Iraq, il silenzio di Mahdi 

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 Copia della dichiarazione Fayyad: dopo attacchi del 22 agosto al quartier generale delle milizie a Camp Falcon 

Il Consiglio Supremo iracheno, dicevamo settimana, scorsa ha detto: «Trovare un’alternativa ad Adel Abdul Mahdi è impossibile; rovesciarlo porterà l’Iraq in un tunnel buio». Ma anche tenerlo alle condizioni attuali non sta giovando all’Iraq, asseriscono i suoi detrattori. La Sairooun Alliance nel tentativo estremo di metterci una pezza ha promesso un incontro tra i leader del movimento Sadrista, Muqtada al-Sadr e la coalizione Fateh Hadi al-Ameri, con il primo Ministro Adel Abdul Mahdi, per discutere del lavoro del governo e delle pressioni che sta affrontando Il primo a sostenere la sua formazione guidata da Abdul-Mahdi, come suggerito da circoli politici.

Ma cosa ha portato Mahdi sull’orlo della crisi? I media iracheni parlano di casi di corruzione, mancate elezioni amministrative, troppi alleati, troppe teste pensanti. In realtà però a ben vedere le elezioni amministrative si terranno nel 2020. In materia di corruzione Mahdi ha dato molto potere alla Commissione per l’Integrità che sta cercando di far emergere i casi di corruzione, con tanto di conta di morti ammazzati all’interno della commissione stessa, perché i tentacoli della piovra corruzione sono molto ben radicati. L’ultimo a finire nel mirino è stato Nouri al Maliki, ex primo ministro aspirante vice Presidente iracheno, Segretario generale del Dawa Party: la polizia di Dubai ha rilasciato una dichiarazione in un video rilasciato dall’addetto stampa della polizia in cui si vede il sequestro di fondi di contrabbando collegato a Nouri al-Maliki. Ma per ora si tratta di rumors di stampa. In realtà, sembra che a mettere tacere Adel Abdul Mahdi a meno di un anno dal sui incarico siano stati i bombardamenti subiti dalle milizie sciite fedeli all’Iran nel pieno centro di Baghdad. Le milizie sciite sono moltissime in Iraq, gli stessi Stati Uniti ne hanno censite 80 prima della guerra a Daesh.

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Immagine del bombardamento da drone sconosciuto al Camp Falcon 

Quando Obama ha lasciato l’Iraq sostenendo che era stato liberato dal terrorismo, Daesh che era in nuce si è allargata, trovando le armi perse dall’esercito statunitense durante la ritirata nel deserto dell’Anbar, e con quelle e altre armi ha conquistato un po’ per volta un terzo dell’Iraq. In modo particolare l’area del così detto triangolo sunnita. Il tutto sotto gli occhi di un governo iracheno guidato da un Nouri al Maliki che non era stato in grado di eleggere né un ministro per gli interni né un ministro per la difesa. E questa impotenza governativa ha dato ampio spazio al fiorire di eserciti locali, introdotti in qualche modo con delle leggi speciali nell’ordinamento iracheno ma senza imbrigliarli nell’esercito e con la concessione di 37 licenze per comprare e vendere armi direttamente alle milizie, oltre a quelle già esistenti per l’esercito regolare. Ogni tribù sciita sostanzialmente aveva una sua milizia e di queste molte sono devote all’Iran. Teheran che di fronte all’avanzata di Daesh alle porte dei suoi confini decide di intervenire inviando uomini e mezzi in Iraq. Nel 2014 account della social sfera Daesh dicevano che dire Baghdad o Teheran era la stessa cosa e mostravano la cartellonista di Baghdad e poi quella di Teheran e tutti i torti non li avevano erano molto simili.

All’epoca delle milizie sciite irachene pro Iran, non si parlava, l’obiettivo comune per tutti era sconfiggere lo Stato Islamico, senza accorgersi che il posto liberato da Daesh era poi preso da queste milizie che non trattavano la popolazione locale meglio di Daesh. Ora però che Daesh è confinato in sacche di territorio desertico e numericamente conta poche migliaia di soldati tra Iraq e Siria, gli Stati Uniti si sono accorti che l’Iran ha troppa influenza sulle milizie sciite e si è lamentata della loro presenza. Il tutto è amplificato poi se si pensa alle relazioni tra Washington e Teheran. Gli statunitensi dopo essersene andati nel 2011, in Iraq sono ritornati: Il 6 ottobre 2014 ISIS aveva messo sotto attacco la base Ayn Al Asad, “ex base” USA in Iraq, quando dentro c’era l’ottava Brigata irachena. Nel 2015 la Base è nuovamente evacuata, era il 13 febbraio, e Daesh muoveva 4.000 combattenti per assaltarla. Ma già il 22 novembre dello stesso anno si apprende che gli USA avevano attaccato – CJTFOIR – tra il 14 e il 20 novembre – 117 volte in Iraq. E il 26 dicembre 2018 Melania e Donald Trump in gran segreto visitavano la base Ayn Al Asad. I soldati americani avevano ripreso il pieno controllo della base e da quel giorno non si sono più mossi, anzi il 4 aprile di quest’anno si apprende che la Base da centro di addestramento per PMU e ISF fino alle US FOB diventa base per attacchi aerei.

