che devono riunire i ruoli, civili-militari, della ricerca IT e della sicurezza informatica; e che devono controllare la rete per tutta l’estensione del territorio cinese e, in questo caso, anche oltre.

Vi è qui proprio il nucleo del pensiero militare di Xi Jinping: il ruolo essenziale delle FF.AA. nella costruzione del “socialismo con caratteristiche cinesi”, un tema che riguarda sia la politica interna che quella estera, sia il civile che il militare.

Per il mondo, secondo Xi, le FF.AA. cinesi devono costruire ed esercitare il ruolo di una Cina che è grande potenza al pari delle altre, e che anzi tende ad egemonizzare, intanto, l’Asia del Sud-Est poi, in concordia discorde con la Russia, lo Hearthland terrestre centro-asiatico.

Se, prima, le FF.AA. cinesi erano tradizionalmente le protettrici della stabilità politica interna e dei confini, oggi le strutture militari di Pechino sono lo strumento primario dell’espansione del potere di influenza cinese fuori dai confini, pur mantenendo ancora, insieme alla Polizia del Popolo, il ruolo di controllo politico interno.

“Avere la coscienza del pericolo” e “vigilare anche in tempo di pace”, ecco il motivo, di ascendenza maoista, per cui Xi conferisce alle FF.AA. un ruolo della massima, direi della più elevata, importanza.

Pensare il PCC senza le sue Forze Armate è quindi impossibile, fin dall’inizio della Lunga marcia.

Infatti, da questo punto di vista è molto importante la decisione, intrapresa durante il 18° Comitato Centrale del PCC, nel 2012, che istituisce una Commissione per la Sicurezza Nazionale.

Una sicurezza, dice Xi, fortemente centralizzata, adatta alle nuove sfide, efficiente e autorevole.

La politica, anche quella interna, della Cina è definita dalla sua logica strategica e dai suoi meccanismi di sicurezza, esterna e interna.

Anche sul piano dell’economia.

La piramide creata dal Presidente Xi quindi, in questo caso, ha come obiettivo numero 1 la sicurezza del popolo, come presupposto (2) la sicurezza politica, poi, alla base, (3) la sicurezza economica e, come garanzia finale ma essenziale, la sicurezza militare, culturale e sociale.

A contorno di tutto ciò, la sicurezza internazionale.

Da taoista esperto, anche se il sistema politico cinese è sempre più modellato sulla sapienza confuciana, Xi Jinping pensa qui a unire la sicurezza tradizionale con quella “obliqua”.

La sicurezza, oggi, è simultaneamente (e questo è un concetto estraneo al pensiero strategico attuale occidentale) politica, territoriale, militare, economica, culturale, sociale, scientifico-tecnologica, informatica, ecologica, delle risorse e, infine, nucleare.

Questo elenco lo ha scritto Xi Jinping.

La Commissione suddetta funziona con i criteri che già hanno garantito il successo dello sviluppo socialista con “caratteristiche cinesi”, ma senza l’imitazione pericolosa del meccanismo sovietico: il centralismo, la pianificazione scientifica, la sintesi di accentramento e decentramento, l’elevatissima efficienza.

Un dato essenziale, oggi, per le FF.AA. cinesi, è anche la lotta contro il terrorismo.

Per Xi, la guerra al terrorismo riguarda la difesa dello sviluppo interno cinese e delle grandi riforme presenti e future.

Se, in occidente, la lotta anti-terroristica è soprattutto una guerra alle “anomalie” dell’Islam, vere o presunte, e ai singoli “soggetti” magari devianti e folli; per la Cina la guerra al Terrore è invece essenziale per costituire la capacità del popolo cinese di “porre all’esterno” tutta la minaccia terroristica, che è essenzialmente, in questo caso, “separatismo”.

Ovvero il separatismo vero e proprio dello Xingkiang, che ha già posto, da molto tempo, minacce terroristiche all’interno del territorio cinese, e non del solo Xingkiang, e ha esportato il suo jihadismo in Afghanistan e altrove in Medio Oriente, fino alla Siria.

