Discontinuità: chi era costei?

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Ma proprio a persone che hanno fatto tutto questo casino (o vogliamo rimuovere che è stato dissipato metà del patrimonio elettorale del M5S?) dovevamo ri-affidare le nostre residue speranze? Le riunioni si vanno a fare (nella massima riservatezza?) a casa di Vincenzo Spadafora? “Ma mi faccia il piacere”, avrebbe commentato Antonio De Curtis, in arte Totò.

Siamo ancora a prima della discontinuità?

Per ora mi attengo a quanto so di aver scritto, nella mia semplicità e marginalità, anche il 19 aprile 2018. Ho scritto “anche” perché sono anni che mi diletto della materia.

Parola per parola, senza rimangiarmi nulla, lo ripropongo in rete e alla rete. Anzi, per la prima volta, aumentando di un grado l’autostima.

Reiterando vi comportate, direbbero a Roma, come dei veri “sola”.

Oreste Grani/Leo Rugens che, dopo il digiuno di riflessione, torna a dire la sua.




IL CICLO DEL RINNOVAMENTO: OVVERO IL PERCHÉ DI UN PATTO DI TRANSIZIONE

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Per l’intelligente e colto Cacciari, ci vuole discontinuità.  Così, ieri sera, davanti alla solita Lilli Gruber, la pensava anche e in evidente scia, il praticone Oscar Farinetti, viceversa renziano assoluto fino a pochi mesi addietro. Per discontinuità, si intende, secondo il filosofo veneto, un governo M5S e Lega. Con questo accordo il pensatore complesso suggerisce/auspica di provare a chiudere la Prima Repubblica che, viceversa (anche noi nella nostra semplicità e marginalità lo pensiamo) ha continuato a vivacchiare camalenticamente/gattopardescamente dai lontani anni ’92-’93, nella forma drogata e massimamente corrotta del berlusconismo neo-mafioso. Non a caso, se pure dovesse concludersi con un nulla di fatto (tutti assolti nulla è accaduto), in queste ore, nei locali del Tribunale di Palermo, si discute se in quel biennio drammatico la mafia e lo Stato siano stati, quasi in modo formalizzato, addirittura collusi. Massimo Cacciari non crede (e qui come dargli torto) che Lega e M5S abbiano un avvenire di reale convivenza, avendo storie e pensieri troppo divergenti. Storie e pensieri e, aggiungiamo noi, elettorato incompatibile, come si potrebbe vedere a giorni sancito da seri sondaggi (non so se saranno resi pubblici) attestanti come la base (misurata con assoluta scientificità) del M5S si autodefinisca, per il suo 50%, “di sinistra”, solo per il 20% “di destra” e, il rimanente 30%, senza “patria ideologica”. L’espressione è mia dal momento che ovviamente il sondaggisti hanno usato altro linguaggio. Ma ricordate bene le proporzioni (50% e 20%) per capire cosa si deve intendere per “temporanee/transitorie convergenze evolutive” (anche questa è una mia espressione) e come si debbano leggere queste convergenze (frutto di una evoluzione intelligente dei due raggruppamenti politico-sociale) a tempo determinato. Comunque grazie all’azione salvifica e vivacizzante svolta dal M5S pur partendo dalla totale ignoranza reciproca, aggravata da una voluta confusione delle lingue, s’intrecciano già i primi dialoghi nuovi.

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Si ricostruisce subito (continuando una metafora che mi è cara e che uso per l’area della strategia di sicurezza e dell’Intelligence) qui una molecola, li un inizio di membrana. Tutto un popolo nuovo invade lo spazio prima occupato dalla cessazione del moto, della conoscenza reciproca, della comunicazione. Dove c’era morte civile e politica il popolo nuovo inizia una vittoriosa colonizzazione. Ci si libera (così dovrà essere) di una visione da individui aggrappati alla propria costanza (immaginate la pochezza del pensiero leghista sulle ondate di nuova gente che si mette in cammino) che viceversa è lei stessa il massimo dell’effimero. Nessuno è individuo costante.  Anzi tutti siamo in permanente trasformazione e cambiamo mille volte la nostra stessa anatomia grazie alle mille e mille volte che dentro e fuori di noi veniamo divorati e divoriamo.

Ci si libera di Berlusconi e del berlusconismo e poi, in un sistema a sua volta evoluto verso un necessario e leggibile approccio alla francese (primo/secondo turno) che i cacicchi/capi bastone/ladri di Stato/amici intimi di criminali non hanno in alcun modo voluto, rifilandovi, viceversa, il veleno a lento rilascio del Rosatellum che vi tiene da 45 giorni in questa situazione, ci si misura, democraticamente. Questa legge malandrina in essere la dovete anche a gentarella come Ettore Rosato che ancora si può permettere di agitarsi nei palazzi in quanto ha architettato lui stesso il marchingegno per non vedersi personalmente annullare dal voto popolare. Marchingegno che ha salvato quasi tutti quelli che la volontà della maggioranza degli italiani aveva deciso di punire, estromettendoli dalla politica attiva.

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Forma transitoria quindi, emulativa di quanto la natura suggerisce ricordandoci che l’Universo stesso tende in modo unidirezionale verso l’equilibrio finale, verso una condizione di entropia massima. O, almeno, così la pensano, molti scienziati del pensiero teorico complesso. Ma durante questo viaggio  permanente rispetto alla nostra scala temporale la natura crea strutture transitorie (e in queste strutture rientrerebbe il patto M5S-Lega), alimentate da un flusso di energia o di materia, che sopravvivono finché il flusso che le ha generate (questi sono, lasciatemi passare il termine metaforico, anche i flussi elettorali destra-sinistra che hanno generato il risultato del 4 marzo u.s.) non cessa.

