Quattro sikh sono morti nella merda delle loro venerate vacche in un paese pieno di stronzi

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Il primo movimento organizzato di protezione delle mucche indù fu lanciato da una setta sikh nel Punjab intorno al 1870.

 

Anni fa ebbi la ventura di accompagnare un’amica che si era infortunata in un viaggio di lavoro per le stalle del cremasco. Da quelle parti si concentrano decine di aziende produttrici di latte disseminate tra campi di mais coltivato solo come foraggio. Fu un viaggio istruttivo perché compresi che per produrre qualche tonnellata di latte si consumava tantissimo suolo agricolo che avrebbe prodotto di che sfamare assai più che quel prezioso latte. Soprattutto compresi che a svolgere il duro e remunerativo lavoro di mungitore ci pensavano uomini con turbanti sgargianti e barbe così lunghe da essere avvolte nei turbanti medesimi insieme agli straordinari baffi. Vorrei la penna di Salgari per descrivere i colori degli abiti delle donne loro spose che a capannelli potevo osservare lungo le strade e le piazze di quei paesini minuscoli spersi nel mare della pianura Padana.

I sikh per vendicare la profanazione del loro Tempio d’Oro fecero saltare la testa a un Ghandi con una ghirlanda di fiori intrecciati all’esplosivo; idea notevole.

Ebbene, in uno dei suddetti allevamenti, mentre aspettavo che l’amica portasse a termine il suo intervento, un lavoratore indiano mi si avvicinò e molto rispettosamente mi disse: “Può dire al proprietario che lo cercano al telefono?”. Il fatto mi parve un po’ strano, essendo io del tutto estraneo al contesto che visitavo la prima volta. Recatomi dal titolare dell’azienda, un ometto giovane e secco, vestito in modo semplice con jeans sporchi di fango e sterco e stivali di gomma in una giornata torrida, tranquillamente trasmisi il messaggio: “Mi scusi, quel signore – indicando il lavoratore indiano – mi ha detto che la cercano al telefono”, “Chi? Quell’animale?”.

Tirare uno schiaffo o un pugno non è nelle mie corde e alzare le mani in territorio sconosciuto e ostile, disarmato e circondato da soggetti di quel genere poteva diventare pericoloso, così mi limitai a un silenzio gelido e a uno sguardo di disprezzo dritto negli occhi di quel “signore”. Non trovandomi di fronte un leone, rendendosi conto dello schifo minaccioso che covavo balbettò uno “scherzavo… adesso vado”.

La Lega ha fatto la propria fortuna elettorale in quelle lande rigogliose e ricche, cavalcando la ingiusta protesta per le cosiddette “quote latte” che molti astuti produttori che avevano alterato negli anni, incassando al nero quindi evadendo le tasse in modo vergognoso.

Me ne andai amareggiato, pensando alla bellezza di quelle donne e uomini arrivati dal Punjab, dal loro amore per quegli animali e dalle norme di sicurezza che di sicuro erano ignorate.

Poiché di morti per asfissia all’interno di cisterne ne ricordo molti casi e poiché, invariabilmente, chi è fuori si butta all’interno per tentare di salvare il collega, non mi sorprendo che spesso accada ciò.

Responsabile è l’ignoranza del problema; responsabile è l’istituzione preposta a sorvegliare ed educare i lavoratori che hanno a che fare con tali strumenti: le cisterne di qualsiasi natura essere siano. Banale vero?

Anni dopo ebbi la fortuna di ospitare a cena un signore, un sikh, alto dirigente di una company statunitense leader nel mondo delle carte di credito, diretto superiore di mia moglie, manager a sua volta.

La cena, vegetariana, si svolse, nonostante il mio pessimo inglese, intorno a temi che non riguardavano né il lavoro, né i figli, né la politica, bensì il ciò che siamo e il come ci pensiamo nei confronti dell’infinità dei mondi; alla fine convenimmo che siamo tutti sullo stesso cammino, animali tra gli animali, chi guardando la strada orientandosi con le stelle, chi guardando la schiena di chi lo precede, chi libero di scegliere di fronte a un bivio, chi curando la dimora di sacre vacche compiendo il proprio dovere di fronte all’infinito.

Non ho preghiere per voi fratelli ma odio per chi vi disprezza e non protegge.

Alberto Massari