Domenico Giani è uscito di scena

Domenico Giani

Quella che pubblico è la prova di un post-toppata che, come blog, abbiamo preso, nel lontanissimo dicembre del 2014. Cosa rara il toppare, ma succede anche a noi. Papa Bergoglio, prudente, ha preso solo in queste ore la decisione che pensavamo imminente (e opportuna), anni addietro. Francesco ha pagato un prezzo per questa rotazione ritardata? La posizione era delicatissima e, forse, il Santo Padre, avrebbe dovuto agire con maggiore tempestività. Ma chi sono io per osare tanto?

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S.

Quel 10 dicembre 2014 abbinammo al post un ragionamento (in effetti fu un omaggio a padre Robert H. Graham) che intitolammo “Cosa c’è da spiare in Vaticano?” che avevamo pubblicato addirittura l’11 febbraio 2013, quando, lo ammettiamo, ci leggevano due gatti. Intelligenti, ma due.


DOMENICO GIANI (ISPETTORE GENERALE DEL CORPO DELLA GENDARMERIA DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO) LASCIA IL SERVIZIO. PAPA FRANCESCO SI PREPARA A FARE UNA SCELTA STRATEGICA DELICATA COME NON MAI

Giani

Una fonte attendibile ci dice che il generale Domenico Giani lascia il servizio e con esso l’onore di garantire la sicurezza del Santo Padre. Non sta a me giudicare il grado di soddisfazione, o meno, del Papa sul tipo di servizio fino ad oggi prestato dal Giani. Maldicenze sullo stato patrimoniale del signor generale potrebbero suggerire l’esistenza di qualche divergenza e sulla condivisione del concetto di spirito di servizio, di frugalità, di missione. Ma, come detto, non sta – certamente – a me fare supposizioni in un campo tanto delicato e strategico quale è la sicurezza del Capo dei Cristiani. Prendo atto solo che, al Papa, nulla di disdicevole è accaduto, in Vaticano e durante i suoi già numerosi spostamenti. Soprattutto di questi tempi, vista l’aria che tira. ISIS o non ISIS. Papa Bergoglio, un po’ gesuita e un po’ francescano, così come continua a fare i conti (quello, tra l’altro, si è sempre fatto dalle parti del “torrione”) con chi ha diretto lo IOR, ha deciso, evidentemente opportunamente consigliato, di mettere mano anche a questo aspetto delicatissimo della “sicurezza” dello Stato Vaticano, ormai tutt’uno con la sua stessa vita. Vita certamente minacciata dai mostri dell’ISIS e da un numero non definito di esponenti delle forze del male che vedono l’attività apostolica di Papa Bergoglio come il canonico “fumo negli occhi”. Qualche cosa di Giani (o del suo entourage) potrebbe aver, da tempo,  contrariato Papa Francesco. Il Papa (azzardiamo), forse, ha sentito, da parte dei “Comandanti” demandati alla Sua sicurezza (Guardie Svizzere e Gendarmeria), ingerenze eccessive con il suo stile di vita, con il suo approccio frugale e disponibile determinante per un coerente espletamento all’alta missione a cui è stato chiamato. Il Papa, mentre i cristiani vengono nuovamente, letteralmente “messi in croce”, non deve avere, infatti, alcun timore, da vero “Capo della Cristianità” e riferimento etico/morale di tutto il mondo che lo stima e “tifa per Lui”.

Lunga vita (come scriviamo dal primo giorno del suo pontificato a testimonianza del affetto per il suo approccio) a Papa Francesco! Lunga vita  a Papa Bergoglio! Lunga vita al Papa gesuita e francescano! A questa triplice espressione augurale per le scelte delicatissime ulteriori che si prepara a compiere (“chi” dovrà guidare le strutture incaricate della sua protezione e di quella dei suoi collaboratori), ci permettiamo di affiancare il testo che a suo tempo affidammo alla rete su cosa costituisca, dal punto dell’Intelligence Culturale (anche lì, soprattutto lì), ciò che è opportuno conoscere e su cosa è necessario vigilare. L’autore del testo è il mai troppo compianto Padre Robert Graham, gesuita e grande esperto di Intelligence (culturale). Forse il più grande di tutti i contemporanei. La mia arroganza e presunzione mi spinge (immaginando la Provvidenza capace di far pervenire a Papa Bergoglio queste mie considerazioni) di consigliargli di rileggere, prima di una così importante scelta, il testo che segue. Chissà che non gli sia di “soccorso”. In fin dei conti, Lui stesso, spesso, chiede di pregare per Lui. Laicamente e con tutto il mio affetto, questo è il mio modo di pregare per Lui  perché le Forze del Male, dentro e fuori lo Stato Vaticano, non prevalgano.