Questo (il quando) è ciò che nessuno sa, con esattezza, nelle scienze politiche. Colpevole, viceversa, non sapere che non potrà non avvenire una certa cosa. Queste strutture fisiche, chimiche, biologiche sono dissipative in quanto si manifestano solo mentre si disperde energia. Parlo di tutto il casino spettacolarizzato a cui assistete. La loro esistenza si può protrarre per anni (e questo è quanto affermo sia accaduto a cominciare da Mani pulite, dal biennio stragista, puntellato dal berlusconismo e messo in discussione solo dal meritorio sorgere del M5S) o, viceversa, risolversi in pochi minuti, come avviene nelle reazioni chimiche.

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Vediamo a cosa stiamo assistendo e dentro a quale processo alchemico fisico-chimico-politico ci troviamo.

Comunque, sentite a me, tenete conto dei dati forniti: della base del MoVimento il 50% si sente di sinistra, il 20% di destra. Solo il 30% è realmente spaesato. O, almeno, tale si sente.

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S.

Il ragionamento del patto di transizione si può fare paro-paro con il PD.

Come si è posta la pregiudiziale su Berlusconi, va chiarito, con altrettanta fermezza, che il renzismo è morto e come tale va trattato.

Transizione quindi come condizione del naturale scorrere della vita che è rinnovamento permanente.



ESSERE O NON ESSERE MOVIMENTO 5 STELLE

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Il previsto e prevedibile sta accadendo: la dissipazione del patrimonio politico, etico-morale rappresentato dagli undici milioni di voti espressi il 4 marzo 2018 a favore del M5S non solo è in essere (oltre sei milioni di cittadini si sono chiamati fuori) ma si sostanzia (cosa gravissima) anche con le prime defezioni formali di parlamentari. I trecento sono ancora la possibile diga al dilagare della ideologia assolutista salviniana e questa è la loro residua preziosità: i Trecento devono rimanere uniti ad ogni costo, almeno per non non non non fare sciogliere il Parlamento. Almeno per arrivare determinanti per le nomine ai vertici di ENI, ENEL, TERNA, LEONARDO. Per non dire del capo dello Stato quando sarà. Non bisognava mettercisi in questo cazzo di “vicolo cieco” ma ora bisogna lavorare politicamente (ma lo sanno fare quelli che guidano il MoVimento?) per scongiurare l’evento dello scioglimento. Anche se si dovesse passare all’opposizione e favorire altro. Ma non farsi complici della restaurazione nazi-leghista. Bisogna isolare la Lega e la sua componente eversiva, lasciandola in buona compagnia con i parlamentari di Fratelli d’Italia, in numero insufficiente per farsi maggioranza. Il tempo e i comportamenti illeciti tenuti in passato da non pochi leghisti, potrebbero fare il resto. Ma bisogna organizzare la resistenza o tutto sarà perduto. Bisogna avviare un processo di presa di coscienza accelerato tra gli smarriti attuali parlamentari pentastellati a suo tempo mal reclutati e ancor peggio formati. Che nessuno, nonostante il ricco budget e le tante simpatie di cui era circondato il Movimento, ha saputo preparare a ciò che non poteva non accadere. E non intendo dire come ci si mostra in TV. È tempo di ben altro. I trecento, quasi si fosse sulla spiaggia di Dunkerque (e dove pensate di essere se non da quelle parti?), hanno bisogno di essere lealmente coinvolti  in un processo decisionale che, azzerato (vuol dire correre il rischio implicito dal momento che peggio di così non potrebbero essere) il gruppo dirigente salvi il salvabile. Bisogna che qualcuno però, prima e in modo incontrovertibile, ammetta i gravissimi errori consumati e se qualcuno ci deve dire qualcosa sui motivi reconditi di tali scelte da conventicole e combriccolette di amichetti, parli ora o taccia per sempre ritirandosi, sull’esempio di Rosario Crocetta in Tunisia. Qualora volessero, anche in dolce compagnia. Il Paese che non ha mai risolto la guerra civile strisciante che la caduta del fascismo e la guerra ci hanno lasciato in eredità, è sull’orlo del baratro. Per detto popolare si dice che la brace si conserva sotto la cenere. E sull’orlo in bilico era anche quando per rivoluzionare vi siete scelti quelli che, da 25 anni (!) organizzavano in combutta con Berlusconi il saccheggio delle casse pubbliche. Follia, imbecillità o scelte complici? A vedere a chi avete dato potere (pagandoli profumatamente con i soldi pubblici) fino a spacciarli per uomini di governo, si potrebbe propendere per la terza ipotesi. Siete riusciti a mettere in posizioni  apicali delle vere macchiette o degli avanzi scampati ad inchieste su corruzione e poteri oscuri testimoniati da brogliacci redatti da onesti investigatori, documenti giudiziari rivelatori di anime servili se non delle complicità favorite dallo stile di vita e dalle frequentazioni pubbliche e private. Compaiono questi profili in una percentuale tale e in posizioni di potere da destare il sospetto che una vera e propria lobby si sia, con abilità, infiltrata nel MoVimento per impadronirsene. Il complottismo è altro e vediamo di non utilizzarlo per smentire questi gravissimi comportamenti comprovati. Il Pianeta, solo poche ore addietro sembra essere stato sull’orlo di una nuova guerra dagli esiti imprevedibili.