Per Xi, la lotta al terrorismo è anche un progetto di nuova armonia sociale, di ricomposizione dei contrasti economici e sociali, per uno sviluppo armonico e sostenibile.

È un progetto che vale per lo Xingkiang ma anche per il resto della Cina.

Da qui, deriva la difesa dei diritti e degli interessi personali legittimi.

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Se, agli inizi della Repubblica Popolare Cinese, il collettivo era primario, e talvolta l’unico dato, rispetto al soggettivo, la teoria di Xi presuppone uno spazio per la soggettività e i suoi diritti che interrompe davvero una lunghissima tradizione politica cinese.

Detto tra parentesi, temo che anche la Cina, come l’Occidente, tenda a ridurre il “terrorismo” ad azione di soli gruppi.

Ma il terrorismo è proprio quello che, impropriamente, si definisce “guerra santa”, ovvero jihad.

Che è una trasformazione politica, antropologica, teologica, che riguarda tutto l’Islam, “moderato” o “estremista”.

Ma Pechino sa controllare bene gli effetti del commercio e, magari, dell’alleanza politica regionale con i Paesi che, storicamente, fomentano e finanziano il terrorismo islamico.

Mentre l’occidente, oggi più “materialista volgare” dei paesi nati dalle rivoluzioni marxiste-leniniste, pensa solo agli affari e accetta ingenuamente le parole di circostanza di alcuni paesi arabi e islamici.

Per Xi Jinping, tutto l’ambito della sicurezza nazionale copre una grande varietà di settori: dalla scienza e dalla tecnica fino alle tradizioni culturali, dalle infrastrutture alle telecomunicazioni, dall’informazione di massa alla finanza.

Tutto ha una faccia che guarda la sicurezza nazionale, che si esplica in tutti i grandi settori della vita e dell’economia cinese.

Non c’è, nella dottrina cinese attuale, una separazione netta e assoluta tra civile e militare.

Sempre secondo Xi Jinping, i militari cinesi devono, proprio per adattarsi a questo nuovo ambiente di sicurezza globale, approfondire il marxismo-leninismo, la Teoria di Deng Xiaoping, il Pensiero di Mao, la Teoria delle Tre Rappresentazioni, l’analisi scientifica dello sviluppo futuro, e seguire ogni giorno la più stretta disciplina di partito.

Un approccio strettamente confuciano alla gerarchia.

Il Partito si basa esplicitamente, oggi come ieri, sulle Forze Armate, ma non per la repressione, che è oggi quasi inesistente e inutile, ma per la sua disciplina interna e per la sua stessa azione politica.

Di converso, il Partito chiede alle FF.AA. di essere strettamente legate alla linea, alle direttive e all’organizzazione del Partito stesso.

Senza le forze armate, il Partito è impotente, senza il Partito le strutture militari cinesi sono del tutto incapaci di agire.

Ma non perché prive di comandi, ma soprattutto in quanto ormai prive di consistenza organizzativa e di finalità operativa.

“la direzione del Partito è la stessa di quella del lavoro politico delle FF.AA.”, come dice Xi, e il fine del PCC è quello, afferma sempre Xi Jinping, di “costruire” le FF.AA.

In primo luogo, si richiede oggi alle forze armate cinesi di rafforzare la propria leadership interna ed esterna.

Senza una capacità di guidare i cuori e le menti, senza una particolare forza di convincere della giustezza e della bontà dei propri ideali, non vi è forza militare che possa vincere.

Questo, Xi Jinping lo sa benissimo.

Al cuore dell’Esercito del Popolo vi è sempre la capacità di diffondere e rendere accettabile un mito, nel senso di Pareto, che è lo stesso di quello del Partito.

Rafforzare gli ideali è parte dell’educazione di tutto il popolo cinese, e quindi, in particolare, dei soldati.

Nulla è più idealistico, quindi, di un movimento rivoluzionario che si richiama al “materialismo storico e dialettico”.

Quindi, aumentare la professionalità e anche l’”idealismo” per così dire, degli ufficiali superiori, in primo luogo, poi di tutta la catena gerarchica. Altro obiettivo attuale dell’ELP.

