Discontinuità? Direi di cominciare da Luigi Gaetti e dal caso “Piera Aiello”

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Se al Ministero dell’Interno (o in altra posizione di responsabilità governativa) lasciaste, sia pure solo aggirarsi (ed agitarsi), uno come l’anatomopatologo Luigi Gaetti, il Conte Bis darebbe un segnale di grave continuità. Viceversa, il “mandare a casa” il medico mantovano (con annessi e connessi), sarebbe il riconoscimento che troppe cose non hanno funzionato in un ministero delicatissimo come il Viminale. In quel dicastero e in quello di via Arenula.

Non dico quindi un’autocritica (che è una prassi non solo intelligente ma troppo “di sinistra”) ma che non accada che lo zelighiano (dal film capolavoro Zelig) Gaetti ce lo si ritrovi nuovamente nella compagine di governo!

O, comunque, a fare cose attinenti la sicurezza dello Stato. Mi ci gioco la reputazione (o quello che avanza) che, fino ad una certa data, il buon giurista Giuseppe Conte ignorasse i guasti che questo “collegamento carsico” stava generando nel settore strategico del contrasto alle Mafie. Ora, ad informative ormai circolate, non posso credere che l’onesto avvocato non faccia un salto sulla poltrona quando dovesse ritrovarsi il nome di Gaetti per essere nuovamente premiato, offrendogli l’onore e l’opportunità di servire la Repubblica. Materia delicatissima questa del chi va a fare cosa, del dove e del perché. Certamente l’esecutivo Conte 1° è stato segnato negativamente anche da scelte (il “chi” è fondamentale per ben governare) errate. Anche per questo (è l’ultimissima chiamata per la mia parte prima del baratro) non mi taccio su Gaetti che è stato, nella atipica carriera politica, formalmente, sia leghista che pentastellato. Sento il dovere etico, politico, morale di dare un segnale forte (con i soliti rischi a cui siamo avvezzi) su quanto, da troppo tempo, veniva scavato (e chi scava, a volte, è talpa ma in questo caso delicatissimo potrebbe essere una talpa “ipervedente”) tra i due palazzi romani che, coordinandosi, avrebbero dovuto non solo dirigere il contrasto alle Mafie ma, nel farlo, stabilire quel rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni repubblicane senza il quale hai voglia a fare autopsie. Gaetti infatti, più che esperto di contrasto alla criminalità, è persona che si “vanta” di aver fatto migliaia (2.300!!!!!) di autopsie. E di aver fatto il leghista quando nella sua Mantova/Curtatone i bossiani davano vita a quella pagliacciata del Parlamento Padano. Un mondo necessario (che sarebbe piaciuto però a Dario Argento), quello professionale di Gaetti ma che tiene in rapporto stretto con la morte. Per anni e anni, essendo il calendario di 365 giorni, comprese 52 domeniche ed altre feste comandate. Mas in mano a chi ci siamo messi, ricordando che i testimoni di giustizia dobbiamo fare di tutto perché non diventino oggetto di autopsie.  Sono criptico per motivi super delicati in quanto le scelte che il sottosegretario (non eletto da nessuno), ibrido, per sua stessa ammissione, prima leghista e poi pentastellato, hanno toccato l’assetto di sicurezza (parlo di questioni di vita e di morte) dei testimoni di giustizia che mi risultano essere cittadini di serie A di cui lo Stato deve avere un sacro rispetto. Eppure, questo Gaetti, per motivi che non avrò imbarazzo a definire oscuri (dopo che ha esordito al 76° Festival di Venezia chi lo tiene più a Leo Rugens?) in un rapporto pernicioso tra i Ministri dell’Interno e di Giustizia (SalviniBonafede), ha fatto emettere provvedimenti che hanno allarmato (in questo caso sono certo dell’affermazione), per le eventuali conseguenze devastanti, perfino il Quirinale. Nei suoi vertici opportunamente, responsabilmente, tempestivamente informati. Esistono (così a noi risulta da fonte autorevolissima) documenti a firma congiunta Salvini-Bonafede che vanno “azzerati” con la massima urgenza e determinazione. E se fossimo in un altro frangente anche chiamando Salvini e Bonafede a spiegare la ratio del gravissimo tentativo eversivo. Lo definisco tale (atto eversivo) e me ne assumo la responsabilità. Ed aggiungo che quello firmato dai due ministri appare essere un provvedimento solo e unicamente emesso a favore delle Mafie che, notoriamente, non vedrebbero l’ora di essere facilitate nel loro compito strategico di saldare i conti in una situazione in cui cittadini “testimoni di giustizia” (ma anche criminali divenuti, per i più diversi motivi, preziosi “collaboratori”) si dovessero sentire scaricati dallo Stato ed esposti a rappresaglie. Come pare che stesse accadendo. Ma per fortuna non tutti dormono. E in particolare modo, non ha dormito la veterana dei testimoni di giustizia (solo 26 anni che è allerta e dorme con un occhio solo!) on. Piera Aiello (M5S) che, con la solita determinazione e visione lungimirante, ha scritto direttamente al Capo dello Stato. E siamo a questo. Certamente in attesa (nonostante il momento, ma soprattutto preoccupati del momento) di provvedimenti. Noi nella nostra marginalità e ininfluenza, onorati di poter stare al fianco della coraggiosa e lucida parlamentare.