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Foto di Mahdi a Cambiare Falcons

Anzi nel frattempo la base è stata allargata e la social sfera Daesh e sciita ha mostrato in più occasioni convogli militari che entravano alla base, non solo, all’inizio dell’estate, sono iniziati i colloqui per gli abitanti locali per lavorare all’interno della base, segno questo che gli USA non hanno al momento intenzione di lasciare l’Iraq. Per tornare ai giorni nostri e a Mahdi, tenendo sempre a mente le difficili relazioni tra USA e Iran, dopo molti articoli di giornale che rumoreggiavano di una sistemazione delle milizie sciite irachene nell’esercito viene emanato un ordine, un Diwanya il numero 328, in cui si chiede la ristrutturazione del comando delle operazioni congiunte. Tradotto, significa che Mahdi chiede alle milizie di sciogliersi e di dialogare con l’esercito. La risposta delle milizie è stata un nì. Quelle fedeli all’Iran hanno detto un secco no, altre hanno detto parliamone, altre hanno detto sì. Nel frattempo gli Stati Uniti inseriscono nella lista dei gruppi terroristici alcune milizie irachene collegate ad Hezbollah Libano e alle Guardie Rivoluzionarie Iraniane. Questo mette il nostro Mahdi, vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro. Come se non bastasse, Israele sentendosi minacciato dalla alleanza: Beirut – Damasco – Teheran decide di inserirsi nella tensione, tra Stati Uniti e Iran, e comincia a bombardare milizie vicine a Hezbollah a Damasco e poi in Iraq. Colpisce sempre piccoli gruppi a volte misti tra miliziani libanesi, iracheni e siriani. Fino a che il 12 agosto in Iraq succede il fattaccio: attacco a Camp Falcons.

Le perdite sono: 900.000 colpi di munizioni assortite; 1000 armi da fuoco tra cui armi pesanti; 6 rampe di lancio + numero sconosciuto di colpi; 300 107mm; 100 106mm; 145 GRAD; 900 RPG-7 / SPG; 2 M-40 (106mm); 5 SPG-9. E ancora: 50 tonnellate di materiali esplosivi; parti elettroniche e meccaniche per la fabbricazione di missili locali; 2 pick-up Land Cruiser distrutti, 4 danneggiati dal fuoco; 10 Humvee danneggiati; 1 Kornet launcher (la Brigata 14 ha 2 in totale); 30 missili Kornet (su 70). Il botto è enorme, i morti non tanti ma l’onta è gravissima, il quartier generale della Polizia Federale irachena è polverizzato. L’attacco risulta da droni sconosciuti. In parlamento si alza il pandemonio. Dai parlamentari che chiedono una inchiesta contro ignoti per capire chi ha ordinato l’attacco, ai rappresentanti eletti delle milizie sciite pro Iran che incolpano Israele e gli USA e chiedono il ritiro degli statunitensi dalle basi. Un polverone che Mahdi non è assolutamente in grado di coprire, sparisce dalla scena. Intanto le indagini iniziano ma non procedono. E la voce di un attacco israeliano si fa sempre più insistente, ma ancora non provato. Nel frattempo cominciano a registrarsi attacchi mirati ai negozi di armi delle milizie sciite, per lo più di notte ma che essendo in centro abitati creano molti danni e alcuni morti. E continuano gli attacchi con droni alle milizie sciite fedeli all’Iran in Iraq o di quelle irachene in Siria.

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Immagine dell’attacco alla Base 

L’11 settembre, per esempio, nel bombardamento alla base militare Imam Ali Center sul confine siro-iracheno a sud di Albu Kamal, sono state prese di mira tutte milizie irachene vicine a Hezbollah. Secondo i media iracheni sarebbero morti o feriti 50 uomini delle Al Nujaba, battaglione di Hezbollah, Haidarion e Imam Ali. I media iracheni dicono che Mahdi dalla sua visita al Comando operativo dell’Anbar e al comando della difesa aerea non ha rilasciato interviste né fatto discorsi. Solo dopo gli incedenti a Karbala, durante i riti religiosi, si è recato in ospedale a visitare i feriti. Alcuni analisti locali parlano del desiderio di Abdul-Mahdi di evitare l’imbarazzo di eventuali domande in merito ai risultati dell’indagine governativa sui bombardamenti ai negozi di armi, quartier generale e punti di monitoraggio appartenenti alle forze di mobilitazione popolari di Diyala, Salah al-Din, Baghdad e Anbar dallo scorso luglio. Lo staff di Mahdi, secondo i ben informati, avrebbe consigliato al premier di non parlare della questione delle esplosioni dei negozi di armi e degli attacchi ai quartieri generali delle milizie per preservare il governo. In attesa che chi ha iniziato questa battaglia alle milizie pro Iran finisca suo lavoro, sperando che l’Iran non abbia qualcosa da ridire.

Gertrude Bell

Elijah Baley