100 morti (i primi?) e 4.000 feriti in Iraq per le proteste antigovernative

Iraiqs walk at the scene in the north Ba

Grazie a chi (Gertrude Bell ed Elijah Baley) ci aiuta, quotidianamente (in realtà “ora per ora”), a monitorare quella porzione di Pianeta, da alcuni giorni, segnalavamo che la linea di non ritorno del caos sarebbe stata presto superata e che si sarebbe aggiunto ai territori in grave conflittualità quello conosciuto ai più come Iraq.

Iraq, ovvero l’ennesimo pasticcio geopolitico pensato e organizzato dall’imperialismo (in questo caso quello inglese) mai, nel tempo successivo alle spartizioni, intelligente risolto dalla diplomazia o dagli organismi internazionali. Anzi. Siamo al caos di avidità su avidità, polveriere su polveriere, vedove su vedove, orfani su orfani, rancori su rancori.

E così, dopo le spacconate aviotrasportate che in quel momento sembravano risolvere i conflitti, in assenza di una qualunque abilità negoziale successiva improntata ad una qualche ragionata equità, rimuovendo il dettaglio di quanto evolveva nel vicino Iran, a sua volta nemico giurato di Israele, si sono alimentati solo odii e desideri di vendetta.

Così, dopo la Siria (non se ne parla più perché non esiste più), la Libia (dove nessuno ha pre-parato il dopo Gheddafi), ci sarà nuovamente guerra in Iraq (dove, altrettanto, nessuno ha saputo pre-vedere il dopo Saddam), in Afganistan (dove nessuno si è posto il problema che gli afgani/talebani/altro, negli ultimi 150 anni, hanno sconfitto tutti), in Pakistan (con la variante che si tratta di una potenza vulcanica nuclearizzata, dettaglio rimosso dalla capacità di pensiero di questi super cazzoni muscolari che, ciclicamente, ritengono di saper guidare la complessità del Pianeta Terra), nello Yemen (che dite?), in Egitto, in Turchia. E che sappiamo dei rapporti tra Teheran e Pechino a partire dagli accordi di Shanghai, sanciti lustri addietro?

E chi sa cosa si prepara in Kazakhstan alla morte di Nazarbayev? O quanti cinesi già abitino da quelle parti? Chi del cerchio magico del nostro ben formato e culturalmente strutturato Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, sa dove siano l’Azerbaigian e il Kirghizistan (o cosa sia la sua mafia oltre che quella nigeriana di cui, per nostra fortuna è un esperto l’ex sottosegretario al ministero degli Interni Luigi Gaetti)? Tanto per fare esempi di complessità lontane, non rimuovendo che in Italia si vive con il retaggio (e sotto la minaccia) di uno come Matteo Salvini che passa il tempo pre-elettorale (cioè sempre) a scandire in televisione che ben 30 (trenta) disperati migranti saranno accolti a Terni. “Treeeeeeeeeeentaaaaaaaa”, e fa il gesto drammatico verso la telecamera con il tre delle dita di una mano che immaginiamo sudaticcia per le fatiche elettorali.

Ad ognuno la sua croce, si dice, ma noi siamo circondati di croci e non da crocifissi che sono ciclicamente altro. Dentro e fuori le aule scolastiche. Un mare di improvvisati in settori strategici. Nei Servizi segreti si improvvisa il premier Conte (o ci racconti un suo passato che ignoriamo) che non delega (e quindi appare non saper scegliere) ma, sentite a me, esclusivamente per timori a “corto raggio”. I servizi, prevalentemente, a questo servono alla politica italiana.

Alla Difesa (con il baldo scudiero Angelo Tofalo che più confuso e confusionario non potrebbe essere, visti i trascorsi in Iran, Turchia, Libia, USA e ovunque in modo “pericoloso per la sicurezza nazionale” o inconcludente, si è recato) abbiamo un ex assicuratore, Lorenzo Guerini, passato a farsi, per una breve stagione, le ossa al COPASIR, (luogo di formazione strategica dove devi perfino stare attento, se ti chiedono l’IBAN, a non, distratto, darglielo).

iraq-attentato

Agli Esteri, Luigi Di Maio, detto pure “Far-ne-si-na-Far-ne-si-na”.

La complessità internazionale si affronta con un pensiero elaborato in stretta collaborazione tra questi “dicasteri/istituzioni” (Presidenza del Consiglio, Servizi, Ministero degli Esteri e quello della Difesa) che hanno, ovviamente, le loro burocrazie ma che avrebbero bisogno di una guida che si ispiri, colta e lungimirante, ad una visione geopolitica altrimenti quello che, da decenni, sanno fare, nel bene e nel male, i dirigenti nei ministeri, lo abbiamo visto. E si è visto con quali risultati, alla fine, di progressivo declino dalla morte di Aldo Moro a venire ad oggi.

Mi imbarazza l’ultima frase che ho sulla punta delle dita: signor Presidente della Repubblica, quando ha ratificato queste nomine (non mi interessa il colore perché i nominati mostrano di non aver alcun pensiero politico e di essere pronti a tutto e il contrario di tutto per sentirsi qualcosa o qualcuno) si è reso conto che il gap tra gli avvenimenti (fossero anche solo i riflessi nel Mediterraneo) e l’esperienza di questi signori è macroscopica?

Ho lasciato fuori il resto del Mondo, a cominciare dal Venezuela e finendo all’Argentina, per non sentirmi disperato.

Con l’eccezione della complessità nigeriana (demografica e criminale) perché da quelle parti ha saputo già far bene l’ENI ed ora, dopo un lungimirante convegno tenutosi a Mantova qualche giorno addietro, so che delle emergenze che si sviluppano quotidianamente in Nigeria se ne interessa anche l’ex sottosegretario al Ministero dell’Interno, Luigi Gaetti. Ex o attuale? Povero me e poveri noi. Con questi giri di valzer governativi, vecchio e stanco come sono, mi perdo. Comunque per la Nigeria possiamo stare tranquilli. C’è chi ci pensa. Resta il resto del Pianeta Terra. Sulla Luna non si segnalano conflitti. Per ora.

Oreste Grani/Leo Rugens   

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