Oreste Grani/Leo Rugens e la Redazione tutta

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Luigi Gaetti (Mantova, 11 agosto 1959) è un medico e politico italiano.

Medico specializzato in anatomia patologica,nel 1999 diventa consigliere comunale a Curtatone con la Lega Nord[senza fonte]. Nel 2013 viene eletto senatore della XVII legislatura della Repubblica Italiana nella circoscrizione Lombardia per il Movimento 5 Stelle. Ha assunto l’incarico di vicepresidente della IX Commissione permanente (Agricoltura e produzione agroalimentare), rinunciando all’indennità di carica prevista.

Il 22 ottobre 2013 viene eletto vicepresidente della Commissione parlamentare Antimafia.

Dal 15 luglio 2014, è il nuovo Segretario d’Aula del gruppo M5S al Senato in sostituzione di Vito Rosario Petrocelli nominato capogruppo.

Non ricandidato alle successive elezioni politiche, dal 12 giugno 2018 è stato nominato Sottosegretario agli Interni nel Governo Conte con delega all’Antimafia, data l’esperienza maturata in 5 anni come Vice Presidente della Commissione Antimafia nella XVII Legislatura.

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“UN FUTURO PIENO DI FELICITÀ”

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È allora che ho deciso di cambiare tutto. Devo dire grazie a molte persone per avermi aiutato a tracciare per la mia esistenza una strada diversa. Tra loro c’è un uomo che una mattina mi ha preso sottobraccio e mi ha piazzato davanti ad uno specchio, eravamo in una caserma dei Carabinieri. Mi ha fatto una domanda semplice e terribile insieme, mentre la mia immagine si rifletteva accanto alla sua. Quell’uomo era Paolo Borsellino: un magistrato che ha fatto la storia della nostra nazione e ha forgiato la mia, facendomi capire fino in fondo il vero significato della parola “legalità”: un termine che vuol dire dare se stessi per certi valori senza chiedere nulla in cambio. Da allora, da quando lo “zio Paolo” mi ha accompagnata davanti a quello specchio e mi ha ricordato chi ero, da dove venivo e dove sarei dovuta andare, sono diventata una testimone di giustizia: non conoscevo il vero significato di queste tre parole, “testimone di giustizia”, e di conseguenza ciò che mi apprestavo a essere. Io non ho mai commesso reati, né sono mai stata complice dei crimini di mio marito e dei suoi amici, gli stessi che poi ho accusato nelle aule dei tribunali e nelle corti d’assise. Quel che è certo è che la mia storia, la mia vita, è stata rivoluzionata dalla morte.

[…]

