Simmo ‘e Napule paisà!

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Simmo ‘e Napule paisà è una canzone napoletana del 1944, interpretata da Vera Nandi al volgere del termine della seconda guerra mondiale e considerata uno dei classici napoletani di metà del XX secolo.

La musica, scritta da Nicola Valente, è basata su un tradizionale ritmo di tarantella.

Il testo della canzone, di Peppino Fiorelli, racconta di una coppia di sposi che, indossando il vestito buono, va a fare un giro in carrozzella, per rivedere la città di Napoli che, pur liberata, porta ancora i segni profondi della guerra. Criticata da alcuni come un qualunquistico invito all’oblio (scurdammoce ‘o passato) e tacciata di superficialità (basta che ce sta ‘o sole), la canzone riprende il detto popolare chi ha avuto…chi ha dato… raccontando della voglia di rinascita e di lasciare gli eventi della guerra alle spalle. Un chiaro riferimento alla presenza degli alleati in città è l’utilizzo del termine paisà, appellativo utilizzato dagli angloamericani, molti dei quali di origine italiana, per riferirsi ai napoletani.

Lanciata da Vera Nandi, la canzone nel corso degli anni è stata interpretata da numerosi altri artisti tra i quali vale la pena ricordare Fausto Cigliano, Roberto Murolo, Gabriella Ferri, Giacomo Rondinella, Jimmy Roselli, Peppino di Capri, Carlo Buti, Massimo Ranieri, Mario Maglione, Il Giardino dei Semplici e Bruno Venturini. Da ieri anche dal duetto Luigi Di MaioBeppe Grillo. Simmo ‘e Napule quindi e non più di Genova la Superba quando da Piazza della Vittoria sembravamo alzare la testa, ma di una città, evidentemente, nella mente di Di Maio e Grillo, pronta a tutto. Scurdammoce ‘o passato, soprattutto. La Napule del dopo guerra, che invitava a dimenticare, è stata, per decenni, un pessimo esempio etico-morale, politico e amministrativo. È la città del saccheggio edilizio (Mani sulla città di Rosi), della prostituzione, del contrabbando di sigarette e di ogni forma di illecito utile a rafforzare la politica collusa con la camorra emergente. È stata la città di Silvio e Antonio Gava, di Vincenzo Scotti, di Antonio Bassolino e Claudio Velardi, del colera, della ricostruzione post terremoto i cui proventi illeciti ancora non si sono riusciti a calcolare. È la città di Gomorra e dell’accordo osceno per liberare il sequestrato dalle Br (?) Ciro Cirillo. È la città di Bocchino, di Papa, prosciolto e non assolto.

omino chagall

Solo oggi si intravede per merito del sindaco Luigi De Magistris (il PM a cui fu messa la mordacchia), un barlume di speranza.

Dopo dieci anni la politica italiana non sarà mai più come prima? È vero: ora è definitivamente senza speranza, proprio perché, anche nel MoVimento, si è ritenuto che avere memoria sia cosa disdicevole. Forse anche un po’ da stronzi idealisti. Meglio furbi gestori del potere. Come è notorio (o vogliamo dismettere anche questi canoni certi?), chi non ha memoria non ha futuro. Il resto, lo dico per la prima volta, con imbarazzo autocritico, sono trucchi scenici, stancamente interpretati da Beppe Grillo, non più “Giuseppe da Genova” ma nella veste di un uomo stanco e provato dalla vita. Direi, tristemente e platealmente, “sotto schiaffo”.

Dissipato il patrimonio valoriale, messa in soffitta l’onestà, rimane solo la galleria dei “nuovi mostri” (che la coppia Age-Scarpelli non avrebbe potuto meglio descrivere) come testimoniata dalle foto di scena scattate sul set politico-affaristico che, ancora una volta, verrà rifilato a questo Paese di troppi cittadini opportunisti e, diciamolo, anche un po’ vigliacconi. Foto che nessuno smentisce. Di Maio si prepara inoltre, per comprare alcuni riottosi, a parcheggiare in un assembleare direzione (mai si era vista una presa per il culo di questa dimensione) un’ottantina di voi (così state a cuccia) con la promessa, sussurrata a ciascuno, di piazzarvi tra i 400 che si dovranno scegliere per occupare posti di onesta (non onestà onestà che non è più al passo con i tempi!) amministrazione, nella rete delle reti. Tranquilli quindi e applausi al furbo di turno. In calce trovate il testo, altre volte messo in rete, dell’Apologo sull’onestà nel paese dei Corrotti di Italo Calvino.  Ricordando e non dimenticando che le parole “in cambio di favori illeciti” prefigurano e comprendono anche il piazzare i compagnucci delle fotografie ad amministrare la cosa pubblica.

«C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti.»

Oggi è l’anniversario (il 1°!!) del mio felice matrimonio e non ho intenzione di farmi toccare lo stato d’animo felice (molto felice) da questa poltiglia di cantastorie scopritori novelli (tra poco va sul mercato anche il vino 2019) della tragedia curda e della pericolosità di Erdogan. Noi, nella nostra marginalità e ininfluenza, ci teniamo la memoria di quanto già sapevamo dei turchi e della condizione in cui versava e versa la politica complice, in business, da anni, con tali ambienti. Che siano la Turchia, la Libia o l’Iran. Paesi ben fotografati dal triangolo malandrino ordito dalla signora Annamaria Fontana (quella), architettura affaristica con sullo sfondo un traffico d’armi, che, mi sembra, abbia visto proprio l’attuale sottosegretario alla difesa Angelo Tofalo, prestarsi a viaggiare nella oggi tanto vituperata Turchia.

Siamo confortati, in questo quadro drammatico, da alcune note positive rappresentate dal ricordo dell’onestà appassionata di una meravigliosa fidanzata che, il 13 ottobre del 2018, dopo un ventennio di “riflessione e condivisione” (esistiamo, come coppia, da un tempo doppio la parabola dissipatoria grillina), mi ha fatto l’onore di sposarmi. E dal fatto che con un manipolo (in numero crescente) di cittadini pensanti abbiamo deciso di “manebimus“.

Che si spenga, per sempre, la semenza degli uomini con i “piedi per terra” e senza memoria, recita il sottotitolo di questo marginale e ininfluente blog. Questo perché noi amiamo “chagallianamente” gli uomini che, staccati i piedi dal suolo, osano volare tra le nuvole, dipinti di blu. Ma, mentre volano, ricordino da che pianeta vengono.

Oggi, ancora e sempre, scelgo Domenico Modugno e la sua “Nel blu dipinto di blu” piuttosto che la voce stonata di Luigi Di Maio che ci invita a cantare, in coro, “Simmo ‘e Napule paisà“.

Oreste Grani/Leo Rugens  fino all’ultimo giorno della vita “fuori dal coro“.