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Non credo che i contraccolpi di una tale degenerazione potrebbero essere gestiti da personalità fragili e senza esperienza come alcuni ragazzotti si sono mostrati. Anche nelle relazioni interpersonali. Troppi episodi, troppi pettegolezzi, troppi riscontri. Troppi errori nelle scelte di collaboratori.
Al tempo assenza totale di scelte che confermassero che, viceversa, la cultura veniva considerata risorsa strategica per lo sviluppo e la ripresa sostanziale. Niente che facesse ritenere il MoVimento fosse pronto a dare alla cultura quella centralità che le compete quale tessuto connettivo del Paese. Siete arrivati a nominare Lino Banfi ambasciatore presso l’UNESCO senza dirci il vero perché di quella bizzarria. Un due meno con il reddito di cittadinanza di cui un giorno torno a parlarvi. Zero spaccato sulla fine delle pubblicità per il gioco d’azzardo per cui si moriva prima e si muore adesso. Forse ancora più di prima. Uno meno meno per lo sforzo sinergico con la Sindaca della Capitale lasciata, da subito, in balia di se stessa e dei soliti pessimi consiglieri infiltrati. Sull’Antimafia e il contrasto ai criminali mi sono altre volte pronunciato.

Oreste Grani

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HO SCRITTO CHE REITERARE È DEGLI ESSERI DIABOLICI. CHI SI SENTE DI PIÙ DI SATANASSO?

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Il 9 febbraio 2018 (secondo i canoni notarili della blockchain “prima” del trionfo del 4 marzo 2018) ho lasciato scritto, pre-vedente, che Luigi Di Maio non si meritava quello che stava per succedere. Non solo non se lo meritava Di Maio che, nella sua vita precedente, non sapeva neanche dell’esistenza del conterraneo Vincenzo Scotti e che mestiere avesse fatto, ma non se lo meritavano quasi (qualche stronzo che fa stronzate c’è sempre) tutti quegli 11 milioni che avevano firmato non un contratto con un teppista della politica (vedete che il posteggiatore abusivo Salvini non mi faceva paura prima e non mi fa paura adesso?) ma la “cambiale in bianco” a che i “cittadini portavoce” (che creative definizioni usavate quando la mongolfiera veniva sospinta facilmente verso l’alto dalle correnti ascensionali determinatesi dalla nuotata metaforica di Beppe Grillo e dalle piazze stracolme di inferociti cittadini che ritmavano “tutti a casa”, “onestà-onestà”, “Rodota-Rodotà”) onorassero la delega ad attuare, solo ed esclusivamente, il Grande Cambiamento anelato. Stiamo parlando, viceversa, della più grande operazione di trasformismo conservatore mai attuata dal 17 febbraio 1992: che nulla cambi.

Cercare dove fosse, ben protetta, la cabina di regia di questa operazione gattopardesca, è il fine del ciclo dei post che, doverosamente (e senza nulla temere), cominciamo oggi a scrivere. Dico subito, a scanso equivoci, che non considero il capitano Elisabetta Trenta artefice di nulla che assomigli vagamente al ruolo di oscuro regista. Preferisco giocare a carte scoperte: sto cercando banalmente chi ha presentato chi a chi, e quando. E quanto so, in prima persona, di questa catena di Sant’Antonio (non da Padova che era persona seria senza le cui capacità il Poverello d’Assisi, tale sarebbe rimasto), mi fa scartare la Trenta. A prescindere da altre considerazioni.

Comunque, procediamo da ciò che è noto a ciò che, ad oggi, è ignoto e vediamo chi rimarrà in piedi sul ring, tenendo conto che tranne Emma Marcegaglia, non amo battermi con le donne.

Gli articoli evidenziano un eventuale ruolo della Ministra della Difesa. Non ci siamo proprio e certamente non nel ruolo di regista.    

Mi inoltro nella selva oscura.

Lo faccio, tra l’altro, confortato dallo spirito, colto e raffinato, intimamente contenuto nelle parole che un amico (è in realtà ben altro, oltre ad essere un competente, consolidato nel tempo, analista di intelligence culturale come pochi) mi ha voluto far pervenire, ritenendomi provato dagli avvenimenti. Che invece mi rafforzano, unitamente alle parole donatemi in gesto elegante e pertinente e, in quanto tale, graditissimo. Che condivido con i miei lettori.

… un famoso passo del discorso di Enrico V di Shakespeare, il discorso tenuto prima della battaglia di Azincourt:

«Noi pochi. Noi felici, pochi. Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi in questo giorno!».

Credo sia ora giunto il momento della “pugna”…

Grazie.

Torniamo (ma quando l’abbiamo trascurata?) alla Link Campus University, a Vincenzo Scotti e a chi, nel M5S, ha ritenuto che la Nuova Repubblica, avesse bisogno di tali arnesi “da scasso”.

Due fonti aperte per darvi un’ulteriore regolata su chi ci ha messo la faccia e la propria reputazione (grandissimo stronzo – e non mi riferisco a Matteo Salvini, che, paradossalmente, è il meno colpevole di tutti nel senso che lui, giustamente, fa Salvini – pensi di passartela liscia su questa vicenda della Link Campus University, i processi formativi qualificanti  e chi deve qualcosa a qualcuno?