Una mattina, mentre sono in caserma, scoppio a piangere. Sarà il destino, ma pochi minuti dopo arriva Borsellino, quel giorno non è prevista una sua visita. Mi trova in lacrime, mi chiede: «Cosa c’è Piera, hai paura? Temi che qualcuno possa avere capito cosa stai facendo? Dimmelo, troviamo subito un rimedio, ma dimmi cosa ti passa per la testa». Io smetto di piangere, mi asciugo le lacrime, gli racconto tutto: non ce la faccio a stare nel villaggio turistico con i ragazzi che mi vengono dietro mentre mia figlia è lontana da me. Basta, voglio finirla qui, smetto tutto. Gli annuncio che voglio stracciare tutti i verbali che ho compilato e tornarmene a casa. Basta. Sono sconsolata, non ho più speranze, penso che per me la vita sia finita. Ho subìto troppi traumi in poco tempo. Vedo tutto nero. La morte di mio marito ha fatto finire tutto. Ho solo mia figlia, e per giunta adesso non è accanto a me. Borsellino a questo punto mi prende per le braccia, mi spinge con dolcezza e mi mette davanti allo specchio che ho già visto accanto alla porta d’ingresso della caserma. Mi tiene stretta, vedo la mia immagine riflessa e dietro di me l’immagine di Borsellino. Il giudice mi fa questa domanda: «Piera, tu cosa vedi allo specchio?». E io: «Vedo una ragazza con un passato turbolento, un presente inesistente e un futuro con un punto interrogativo grande quanto il mondo. Che futuro posso avere io, zio Paolo?». Lui mi guarda fissando i miei occhi che si riflettono sullo specchio. E dice: «Io vedo una ragazza che ha avuto un passato turbolento, che però si è ribellata a questo passato che non ha mai accettato. Vedo una ragazza che ha un presente e avrà un futuro pieno di felicità. Non per altro: hai diritto ad avere felicità per tutto questo che stai facendo». No, io in quel momento non immagino che la mia vita possa avere una strada diversa dal mio passato. In questo momento non ho ancora capito nulla. Non so di avere diritto a un contributo economico che mi permetterà di tirare avanti e del quale non devo vergognarmi. E che quando mi presentano un foglio su cui c’è scritto la formula “testimone di giustizia” non dovrò vergognarmi. Non ho capito neppure, mentre anch’io guardo riflessa sullo specchio l’immagine di Borsellino, che dietro questa formula giuridica ci sono io. Io con la mia storia passata e con quella ancora da scrivere. Borsellino lo ripete due volte: «Io vedo felicità nel tuo futuro, vedo felicità nel tuo futuro…». A questo punto lo interrompo, e gli dico: «Zio Paolo, tu mi devi fare una promessa…». «Dimmi, Piera, a cosa ti riferisci» fa lui. Ora tocca a me parlare. Gli ricordo che in questi anni ho vissuto sentendo la morte addosso, percependo il puzzo della morte violenta. Proprio così: sento addosso a me il puzzo della morte: «Se mi succede qualcosa ti affido mia figlia. Sappi che è il bene più prezioso che ho nella mia vita. Non ho altro che lei. Se mi succede qualcosa, se io muoio, prendila con te, portala a casa tua. Vita Maria a Partanna non ci deve tornare, non voglio che possa essere costretta a tornare in quel contesto mafioso da cui sono scappata». Borsellino mi risponde con un sorriso: «Non ti preoccupare Piera, perché tanto ammazzano prima me».

Piera Aiello. Maledetta Mafia. Io, donna, testimone di giustizia con Paolo Borsellino. San Paolo Edizioni. Edizione del Kindle.

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NON VOGLIAMO, OGGI E MAI, PER NESSUN MOTIVO, I VOTI DEI MAFIOSI

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Queste parole, poche ore addietro, sono risuonate alla Camera dei Deputati, per bocca del capogruppo del M5S, l’On. Francesco D’Uva. Parole forti, pronunciate con plausibile emozione (D’Uva, tra l’altro, è siciliano), testimonianza di valori che mai dovranno essere affievoliti o negoziati nella pur difficile situazione in cui si trova la rappresentanza parlamentare del MoVimento. Parole che nel pronunciarle il sia pur giovane D’Uva (ha “solo” 31 anni) sembrava avesse, nel cuore e nella mente, un passo di un ragionamento prezioso di Giovanni Falcone che sento il dovere di richiamare anche alla vostra memoria a sancire il momento di impegno solenne.

…un’affermazione del genere mi costa molto – ebbe a dire Falcone – ma se le istituzioni continuano nella loro politica di miopia nei confronti della mafia, temo che la loro assoluta mancanza di prestigio nelle terre in cui prospera la criminalità organizzata non farà che favorire sempre di più Cosa Nostra“.

Nel MoVimento questi valori e queste preoccupazioni hanno cittadinanza e spinta culturale in persone di cui il Paese deve andare orgoglioso consapevole che si debbano serrare, a loro protezione, ranghi fisici e ideali, senza i quali tutto sarà perduto. Questa battaglia che vede appunto in figure come D’Uva (oggi, lo ripeto, ha fatto un coraggioso intervento), o in veri e propri punti di riferimento come la deputata Piera Aiello, che vive, è bene ricordarlo, protetta dalle forze dell’ordine da ben 27 anni; o, come abbiamo avuto modo di scrivere più volte, il sen. Mario Michele Giarrusso, membro di maggiore esperienza nel delicatissimo settore del contrasto alle mafie, e del resto il 416 ter reca la sua firma, è il fattore enzimatico determinante il rafforzamento di quel prestigio delle istituzioni e di quella fermezza operativa che ci aspettiamo dal nostro MoVimento.

