Caso Shalabayeva: al via il processo del decennio, se il M5S si sapesse muovere

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Processo Shalabayeva: tra i testimoni Pignatone e il Gotha della Polizia di Stato
Cortese e Improta depositano le liste al tribunale di Perugia: c’è anche l’ex capo del Dis e l’allora braccio destro del ministro Alfano

20 SETTEMBRE 2019
di Enzo Beretta

Il Gotha della Polizia di Stato viene indicato nelle liste dei testimoni presentate al tribunale di Perugia dal questore di Palermo, Renato Cortese, e dal direttore della Ferroviaria, Maurizio Improta, sotto processo con l’accusa di sequestro di persona in seguito all’inchiesta sul presunto rapimento di Alma Shalabayeva avvenuto a Roma nel 2013. La prima udienza è in programma per martedì 24 dinanzi al terzo collegio presieduto da Giuseppe Narducci. Nell’elenco c’è anche l’ex procuratore romano Giuseppe Pignatone.

PERUGIA, IL RINVIO A GIUDIZIO

Il processo a Perugia Le richieste dei testimoni dovranno chiaramente essere accolte dal tribunale. Accusati a vario titolo di falso e abuso d’ufficio affronteranno il processo anche quattro poliziotti – Luca Armeni, Francesco Stampacchia (all’epoca alla Mobile capitolina, rispettivamente come dirigente della sezione criminalità organizzata e commissario capo), Vincenzo Tramma e Stefano Leoni (assistenti dell’ufficio immigrazione) – e il giudice di pace Stefania Lavore che si occupò del caso. Proprio a causa del coinvolgimento del magistrato capitolino il fascicolo è stato trasmesso a Perugia

Tutti i nomi Insieme agli ufficiali del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri che hanno portato avanti le indagini il pubblico ministero Massimo Casucci indica nell’elenco l’ex questore di Roma, Fulvio Della Rocca, il pm capitolino Eugenio Albamonte (indagato a Perugia in un’altra inchiesta) e l’ex capo di gabinetto del ministro Angelino Alfano, Giuseppe Procaccini, tra i più accreditati per la poltrona di capo della polizia dopo la morte di Antonio Manganelli ma dimissionario proprio in seguito alle polemiche sul ruolo avuto nella gestione del caso Ablyazov (questo il nome del marito dissidente kazako della Shalabayeva). La Procura indica, tra gli altri, Francesco Cirillo (già vicecapo della polizia con delega alla Criminalpol), Lamberto Giannini (all’epoca dirigente della Digos di Roma, il superpoliziotto è stato il grande regista della cattura di Cesare Battisti in Bolivia), Alessandro Raffaele Valeri (capo del dipartimento di Pubblica sicurezza), Gennaro Capoluongo (all’epoca direttore dell’Interpol Roma).

TUTTE LE CARTE DEL PROCESSO

C’è anche Pignatone Cortese vorrebbe far deporre, invece, l’ex procuratore romano Giuseppe Pignatone («riferirà sulle informazioni relative alle perquisizioni effettuate e sulle specifiche ulteriori informazioni relative al provvedimento di espulsione»), il prefetto Alessandro Pansa (all’epoca capo della polizia prima del passaggio al Diprtimento delle informazioni per la sicurezza, il suo nome è stato ripetuto nell’ultimo totoministri per la poltrona al Viminale), l’ex segretario generale dell’Interpol, Ronald Noble, l’ex difensore della Shalabayeva, il procuratore capo dei minori Claudio De Angelis (anche sull’«affidamento della piccola Alua», figlia di Alma), l’ex capo della segreteria del Dipartimento di pubblica sicurezza Alessandro Valeri, il numero uno della Direzione centrale anticrimine Gaetano Chiusolo, il direttore dello Sco Maria Luisa Pellizzari. Alcuni testi suggeriti dall’avvocato Franco Coppi che difende Cortese, inevitabilmente, si ripetono nella lista depositata dall’avvocato Alì Abukar Hayo che difende Improta. Entrambi hanno sempre rivendicato la correttezza del proprio operato.

Processo Shalabayeva_ tra i testimoni Pignatone e il Gotha della Polizia di Stato __ Umbria24.it

Se il sig. Di Battista e gli onorevoli Di Stefano e Sibilia fossero interessati a sapere qualcosa della vicenda Shalabayeva che forse non sanno, chiedano al sen. Mario Michele Giarrusso, uno dei protagonisti nella vicenda Shalabayeva lasciato colpevolmente solo dal Movimento.

Un paio di note: a) da quanto si sente dire in giro l’avvocato Franco Coppi ha parcelle salatissime; b) dato il numero e la qualità dei “partecipanti” quasi quasi mercoledì 24 p.v. vado a Perugia; c) ora che ho letto della presenza dell’avv. Alì Abukar Hayo a difesa del prefetto Improta mi farò altre domande e consiglio ai non addetti ai lavori di farsene altrettante.