In secondo luogo, lo dice ancora Xi Jinping, le FF.AA. dovrebbero acquisire lo spirito del Partito e i suoi principi fondamentali.

Le forza armate cinesi devono, alla fine del loro sviluppo attuale, “essere” il Partito.

Come dice un antico proverbio cinese, “eseguire gli ordini fa la maestà del militare”, e Xi ritiene che ci debbano essere regole molto chiare su cosa fare e non fare, in tutti gli ambiti del sistema militare cinese.

Ed che è il Partito che le definisce.

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Poi, le FF.AA. della Cina Popolare devono, sempre secondo Xi Jinping, mantenere e migliorare costantemente una già elevata capacità di combattimento.

La capacità effettiva di combattimento è l’unico standard che il Partito analizza per stabilire l’efficacia reale delle sue FF.AA.

Combattere per vincere, solo per vincere.

Ma il lavoro politico è essenziale anche per migliorare la capacità di combattere.

È la linea del Partito n.1.

Il lavoro politico, nelle FF.AA., serve soprattutto per chiarire gli interessi nazionali da difendere sempre e comunque; e per sostenere poi l’obiettivo specifico dello sviluppo economico.

Quindi, è un pressante obiettivo, per l’attuale dirigenza politica cinese, è quello di ristabilire l’autorità e il prestigio del lavoro politico all’interno delle FF.AA.

E, in questo caso, come è sempre accaduto nella storia dell’Armata Rossa cinese, il valore assoluto è quello del fare, non del dire.

Ma c’è anche, all’orizzonte di tutte queste questioni sul rapporto politico tra Esercito Popolare di Liberazione e Partito Comunista Cinese, il tema della grande riforma delle FF.AA. cinesi.

Per Xi, la situazione attuale della trasformazione delle forze armate ricorda quella dei primi momenti della Repubblica Popolare cinese.

Se prima, come dice il Presidente Xi, la Cina era solo una grande nazione, ora essa è grande ancora, certamente, ma soprattutto molto potente.

Ma, per definire la Grande Riforma delle FF.AA. di Pechino, occorre porre la questione nell’ambito delle grandi trasformazioni internazionali.

Per la Riforma militare, qui occorre ripetere la serie di “dottrine” necessarie, secondo il Partito, a creare la riforma stessa: il marxismo-leninismo, il pensiero di Mao Zedong, la Teoria di Deng Xiaoping, la teoria delle Tre Rappresentazioni, e infine il Disegno Scientifico per lo Sviluppo.

Le “teorie” sopraccitate non sono semplice retorica o ideologia nel senso classico.

Sono in effetti i fondamenti astratti e, soprattutto, le giustificazioni, per cambiare le strutture, le gerarchie, le attività delle FF. AA. dall’interno.

Secondo la Commissione Militare Centrale, che è insieme uno dei vertici del Partito e il vertice definitivo della organizzazione militare cinese, il lavoro politico, riguardante le forze armate cinesi, si occupa soprattutto della standardizzazione degli armamenti e dell’organizzazione, del coordinamento tra le Forze, del rapporto positivo tra l’organizzazione militare cinese e lo sviluppo economico del Paese, infine della creazione di nuove strategie, per operare all’interno del Nuovo Ordine Mondiale.

La riforma oggi programmata serve, secondo il PCC, a organizzare meglio le suddette strategie di settore e a moltiplicare, quindi, il potere militare (e politico) dell’Esercito di Liberazione Nazionale.

È in questo contesto che la Commissione Militare Centrale prende su di sé tutta la amministrazione dell’ELP, della Polizia Armata del Popolo, della milizia, delle Forze della Riserva.

È questo, evidentemente, il modo scelto da Xi per accelerare la riforma delle FF.AA. e, soprattutto, per controllarne e razionalizzarne i costi.

E, naturalmente, questo è il modo specifico in cui il Partito riafferma il suo pieno e assoluto controllo sulle FF.AA. cinesi.

Vi sarà poi un “Comando CMC” per le forze di teatro, e un comando CMC per le truppe di servizio, mentre i comandi regionali sono trasformati in comandi di Teatro e vi è un nuovo joint command delle forze da battaglia per ogni comando di Teatro, già regionale, mentre il tutto sarà rafforzato dalla joint command organization della CMC.