Oreste Grani/Leo Rugens   

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MA PROPRIO A LINK CAMPUS, DA VINCENZO SCOTTI, DOVEVATE PORTARE LUIGI DI MAIO?

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Da prima che Luigi Di Maio fosse eletto al Parlamento, in questo blog, marginale e ininfluente, sostenevamo che la politica estera di una Paese è tutto.  Eravamo quindi, da tifosi a cinque stelle,  in attesa che il candidato premier uscisse sul tema. Finalmente lo ha fatto, anche dicendo cose ben dette, segnale di una attenzione alla geopolitica che di per se è rassicurante. Di segno opposto (cioè con connotazioni inquietanti) è “dove” lo abbia fatto. Link Campus non è la cornice che ci saremmo aspettati. Certamente non è da dove era opportuno dare segnali al mondo diplomatico e a quello, ancora più attento ai percorsi labirintici mentali, che è quello dell’Intelligence. Sottolineatura affettuosa che, a maggior ragione, inviamo agli ambienti che si ritengono attenti a chi si è candidato a mettere in moto quelle trasformazioni culturale che le notte buie della Repubblica, con i suoi troppi misteri irrisolti, si meriterebbero, per fare un po’ di luce. E questo lo dico perché il dove e il con chi anticipa, in un mondo tanto sofisticato, le finalità.

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Link Campus oggi è ridotto ad essere sostanzialmente Vincenzo Scotti, come ultima figura della Prima Repubblica ad avere ricordi personali sugli accadimenti di quegli anni. Gli altri, Andreotti e Cossiga, sono deceduti. I ricordi che abbiamo noi di Vincenzo Scotti non avrebbero dovuto consigliare quella allocazione per trattare un argomento di quella delicatezza. Ripeto: l’argomento degli argomenti, soprattutto nel Mediterraneo. Politica estera e intelligence infatti da queste parti (ma in realtà nel mondo intero) sono una cosa sola. E allora – se così fosse – cosa c’entra Link Campus con la politica estera futura della nostra già tanto offesa Repubblica. Dove è la discontinuità, fosse anche la continuità, ostacolo/stimolo dicotomico al centro di qualunque percorso formativo capace di dare sostanza e indicazioni strategiche a chi ambisce alla carriera diplomatica o a servire lo Stato nel settore della sicurezza e dell’Intelligence?  Un vero passo falso che spero abbia solo origine in quella casualità che troppo spesso contraddistingue l’operato di chi aveva raccolto la fiducia di oltre 8.750.000 italiani. Per far emergere il mio pensiero non di natura genericamente “archivistica” (a volte si pensa solo a quanto contenuto nei dossier) dove avrei giocato a mani basse se non con la destra dietro la schiena (in realtà sono un mancino guardia destra) faccio riferimento a quanto il recente trasferimento di sede di Link Campus suggerisce. Sono dettagli, sfumature ma che, al cultore dei processi investigativi, raccontano molto, se non troppo. Comunque raccontano legami, approcci, assenza di sistemi di valori patriottici che appaiono lontani da quelli che sarebbe necessario attivare per arrivare a formare personale all’altezza della missione complessa quale quella  di tornare a dare una sovranità perduta proprio durante gli anni della Prima Repubblica quando, ucciso Moro, ci hanno messo la mordacchia. Ma se non mi sbaglio, IN QUEGLI ANNI, VINCENZINO SCOTTI, IL COLTO NAPOLETANO, anche al governo del Paese, C’ERA E NON MI SEMBRA CHE A LUI SI POSSANO ASCRIVERE INIZIATIVE DI NATURA STRATEGICA TALI DA ESSERE RICORDATE.

Al massimo, ci ricordiamo l’uso inopportuno del personale del SISDE, comandato e  umiliato a fare da “comitato elettorale atipico” per il calabrese Agazio Loiero, sodale di Scotti. Dettaglio, direte voi, e in più, vecchio e tardo come sono, mi posso essere anche confuso e Scotti non è quello Scotti lì ma quello che produceva riso. Così come potrebbe essere che non sia lo Scotti che fece da apripista alle cordate delle sale Bingo, luoghi di sdoganamento delle macchinette mangiasoldi e di riciclo, sale spesso gestite da società con sede in Malta. Potrebbe non essere lo Scotti che, prestandosi a fare da effetto alone e garanzia (Presidente Onorario, vecchio trucco da vecchi sola come mi raccontava il maestro di tutti i sola Lucio Musizza che usava per i suoi raggiri la copertura distraente di Ruggero Orlando ormai a fine carriera) nella vicenda della costruzione di una nave fantasma, facilitò lo sparire di decine di milioni di euro dalle parti del comune di Civitavecchia dove oggi il sindaco è pentastellato. Basterebbe a volte usare un po’ di intelligenza e di facile intelligence e scoprire con il doveroso anticipo che ci si fa garantire, per dire anche cose serie, da personaggi che sono solo seri, da decenni, per farsi i cazzi propri.