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Ci dobbiamo ricordare sempre dei nostri eroi caduti (anche quelli meno noti) e, nel farlo, dobbiamo sconfiggere i presupposti dello scambio: non solo non si vogliono i voti, come oggi ha ricordato D’Uva, ma non si tratta mai, a nessuna condizione, con i mafiosi.

Oreste Grani/Leo Rugens



SUFFICIENTE AVER SCRITTO CIÒ CHE È STATO SCRITTO. E OPPORTUNAMENTE INDIRIZZATO E LETTO DA CHI DI DOVERE

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Ci sono donne e uomini che, spesso se non sempre, sono determinanti per le sorti del funzionamento della complessa macchina statale e che il grande pubblico non solo non conosce ma non immagina che neanche esistano.

Lo Stato, che comunque va avanti (dico una cosa che non deve stupire i miei attenti lettori) a prescindere dal colore che sembra, in quel momento, prevalere in sede parlamentare.

Ci sono ancora (in numero insufficiente) professionisti che risolvono, nella P.A., quotidiane difficoltà epifaniche (chissà se si possono definire così le continue emergenze che nei ministeri – e non solo – si devono affrontare?)  senza i quali staremmo cento volte peggio di come stiamo. Qualcuno sarà anche di freno o tenderà a condizionare gli eventi in chiave personale (non sono un ingenuotto) ma la gran parte rende possibile l’esistenza stessa della vita repubblicana. Uno di questi signori, ritengo sconosciuto al 99% degli aventi diritto al voto, è il prefetto Matteo Piantedosi. Per descriverlo uso un ottimo articolo uscito sul settimanale  L’Espresso del 5 ottobre 2018.

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Loro, redazionalmente, sapevano perché dedicavano il pezzo al Capo di Gabinetto di Salvini.  Altrettanto, c’è, come sempre in Leo Rugens, un perché di questo post. Rispettoso e speranzoso. Rispettoso perché, spero lo capiate, ho una stima ragionata del signor prefetto (a prescindere dai rapporti che alcuni gli attribuiscono con Matteo Salvini che certamente non è persona a me cara) ma soprattutto speranzoso perché fido nella sua capacità tecnico-umanistica di risolvere un problema gravissimo (è un eufemismo!) che mi sta particolarmente a cuore. E sono certo che anche al signor prefetto tale apparirà. Problema che attiene alla sicurezza dello Stato e la sua residua credibilità. Ma se è questione di Stato (come ritengo), è doveroso non dire altro. È sufficiente aver scritto ciò che ho scritto. A futura memoria.

Oreste Grani/Leo Rugens



PAROLE SANTE QUANDO QUESTO BLOG DEFINIVA SALVINI-BONAFEDE UNA “STRANA COPPIA”

La strana coppia

E se la “strana coppia” (così, preveggenti, l’avevamo definita sin dal 3 giugno 2018 quando erano freschi freschi di nomina) ne avesse combinata una grossa-grossa e strana-strana?

Prima aspetteremo, pazienti e rispettosi come siamo o riteniamo doverosamente di essere, che qualcuno, saggio e protettivo per le sorti della Repubblica, ci metta una pezza, e poi, senza fare prigionieri, ci togliamo il gusto di raccontare come è andata. Perché, sentite a me, ritengo proprio che ci sia una storia (incredibile ma vera) da raccontare. A firma dei due.

Storia incredibile (come quelle che abbiamo il vizio di rendere pubbliche) connotata dall’altrettanta buona abitudine che abbiamo di scegliere di rendere per voi, solo quelle che abbiamo, noi in prima persona, verificato essere vere. Non fake. Piuttosto, sentite a me, le definirei “notizie autentiche”.

Oreste Grani/Leo Rugens

Ora più che mai ho bisogno di aiuto:

Per le piccole cifre abbiamo deciso di prendere soldi da chiunque con le ormai semplici modalità del versamento sul circuito PayPal usando il nostro indirizzo e-mail: leorugens2013@gmail.com

oppure un bonifico a Oreste Grani – IBAN  IT98Q0760103200001043168739



STRANE COPPIE ALL’OPERA: SALVINI ALL’INTERNO, BONAFEDE ALLA GIUSTIZIA

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La stanchezza e l’amarezza di cui ciclicamente leggete e che dichiaro, anche in modo colorito e autoironico, colpirmi, come uomo e come cittadino, è in gran parte dovuta al tempo che fugge e alla lentezza con cui  le cose si realizzano.