Per eliminare la corruzione, la rete dei controlli disciplinari sarà separata e autonoma rispetto alla gerarchia di comando.

Nessun militare, di nessun grado, può oggi conferire direttamente servizi al pubblico.

Entro il 2020 sarà poi realizzata la riforma dei gradi e delle gerarchie, e sarà anche realizzata l’integrazione di settore tra civili e militari.

Un’area chiave questa, del futuro militare cinese, come sostiene Xi Jinping: l’integrazione civile-militare sarà essenziale proprio per lo sviluppo delle infrastrutture, nella scienza, nella tecnologia, nell’industria, nella costruzione e progettazione delle armi, nell’outsourcing della logistica, nelle tecniche comunicative per la mobilitazione di massa.

Poi non dimentichiamo la cibernetica, l’oceanografia, lo spazio interstellare, la biologia e tutte le scienze oggi di avanguardia.

Tutte aree in cui i civili avranno ruoli notevoli.

La direzione di tutto ciò, ovviamente, sarà sempre nelle mani della CMC.

È proprio per rafforzare le FF.AA., quindi, che la dirigenza cinese riafferma duramente la piena e assoluta preminenza del PCC sulle Forze Armate.

Integrità politica delle FF.AA., quindi, e derivante centralizzazione dei comandi presso la CMC.

Primo obiettivo della leadership del Partito: la combat readiness, con la relativa costruzione di una élite militare che si sia esercitata a combattere in ogni tempo e luogo e sotto ogni circostanza, quando ciò venga richiesto.

Secondo obiettivo: preparazione costante per la guerra. La guerra vera.

Certo, il popolo cinese e i suoi dirigenti vogliono e desiderano appassionatamente la pace, ma vogliono anche eliminare rapidamente qualsiasi aggressore.

Più aumenta la combat readiness, maggiore è la paura, da parte di qualsiasi avversario, a iniziare lo scontro.

Qui, si intuisce come lavoro politico e attività professionale siano strettamente uniti, nel mondo militare cinese.

Poi, ancora, è centrale, per Xi e la dirigenza attuale del Partito, il rafforzamento delle strategie militari cinesi con la scienza e la tecnologia, il che è appunto quello che i dirigenti chiamano l’”innovazione”.

E, di nuovo, una forte integrazione civile-militare.

Che abbatte i costi e offre le migliori tecnologie, a patto che vi sia correttezza e affidabilità da entrambe le parti.

Nel White Paper 2019, vi è poi la richiesta di “lottare contro l’egemonismo statunitense”, ma anche l’adattamento cinese, almeno iniziale, al nuovo panorama strategico globale.

Nell’era di Xi Jinping, le FF.AA. cinesi aumentano fortemente il loro grado di preparazione, lo abbiamo visto, con la PLA che vuole trasformarsi in una forza “di livello mondiale” verso la metà di questo secolo.

Esplicito è anche l’impegno del PLA verso “la pace mondiale”, ma obiettivo esplicito, nei testi dottrinali e strategici cinesi attuali, è sempre “l’egemonismo USA” e le Forze Armate statunitensi.

Il PLA, afferma il documento, si specializzerà nell’armamento a lungo raggio, di precisione, nella tecnologia stealth e nei vettori privi di guida umana.

La “guerra futura”, per le FF.AA. cinesi, sarà legata soprattutto all’Intelligenza Artificiale, all’informazione quantica, ai big data, al cloud computing, all’Internet delle Cose.

La forma della guerra si sta accelerando, nella sua evoluzione tecnologica, verso la guerra informatizzata e la guerra “intelligentizzata” (nel senso tecnologico del termine).

È questa la “linea di base” del PCC cinese oggi.

È tutto questo, evidentemente, un adattamento al sistema cinese della vecchia linea della Revolution in Military Affairs, la RMA USA del 1991 circa, nata a partire, paradosso della storia, proprio da un vecchio progetto del generale sovietico Ogarkov.