Ancora una volta il danno alle banche (vedi articoli http://www.lanazione.it/arezzo/cronaca/yacht-etruria-selfie-ricco-di-vip-sullo-sfondo-del-maxi-cantiere-1.2298465 – http://www.lanazione.it/arezzo/cronaca/banca-etruria-yacht-etruria-la-storia-delle-mega-nave-incagliata-in-porto-come-il-credito-da-30-milioni-di-bpel-1.689442 – http://www.repubblica.it/cronaca/2016/07/29/news/privilege_yard-145000225/) fece indirettamente danno all’Erario, medaglietta che non credo sia gradita nel MoVimento che fu di Grillo e Casaleggio. Può essere che io mi sbagli e che confonda Gerry Scotti con Vincenzo Scotti. Nel caso io non mi sbagliassi è ora di smetterla di sbagliarsi, ogni volta  usando a turno il culo di quegli italiani che pieni di entusiasmo, nel febbraio del 2013, andarono a votare M5S. Una cosa è sbagliarsi su uno scontrino, o su come un prefetto a fatto carriera, o su una candidatura (ci mancherebbe pure!) e una cosa è non sapere chi sia Vincenzo Scotti. Forse è ora di dargli un taglio a tanto pressapochismo.

Oreste Grani/Leo Rugens


CI SONO MOLTI MODI PER FARE I CONTI: UNO È CHIEDERE CONTO. ED È QUELLO CHE COMINCIO A FARE

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Di tante delusioni che stiamo provando da quando si è insediato il Governo del Cambiamento (non ultima quella della questione morale che potrebbe travolgere l’amministrazione della Capitale e degli ambienti a Cinque Stelle delegati, dal voto e dalla speranza popolare, a rappresentare le istanze “grilline” anche alla Regione Lazio), una ci appare particolarmente amara ed è quella di dover constatare che si è opzionata la strada dell’oblio e del conformismo vigliacco su tanti gravi episodi di terrorismo o perfino di segno stragista, del nostro recente passato.

Episodi gravissimi su cui si scelto di assumere atteggiamento indifferente e che pertanto risultano ancora avvolti nel mistero. Viceversa, a mio modesto ma, da oggi, non più sommesso avviso, si doveva fare qualcosa di leale nei confronti delle ferite inferte alla nostra intelligenza e memoria collettiva. Nulla mi risulta essere stato fatto. Nessun segnale di discontinuità, quindi, sostanziale (gli uomini concreti fanno cose e non troppe chiacchiere) a vantaggio della comprensione di quali interessi (certamente illeciti) quei delitti abbiano coperto.

Qualche ora addietro, come sapete tutti, è stato il 25° della morte di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. Anche questa data (un quarto di secolo, per Dio!) è passata senza che venisse neanche espressa, in sede di Governo, la volontà di onorare i nostri caduti facendo emergere il movente e le complicità (anche di Stato). Il tutto si è esaurito nella professionale ricostruzione degli eventi (qualche dubbio in più, qualche dubbio in meno), fatta, sia pur nel migliore dei modi possibili, con la solita regia concettuale investigativa, da parte diAndrea Purgatori. Questa volta lo sforzo giornalistico ha trovato accoglienza e retribuzione nella LA7 di Urbano Cairo.

Punto. Il silenzio (è solo inadeguatezza?) da parte di chi avrebbe dovuto aprire le istituzioni “come una scatoletta di tonno”, mi offende e mi obbliga a ricordare che bastava, per fare qualcosa di serio ed onesto nei confronti della memoria dei nostri compatrioti, “aprire gli armadi”, senza annunciarsi “rivoluzionari” per finire pantofolai opportunisti. In particolare ci addolora il silenzio intorno alla fine del Gen. Licio Giorgeri, ufficiale d’Aviazione, di cui questo blog, nella sua marginalità e ininfluenza, ha cominciato ad interessarsi il 28 dicembre 2012. Senza cavare un ragno dal buco direte ma con la differenza sostanziale che io non sono stato mandato in Parlamento per far cessare l’arbitrio, la corruzione, i silenzi complici della prima e seconda Repubblica. Grani, come è notorio, non riceve denaro pubblico per servire lo Stato. Al massimo, essendo andato a riscuotere la mia legittima pensione alcuni anni dopo di quando mi sarebbe spettata, avanzo, a tutti gli effetti sostanziali, un cifra cospicua, quasi fosse stata, ante literam, una “restituzione” (conoscete la ritualità della restituzione?) senza neanche aver reso rendere pubblico il gesto formale e sostanziale. Un atto silenzioso di messa in ordine della mia coscienza di cittadino e di patriota. Per sentirmi libero di dire e di fare quel che dico e faccio.

Leggete quanto scrivevamo e quanto stiamo scrivendo e buona giornata tutti.

Oreste Grani/Leo Rugens che ancora ringrazia chi lo sta motivando a non mollare.

Per le piccole cifre abbiamo deciso di prendere soldi da chiunque con le ormai semplici modalità del versamento sul circuito PayPal usando il nostro indirizzo e-mail:leorugens2013@gmail.com

oppure un bonifico a Oreste Grani – IBANIT98Q0760103200001043168739


LE REGIE OCCULTE. OVVERO, COME E PERCHÉ CLAUDIA GIOIA FECE ASSASSINARE IL GENERALE LICIO GIORGIERI

Danilo Eccker, Bonito Oliva, Claudia Gioia

Aggiornamento del 7 febbraio 2014: “MACRO è sull’orlo del fallimento. In queste ore drammatiche per la vita dell’Italia e dei suoi giacimenti culturali è bene non dimenticare chi sia stata Claudia Gioia