Il nipote dell’ex capo dei servizi segreti somali era il traduttore di fiducia della Digos nel caso Alpi

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Ali Abukar Hayo è oggi un avvocato di livello. All’epoca seguì tutti gli interrogatori dei somali che accusavano Hashi Omar Hassan, poi assolto dopo 17 anni di carcere

ANDREA PALLADINO 20 Marzo 2019
C’è un personaggio chiave nella storia dell’inchiesta sull’omicidio di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin: è l’avvocato Ali Abukar Hayo. Alcuni lo indicano come l’autista personale del capo dei servizi segreti somali all’epoca di Siad Barre, il generale Gilao. Lui, a La Stampa, conferma un legame stretto, addirittura familiare: “Era mio zio”. Di certo c’è che il nome di Hayo torna ripetutamente nell’inchiesta e in molteplici ruoli: uomo di collegamento, traduttore, avvocato.

Andiamo con ordine.

E’ il 13 gennaio 1998 quando Hashi Omar Hassan viene sottoposto a fermo. Ad accusarlo è stato, qualche mese prima, Ahmed Ali Rage, detto Gelle. In quel gennaio 1998 arriva in Italia un altro testimone chiave che accuserà Hashi: l’autista di Ilaria e Milan, Ali Abdi. Fino a quel momento ha sempre detto di non sapere chi fossero gli assassini della giornalista del Tg3 e dell’operatore video. Dopo una pausa di qualche ora durante l’interrogatorio, tuttavia, Abdi cambia versione: riconosce gli assassini. Sono gli stessi indicati da Gelle.

Per seguire questi interrogatori, la Digos di Roma ha chiamato un nuovo interprete, mai usato prima: Ali Abukar Hayo, appunto. Hayo è all’epoca un praticante procuratore, laureato da poco in Giurisprudenza. Ha legami familiari con protagonisti di peso del caso Alpi. Italiano fluido, il somalo come lingua madre, da quel momento e fino al rinvio a giudizio di Hashi Omar Hassan, sarà l’interprete di fiducia degli investigatori, convinti dell’autenticità della testimonianza di Gelle. Sarà lui a tradurre le prime parole di Hashi appena arrestato. Sarà sempre lui a seguire il lungo interrogatorio dell’autista Abdi. E per mesi seguirà quasi tutte le testimonianze dei somali portati in Italia dagli investigatori. Anni dopo si scoprirà che Gelle si era inventato tutto. Abdi verrà ucciso in Somalia in circostanze sospette. Hashi Omar Assan verrà assolto, ma solo dopo l’intervento di una giornalista di Chi l’ha visto? che scoprirà e intervisterà nuovamente Gelle, nel frattempo sparito.

Facciamo un salto di 20 anni e il nome di Abukar Hayo torna in gioco. Succede quando la procura di Roma chiede una nuova archiviazione. E’ metà gennaio 2018 e da Firenze arriva un fascicolo nuovo con alcune intercettazioni di somali. Tra queste spunta quella di un tale Bashir (solo omonimo del testimone della commissione Taormina) che dichiara: “A uccidere gli italiani sono stati gli italiani”. Le intercettazioni sono di anni prima, ma incredibilmente il fascicolo è rimasto fermo negli uffici giudiziari di Firenze senza essere inoltrato a Roma come richiesto. Il gip domandava che il testimone Bashir venisse sentito immediatamente. Chi è l’avvocato che difende Bashir? Abukar Mayo. Contattato a fine aprile del 2018 da La Stampa per poter parlare con il suo assistito, l’avvocato dirà che è impossibile, Bashir è in carcere. In realtà era uscito da due mesi.

Chi è Abukar Hayo? Ha interessi nel caso Alpi? Alcune fonti interpellate dalla Stampa e che chiedono l’anominato lo indicano come “l’ex autista del generale Gilao, capo dei servizi segreti sonali all’epoca di Siad Barre e capo della polizia di Mogadiscio nella zona dove verranno uccisi Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. Sentito sui suoi rapporti con Gilao, l’avvocato dice a La Strampa: “Non è vero, non ero il suo autista. Gilao, se parliamo della stessa persona, l’ex capo dei servizi segreti somali, era mio zio, il fratello di mia madre”. L’avvocato Hayo, nel frattempo, è diventato un giurista di livello: è ordinario di diritto penale all’università telematica Niccolò Chiusano in Italia e all’università di Mogadiscio, è stato consulente di organismi internazionali come Img e Amnesty International, è stato presidente della commissione governativa delle riforme istituzionali somale e consigliere giuridico del governo di Mogadiscio. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni.

Il nipote dell’ex capo dei servizi segreti somali era il traduttore di fiducia della Digos nel caso Alpi – La Stampa

È sconcertante che nessuno ma proprio nessuno del M5S abbia chiesto al sottoscritto perché e come avesse scritto “Shalabayeva – Il caso non è chiuso” pubblicato da Gianroberto Casaleggio; escluso il dolo rimane solo l’incapacità di valutare il peso delle vicende e dei protagonisti.

Ad maiora

Alberto Massari