E proprio qui, la Cina esplicita la massima volontà di rimuovere ogni ostacolo alla ricostruzione della RMA “con caratteristiche cinesi”, anche modificando temporaneamente i progetti oggi in attuazione delle stesse FF.AA.

È, inoltre, la Third Offset Strategy statunitense che interessa molto, oggi, i cinesi.

La 3OS è un insieme di nuovi concetti operativi e innovazioni tecnologiche, per garantire agli Stati Uniti la superiorità strategica e tattica contro gli avversari attuali. Ovvero, in primo luogo, la Cina.

Tutta la geopolitica della 3OS è pensata oggi per il Sud-Est asiatico e per la Cina, guarda caso.

L’idea centrale della 3OS è oggi quella delle access/area denial, una difesa a strati delle aree primarie Usa, contro un avversario di pari evoluzione tecnologica.

Si tratta di difendere le basi Usa più vicine alla Cina, quelle delle isole, da un attacco evoluto da parte di un grande nemico.

Sempre in questo quadro teorico, nel Libro Bianco 2019 cinese vi è una forte sottolineatura del ruolo della Forza di Supporto Strategico della PLA, che si occupa di Spazio, di Cyber, e di guerra elettronica, un nuovo strumento militare unificato per le operazioni da RMA.

La PLA si occupa oggi, soprattutto, di riparare il proprio technology gap e quindi di evitare alla radice il rischio di una “sorpresa tecnologica”.

Da global class, quindi, a first-global class, sarà questa la futura e rapida evoluzione tecnologica e dottrinale dell’ELP.

È uno sforzo notevole, ma siamo certi che l’Esercito di Liberazione Popolare ne sarà pienamente capace.

E immaginiamo qui il nuovo equilibrio globale delle forze: gli Usa bloccati tra l’Oceano Indiano e quello del Sud Est Pacifico, la riduzione del legame tra Tokyo e Washington, la probabile concentrazione delle Forze Usa tra Medio Oriente e Africa, il controllo cinese dell’Asia Centrale.

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Qui finisce (o comincia?) il dotto ragionamento di Giancarlo Elia Valori.

Torniamo alla porzione di Pianeta che ci compete e all’attività di stimolo che ritengo il mondo civile e militare, questa volta intendo italiano, ha il diritto/dovere di mettere in moto.

Aggiungo infine  un pensiero magico applicato a materia ultra materialistica.

Voi pensate che i cinesi non abbiano letto anche la pubblicistica editata a suo tempo dai nostri Stati Maggiori e in special modo le pubblicazioni attinenti i rapporti tra il mondo civile e quello militare?

Vi sbagliereste se lo pensaste e, viceversa, sareste nel giusto se teneste conto sia che è questo blog che vi garantisce che lo hanno fatto a suo tempo, sia che è proprio il vostro Leo Rugens che ha tentato, inutilmente, di suggerire ai vertici politici pentastellati di soffermarsi a riflettere su tali convergenze evolutive.

Intendendo tra il pensiero teorico italiano in materia (ho scritto che si elaborava la materia in modo evoluto sin dagli anni ’80) e quanto la Commissione Militare Centrale dell’Esercito cinese (scusate sempre le mie semplificazioni dovute a mille ragioni pedestri ma non certamente a non sapere cosa dico) non solo aveva anch’essa elaborato, ma, beata lei, vivendo in una realtà statuale dove si pensa e poi, udite udite, si agisce in conformità, ha visto riconosciuta la sua funzione vitale.

Infine dico che la Cina “da tempo” era destinata a divenire ciò che sta divenendo e averla trattata, viceversa (se non ad eccezione di qualche avveduto cittadino italiano ma in una forma esclusivamente privata e contando sulle proprie limitate forze) come un’entità fatta prevalentemente da mercanti con cui rivaleggiare in furbizia, è stato un errore “strategico” (così rimaniamo in tema) di cui non ci pentiremo mai abbastanza.

Oggi ci siamo dati non all’ippica ma a ragionare di Cina che potrebbe essere molto più vicina (e forse affine) di quanto vi vogliono far credere. E non per il transito di qualche carovana di mercanti lungo la Via della Seta.

Oreste Grani/Leo Rugens