“Uno dei banchi di prova più interessanti è stato per Croppi quello del MACRO (Museo d’Arte Contemporanea Roma), perché è sul contemporaneo che ha giocato gran parte della sua scommessa. Concepito come ristrutturazione della ex fabbrica di birra Peroni e pensato per ospitare la collezione d’arte moderna del comune (una quadreria di circa cinquemila pezzi, gran parte ottocenteschi), dal momento in cui apre prende subito un’altra piega. È Veltoni ad affidarlo a Danilo Eccher, critico supercontemporaneo, facendolo divenire così il luogo dell’arte contemporanea del Comune di Roma. Come in altri casi, si tratta di una situazione anfibia. Il museo infatti rientra nelle competenze della sovraintendenza e il suo direttore è, seppure esterno, inquadrato come dirigente dell’ufficio extradipartimentale. Anzi, a un certo punto Croppi scopre addirittura che non è mai stato istituito come museo: è una unità organizzativa della sovraintendenza. Nonostante questo però, al suo direttore viene garantita una sostanziale autonomia, rispetto alla sovraintendenza, al suo sistema museale, al suo ufficio mostre: questo sarà fonte costante di incomprensioni, frustrazioni, rivalità. Intanto i quadri restano ammucchiati nella vecchia sede di via Crispi, chiusa dal 2000. 

Al MACRO vengono anche assegnati due capannoni dell’ex mattatoio, diventati “MACRO Future”.

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AI momento delle dimissioni di Veltroni, Eccher decade come tutti i dirigenti di nomina diretta, nel suo caso… non serve nemmeno la nomina di un commissario. Eppure lui continua a occupare il suo ufficio, a usare le attrezzature, a assumere impegni, a organizzare mostre.

“lo comincio a occuparmi della materia già dalle prime ore. Quale fosse il mio atteggiamento nei confronti del contemporaneo lo aveva attestato il mio rapporto con Sgarbi. Incontro subito Achille Bonito Oliva, col quale nasce un eccellente rapporto. Eccher, insieme all’associazione dei Macroamici, organizza una cena nell’atrio del MACRO in mio onore: sono introdotto da Bonito Oliva. In realtà quello era un atto gravissimo: l’ex direttore non aveva nemmeno più titolo per entrare nell’istituzione e organizzava una cosa di questo genere senza avvertire la facente funzione di sovrintendente. lo verificai il tutto con la dottoressa Tittoni e decisi di andare, per sanare una iniziativa che, senza la mia presenza, sarebbe risultata del tutto abusiva, ma anche per far sentire, fin da subito, che sarei stato un assessore presente, laddove per i miei predecessori esistevano delle vere e proprie zone franche.

Quando provai a spiegare che il MACRO era stato fino ad allora un corpo estraneo rispetto alla città, il ‘mondo’ che gli ruotava intorno si scatenò contro di me. Una conoscenza anche superficiale – e la mia era tutt’altro che superficiale – della materia, corroborata da dati che attestavano quarantamila presenze annue tra paganti e non, mi davano però ragione. E ancor più ragione mi diedero le scelte successive.

Non ‘mandai via’ Eccher, come qualcuno disse allora, mi limitai a selezionare una personalità che ritenevo più adeguata a ricoprire un incarico che era rimasto vuoto. La scelta cadde su Luca Massimo Barbero, giovane storico che aveva avuto importanti esperienze internazionali e si era qualificato soprattutto a Venezia, in collaborazione col sindaco Cacciari. Anche in questo caso non mi si poteva certo accusare di praticare lo spoil system. L’azione di rilancio, la politica innovativa, l’incisiva azione di comunicazione svolta dal nuovo direttore mi hanno consentito di recuperare il consenso di quanti mi avevano criticato e stabilire solide amicizie in tutte le componenti del contemporaneo romano e nazionale. Le presenze raddoppiate già dal primo anno, una critica unanimemente favorevole, l’interesse della stampa internazionale furono gli elementi su cui riuscii a far leva per i passaggi successivi.

Da anni ormai era aperto il cantiere per l’edificazione della nuova parte del MACRO di via Nizza, che avrebbe fatto diventare una struttura accampata nella vecchia birreria un museo degno di questo nome. Nell’altra location, il mattatoio di Testaccio, un secondo cantiere interessava uno spazio complesso – 5000 metri quadrati totali – quello della cosiddetta ‘Pelanda dei suini’ per via della sua, un po’ raccapricciante, funzione originaria.”

Questi brani sono tratti dal libro “Romanzo Comunale I segreti dei palazzi del potere di Roma” scritto da Umberto Croppi e Giuliano Compagno per la Newton Compton Editori.

“Saccheggio” alcune pagine del volume in modo funzionale ad un mio sfogo personale contro Walter Veltroni, Danilo Eccher e la terrorista assassina Claudia Gioia che, in associazione con gli esecutori materiali del delitto Maurizio Locusta e Francesco Maietta, fu responsabile della morte del generale Licio Giorgieri.

Claudia Gioia

Licio Giorgieri (Trieste, 1 giugno 1925 – Roma, 20 marzo 1987) è stato un generale italiano dell’Aeronautica Militare, ucciso in un agguato terroristico a Roma senza un vero perché o meglio, il perché recondito, oscuro, sordido di quell’agguato lo sa solo Claudia Gioia, sua assassina, che lo scelse come vittima preparando l’istruttoria e la raccolta delle informazioni funzionali alla fase operativa dell’attentato in un periodo in cui il terrorismo colpiva sempre più di rado e, quando lo faceva, era filodiretto da interessi sovranazionali.