Quando si realizzano.  Variante non da poco: le chiacchiere e i fatti, pieno di buona volontà, si fa avanti il premier Giuseppe Conte a rassicurarvi. Ad esempio, tra pochi giorni, saranno ben 4 anni (alla mia età sono un’eternità) che ho lasciato in rete un post, corto-corto, ma che avevo scritto per suggerire agli amici pentastellati, in quel momento, da oltre un anno, insediatisi nel Parlamento, una strada per migliorare l’amministrazione della cosa pubblica: rafforzare il settore della Giustizia e gli organici delle Forze dell’Ordine che collaborano con i magistrati, sia nel perseguire gli illeciti che nella prevenzione degli stessi.

Oggi vi ripropongo quelle poche righe a suo tempo dedicate a Ietro, consulente strategico dell’inadeguato Mosè. Così, almeno, si dice che fosse la guida del popolo ebraico.

Leggo che l’altra metà del Cielo dell’attuale governo, Matteo Salvini, ormai ministro dell’Interno, vuole finalmente svecchiare gli organici delle polizie di Stato e, parola magica, sento che si vuole passare a formazione professionale delle stesse all’altezza delle complessità insorgenti. Musica per le mie orecchie e per chiunque capisca di queste sfide e delle condizioni in cui alcuni settori lavorano da “decenni”. E non esagero. Vediamo, anche perché nel post del 9 giugno 2014, facendo riferimento al pensiero biblico, sollecitavo pari, se non maggiore, rafforzamento nel settore della Giustizia in quanto, alla situazione paradossale ed estrema del Tribunale di Bari si accompagna quella di quasi tutti i comparti che fanno capo a Via Arenula, vero porto delle nebbie, dove sono andati a sbattere in molti valenti e ben animati servitori dello stato, a cominciare da Giovanni Falcone.

Sinergia delicatissima quindi tra il baldanzoso Ministro di Polizia, Matteo Salvini, inesperto (lui sì) di tali complessità (a cominciare dalla burocrazia del Viminale) e il Ministro di Grazia (ci facesse la grazia di far funzionare il settore) e Giustizia, l’avvocato Alfonso Bonafede So che si chiama ormai solo Ministero di Giustizia ma mi andava di fare una battuta.

Una delle tante strane coppie a geometria variabile che si delineano in questo “esecutivo” che dovrà (dovrebbe?) eseguire le politiche decise da chi, Giuseppe Conte, ritiene essere arrivato il tempo del fare dopo che si sono fatte, per troppo tempo, solo chiacchiere. Pensiero apparentemente dinamico e innovativo ma che dietro alla volontà del fare potrebbe, con una eventuale mancanza di elaborazione culturale adeguata  (scrivo così perché non vi è traccia di questi aspetti seminariali avviati, con saggezza e lungimiranza, nei mesi precedenti il matrimonio tra gli sposi che, a mala pena, penso sappiano chi hanno realmente sposato), celare la conservazione di come e perché così si è sempre fatto. Conservando l’illecito. E questo è ciò che (è documentato!!!) da troppi anni, al nord come al sud, connota l’amministrazione della Cosa Pubblica. Che sarebbe, in realtà, la Repubblica, a prescindere dalla numerazione che le si voglia dare.

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Veniamo da una realtà che ha le casse vuote non certo per responsabilità della maggioranza dei cittadini ma banalmente in quanto saccheggiata e offesa da una realtà partitocratica e affaristica che sarebbe grave errore rimuovere non solo sapeva come fare a svuotare il caveau ma, per doti camaleontiche e gattopardesche, potrebbe essere sopravvissuta perfino tra le fila del nuovissimo esecutivo. Organo di Governo che bisognerebbe evitare eseguisse le volontà dei soliti, facendo finire i buoni propositi per cui si è pervenuti nei palazzi, in una realtà caduca come le bolle di sapone. Belle, seduttive, di forma sferica e luminescente ma effimere come solo una bolla d’acqua e sapone può essere.

Formazione quindi, è il termine scappato detto al signor Ministro di Polizia Salvini. Vediamo a chi viene affidato il compito strategico. Gli effetti innescati (questo è compito della scuola/formazione) dalle scelte culturali e organizzative (e i macro budget comunque spesi) dal precedessore leghista Bobo Maroni, se ben guardate, tendono a zero.