Il generale Licio Giorgieri

Il generale Licio Giorgieri si era laureato presso l’università di Trieste in ingegneria navale e meccanica nel 1949. Giorgieri vinse il concorso per l’arruolamento come ufficiale del Genio Aeronautico nel 1950. Nel 1983 raggiunse il grado di generale ispettore, massimo grado del corpo di appartenenza, ricevendo gli incarichi di Capo del corpo del Genio aeronautico e di Direttore Generale della Direzione generale delle Costruzioni delle Anni e degli Armamenti aeronautici (sigla COSTARMAEREO ora ARMAEREO), una delle 19 direzioni generali del Ministero della Difesa. Alla carriera militare affiancò anche incarichi universitari a Roma e Trieste, quali la libera docenza in “Razzi e propulsione spaziale” e la nomina a professore associato presso la facoltà di ingegneria dell’università di Trieste.

Il generale era un super specialista prezioso per la sicurezza nazionale e per la nostra industria aereo spaziale. Sconosciuto al largo pubblico, il suo omicidio mi sembrò subito una decisione presa da addetti ai lavori nemici dell’Italia. Il proseguo naturale del groviglio che, colpendoci ad Ustica, tendeva sempre più a destabilizzarci.

Il generale Licio Giorgieri

Il 20 marzo 1987 a Roma il generale, mentre rientrava nella propria abitazione a bordo dell’auto di servizio, venne affiancato in via del Fontanile Arenato da esponenti delle Brigate rosse – Unione Comunisti Combattenti a bordo di un motociclo. I terroristi esplosero cinque colpi e uccisero il generale, lasciando illeso l’autista, Simone Narcelli, un aviere di leva.

Il 9 o il 10 dicembre precedente, il generale aveva segnalato un possibile fallito tentativo di attentato alla sua persona nello stesso luogo. Chiese maggiore protezione ma non gli venne concessa. A capo del SISDE, c’erano dei “bei capolavori” a quei tempi: Vincenzo Parisi dall’aprile del 1984 e, dal febbraio del 1987, l’inqualificabile prefetto Riccardo Malpica. Per capirsi: quello della Zarina e di tutto il mondo degli ortaggi, Broccoletti ed altri. Chi poteva difendere Giorgieri, potrebbe aver lasciato fare, come forse è successo per Calabresi e in modo ancora più clamoroso per Moro e Carlo Alberto Dalla Chiesa.

I famigliari

Il generale Giorgieri lasciò la moglie Giorgia Pellegrini, preside di scuola media a Roma e una figlia, Luisa Gioia (un nome e un destino) Giorgieri, deceduta il 13 maggio 1994 per un tumore.

L’omicidio suscitò vasta emozione dopo che per alcuni anni le violenze terroristiche erano parse scemare e a seguito della tragica morte, la salma del generale fu esposta in una camera ardente presso il Ministero dell’Aeronautica Militare a Roma, dove ricevette l’omaggio della cittadinanza prima dello svolgimento dei funerali.

Alla sua memoria è dedicato il caccia Lockheed F-104G esposto come gote guardian presso l’aeroporto di Trento.

La moglie

Dopo aver letto le qualifiche del generale, è opportuno soffermarsi sulla preparazione culturale e sulle esperienze professionali della sua assassina che riuscì, con un “attentato anomalo” (così lo definirono in quegli anni gli esperti di terrorismo) uno degli uomini che, al vertice del Registro Aeronautico Italiano, era presumibilmente a conoscenza del segreto del DC9 dell’Itavia esploso nei cieli di Ustica con 81 passeggeri a bordo il 27 giugno del 1980. Secondo alcuni analisti dei troppi misteri italiani della seconda metà del novecento (signor Presidente quando apriamo gli archivi di Stato?) la sua è una delle 15 morti sospette che quell’aereo ha lasciato nella propria scia.

Ma di questo parleremo a lungo citando il massimo esperto di questa materia Rosario Priore.

La "prima Repubblica"

CLAUDIA GIOIA è nata a Roma il 30-8-1963

Dal 1994 al 1996 collabora con la rivista Cinema Nuovo, diretta da Giudo Aristarco, come responsabile della rubrica sulla cultura dei mass media. Nel 1999 progetta e coordina per l’Associazione Sistema Museale della Provincia di Ancona il corso di specializzazione superiore in “Management della cultura” per la promozione dell’arte contemporanea e la formazione di operatori del settore.

Dal 1999 al 2003 collabora con l’ISMERI IRS EUROPA di Roma e Milano per la valutazione dei progetti realizzati nell’ambito del Programma di Iniziativa Comunitaria OCCUPAZIONE I e II fase (PROGETTI BEST PRACTICE) su mandato del Ministero del Lavoro.

Dal 2000 collabora con l’Istituto Luigi Sturzo di Roma per la realizzazione di percorsi di alta formazione sui temi della progettazione culturale e dei finanziamenti europei per la cultura ed arte contemporanea.

Dal 2000 al 2008 è consulente del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione OPIB ed ICCU, per la progettazione culturale di interventi di valorizzazione, promozione e conservazione dei patrimoni culturali europei nell’ambito del Programma Quadro Europeo “Cultura 2000”.

Progetta e coordina il progetto nazionale Biblioteca digitale italiana BDI per la digitalizzazione e diffusione dei patrimoni culturali archivistici, bibliotecari e museali italiani.

Progetta e coordina per la Direzione per i Beni Culturali e gli Istituti Culturali il progetto E-learning e Elearning 2 per la diffusione delle competenze progettuali di percorsi turistico culturali attraverso la digitalizzazione dei patrimoni culturali italiani.

Nel 2001 è docente, presso l’Università degli studi di Perugia, di progettazione e valutazione delle iniziative di valorizzazione dell’arte contemporanea nell’ambito del Programma Quadro Europeo “Cultura 2000”.

Nel 2002 è docente, per i Sistemi Formativi Confindustria Umbra di Perugia, di Project Management.

Nel 2002 pubblica con Bondardo Comunicazione Milano il libro «Gestire la Cultura. Identikit delle professioni nel settore dei beni culturali» con il saggio I Musei e gli spazi espositivi: competenze e fattori di miglioramento.

Craxi, Spadolini, Cossiga

Dal 2002 al settembre 2008 collabora con il MACRO Museo D’Arte Contemporanea Roma, ufficio mostre per il coordinamento delle mostre e cataloghi:

Domenico Bianchi (2003); Tony Cragg (2003); Vik Muniz (2003); Cecilyn Brown (2003); Paola Pivi (2003); Simon Starling (2003); Jun Nguyen-Hatsushiba (2003); Tatsuo Miyajima (2004); Nicola De Maria (2004); Carla Accardi (2004); Pascale Marthine Tayou (2004) Sarah Ciracì (2004); Elisabetta Benassi (2004); Kendell Geers (2004); Sissi (2004); Valery Koshliakov (2004); Nunzio (2005); Tom Wesselmann (2005); Wolfgang Laib (2005); Jenny Saville (2005); Alfredo Jaar (2005); Gianni Dessì (2006); Leandro Erlich (2006); Marc Quinn (2006); Gadha Amer (2007); Paolo Canevari (2007); Giuseppe Gallo (2007); Avish Khebrehzadeh (2007); Nahum Tevet (2008); Gregor Schneider (2008); Paolo Chiasera (2008); Ernesto Neto (2008).

Dal 2003 al 2008 è responsabile di MACRO Future Museo D’arte Contemporanea Roma e cura le mostre:

Mediterraneans. Arte contemporanea (2004 group exhibition) in collaborazione con 10 curatori internazionali; Masbedo (2005) in collaborazione con la Casa delle letterature di Roma e il DA2 Domus Artium di Salamanca; Nuove Acquisizioni (2005); Christian Boltanski (2006); Into Me/Out of Me (2007 group exhibition) in collaborazione con Klaus Biesenbach direttore PS1 di New York e il KW di Berlino; AES+F (2008) in collaborazione con la casa della Fotografia di Mosca.

Coordina le mostre e cataloghi: Festival della Fotografia: Michal Rovner e Andreas Gurski (2004); Piero Pizzi Cannella (2006); La città che sale (2007); Sean Scully (2008) in collaborazione con Fundacio Mirò di Barcellona e Musée d’Art Moderne di Saint Etienne.

Nel 2005 inaugura il progetto MACRO HALL dedicato a installazioni site specific e cura le mostre: Erwin Wurm (2005); Pedro Cabrita Reis (2006); Atelier Van Lieshout (2007)

Nel 2004 è docente presso lo IUAV di Venezia di progettazione di interventi in ambito museale per la valorizzazione dei patrimoni culturali. Sempre nel 2004 pubblica con Rubettino Editore, Catanzaro, il libro «Cultura e creazione del valore» con il saggio Come e da chi vengono interpretate le attuali esigenze innovative nel panorama culturale italiano.

Nel 2005 diviene membro dell’ICOM International Council of Museums. Dal 2004 è coordinatore generale delle attività espositive di ARCOS Museo d’Arte Contemporanea del Sannio, Benevento: “O luna tu” (2005); “C’era una volta un re” (2006); “ La città che sale” (2007); “ITALIA ITALIE ITALIEN ITALY W!OCHY ” (2008); “I paesaggi e la natura dell’arte” (2009).

Cura le mostre collettive: “Ai Confini della realtà” (2006); “Les fleurs du mal” (2007); “Artifici contemporanei e difformità borocche” (2010).

Dal 2009 è direttore artistico della Fondazione Volume di Roma. Cura le personali di Valery Koshlyakov (2009), Nahum Tevet (2010), Gregor Schneider (2010), Christian Boltanski (2011).

La sua istruzione e formazione:

Università degli Studi “La Sapienza” di Roma – Laurea in Filosofia

Università degli Studi “La Sapienza” di Roma – Laurea in Lettere

California Institute of Arts / Telecom – Roma Corso in “Management e leadership”

Docente: Richard Farson –

Master universitario II livello “Facoltà di Architettura” Valle Giulia di Roma

Management per curatori di musei d’arte ed architettura contemporanea

Rosario Priore

Vi basta?

Fine della prima puntata. Difficile essere nemici di Ipazia Alessandrina.

Oreste Grani



COME VEDE, CARA GIOIA, IN MOLTI CI CONTINUIAMO A CHIEDERE PERCHÉ TRA GLI ALTRI SIA STATO UCCISO IL GEN. GIORGIERI

Giorgieri

Nella rete succedono cose disdicevoli (io ne ho subite alcune) e cose lietamente sorprendenti come l’invio di un messaggio indirizzato ad un post pubblicato Le Regie occulte. Ovvero, come e perché Claudia Gioia fece assassinare il Generale Licio Giorgieri in data 28/12/2012 e dedicato alla figura della terrorista (come si diventa ex terroristi?) Claudia Gioia. Grazie a chi mi segnalato il pezzo e complimenti all’autore (Igor Carta) della ricostruzione puntuale e doverosa. Non molliamo. No pasaran!

Oreste Grani/Leo Rugens

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