E noi, nella nostra marginalità e ininfluenza, questo, come coscienza critica, dobbiamo fare. Ricordare quindi le chiacchiere e i fatti del passato, avendo la Lega, sotto diverse forme e in diversi territori, scivolando spesso anche verso comportamenti illeciti, governato la Res Publica per decenni. Mi raccomando, ragazze e ragazzi pentastellati: in campana, occhio alla penna, che nessun dorma con gli scaltri, esperti e di “mano lunga” leghisti al lavoro. E non ci riferiamo ad eventuali  palpeggiamenti dei vostri lati B.

Oreste Grani/Leo Rugens

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Consigliere illuminato

Jetro (che significa eccellenza) è un personaggio della Bibbia, in particolare dell’Esodo. Viene chiamato anche Reuel. Era suocero di Mosè.

Ietro, il cui nome significa “eccellenza”, era il suocero di Mosè secondo la tradizione elohista, la più ricca di informazioni su questo personaggio discreto, chiamato incidentalmente anche Reuel (Raguel nel testo greco) molto probabilmente per un errore del copista. Facilmente lo stesso personaggio nella tradizione jahvista si chiama invece Obab.

Il libro dell’Esodo ci informa che fu un sacerdote madianita e ce lo presenta come il capo di una delle tribù di pastori nomadi che si spostavano lungo le rive del golfo di Aqaba (Esodo 2,16). Quando, dopo avere ucciso un persecutore dei suoi fratelli ebrei, Mosè fuggì dall’Egitto, venne accolto nel “paese di Madian” dall’ospitale Jetro che gli diede in moglie sua figlia Sefora (o Zippora)

Mentre pascolava il gregge del suocero alle pendici dell’Oreb, Mosè udi la voce dell’Altissimo. Dal centro incombusto di un “roveto ardente” il Signore lo esortò a far ritorno in Egitto per intraprendervi la sua missione. Ietro accettò generosamente la partenza del genero e quando questi si accampò nel deserto alla testa del suo popolo liberato dalla servitù dell’Egitto gli riportò la moglie con i due figli. Venuto a conoscere quello che “Dio aveva operato per Mosè e per Israele”… “seppe” che “il Signore è il più grande di tutti gli dei” e gli offri un olocausto e sacrifici.

Secondo la stessa tradizione fu anche illuminato consigliere politico di Mosè, prima di far ritorno al suo paese. Su consiglio di quel saggio ricco d’esperienza il legislatore d’Israele si decise a delegare a una gerarchia di “uomini capaci in tutto Israele” i poteri di “giudizio” e di direzione del popolo in tutte le circostanze in cui non venisse richiesta la sua autorità di giudice supremo. Il contesto dell’Esodo, allo stato attuale delle nostre conoscenze, ci consente di localizzare a Refidim questa visita di Ietro a Mosè. L’istituzione dei Giudici, legata a questo avvenimento, può essere fatta risalire più logicamente a un periodo successivo alla promulgazione della Legge mosaica e quindi delle norme le cui violazioni avrebbero dovuto essere giudicate.


SIN DAI TEMPI DI MOSÈ, LA BUONA AMMINISTRAZIONE SI AVVALE DI GIUDICI E DI UN CORPO DI POLIZIA

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Come sapete il MOSE, che tanti guai sta per procurare ai pubblici amministratori infedeli italiani, prende il nome da Mosè che con le acque, si dice, avesse dimestichezza. Non so se questo fosse vero ma, sicuramente, da capo del popolo ebraico, Mosè, era un mediocre amministratore e ne era consapevole. Mancava di intuizione per quando riguardava l’organizzazione di una comunità. Per questo fece chiamare un esperto straniero che si chiamava Ietro (è nelle Sacre scritture) perché gli insegnasse le regole dell’amministrazione.

Ietro gli disse: “Nomina qualcuno e incaricalo di inquadrare mille persone. Costui nominerà un responsabile ogni cento persone, che, a sua volta, sceglierà un responsabile ogni dieci persone. In questo modo inizierà il tuo governo delle cose.Poi nominerai dei giudici e un’unità di polizia”.

Giudici e polizia, da migliaia d’anni! E Mosè, ancora nel deserto, cominciò a guidare il suo popolo efficacemente. “Questo è – diceva Shimon Peres, nel 1987, in un colloquio con Jean-Jacques Servan Schreiber – per quanto ne so io, il primo riferimento all’arte dell’amministrazione che si trovi nei grandi testi”. Polizia e giudici. Riflettete, cari ed attenti lettori.

Leo Rugens