Oreste Grani


COSA C’È DA SPIARE IN VATICANO?

Cari lettori, abbiate la pazienza di rileggere o leggere, se già non l’avete fatto, il seguente post, giacché pensare che le dimissioni di Sua Santità Benedetto XVI non abbiano relazione e attinenza con gli assetti del mondo e un rapporto stretto con i servizi di intelligence del pianeta, è sbagliato.

Oreste Grani

20.11.2012

Cosa c’è da spiare in Vaticano?

Quando Ignazio di Loyola morì il 31 luglio 1556, la Compagnia contava un migliaio di aderenti, di cui solo una trentina erano “professi” e da questa informazione, miei cari lettori che non siete più trenta, potete dedurre quanto dura fosse la selezione.

Dalla Scuola di Ignazio di Loyola uscivano uomini che da soli e senza un soldo (anche Ignazio viveva di un pugno di noci e di un tozzo di pane) affrontavano interminabili traversate su precarie navi per andare a fondare nel continente americano, in Cina, in Giappone, in India (Goa) le succursali della loro organizzazione.

“Non contentatevi di formare le menti degli allievi. Accaparratevi le loro anime, che siano nostre per sempre”. Così i Gesuiti, su insegnamento di Ignazio, diventavano i mentori, i confidenti, i direttori di coscienza delle più grandi famiglie europee, comprese quelle regnanti.

Ignazio aveva detto anche che le virtù cui dovevano ispirarsi erano lo zelo e la prudenza ma, dovendo scegliere, la prudenza è più necessaria dello zelo. La Storia presenta pochi casi di una creatura così somigliante al suo creatore e che sia rimasta nei secoli altrettanto marchiata dalla sua personalità. Ignazio non aveva dato alla Compagnia solo una struttura organizzativa, le aveva anche dettato il modello umano e fornito, con il suo stile di vita, l’esempio della suprema dedizione.

Nei secoli l’intelligence dei gesuiti è divenuta esempio di abilità strategica intellettuale e di coerenza con le finalità “statutarie”. Nessuno come i gesuiti, nella Chiesa, ha saputo raccogliere informazioni e sviluppare capacità di analisi geopolitica. Pubblico di seguito un saggio dell’indimenticabile e insuperato Padre Robert Graham che “Gnosis” ha postato nel numero del 4 gennaio-aprile 1996.

Robert A. GRAHAM

Il Vaticano e lo spionaggio*

1. Premessa

Da qualche tempo gli addetti ai lavori preferiscono usare il termine intelligence invece di “spionaggio”. Non solo, i principali agenti di questo settore un tempo clandestino sono pronti a venire allo scoperto, fino al punto di apparire in pubblico senza nascondere la loro vera identità. Infatti l’estate scorsa, in Spagna, si è svolto un Simposio internazionale su “Il potere e i servizi segreti”, al quale ha partecipato un nutrito gruppo di ex responsabili dell’intelligence di diversi Paesi, con lo scopo di esporre, secondo il loro punto di vista, il significato e la giusta funzione di ciò che si definisce “la seconda più antica professione del mondo”, rifacendosi persino a radici bibliche. Si è trattato di una tavola rotonda di tre giorni, organizzata alla fine di agosto all’Escorial di Madrid dal “Cursos De Verano” dell’Università Complutense.

Il rango degli invitati provenienti dai servizi segreti rappresentava una garanzia di serietà ed attendibilità. Tra coloro che hanno preso la parola c’erano l’ex capo della DST (Direction de la Surveillance du Territoire) francese; l’ex vicepresidente della Bundesverfassungsschutz di Bonn; l’ex capo dei Servizi di Sicurezza di Stato del Belgio e l’ex capo del Mossad d’Israele. Avevano accettato l’invito anche un generale sovietico del KGB e un ex capo della CIA (Central Intelligence Agency) statunitense, ma ambedue vi hanno poi rinunciato (era l’epoca del colpo di Stato a Mosca). Era presente l’ex capo della Defense Intelligence Agency (esercito statunitense) che ha preso la parola. Non mancava infine anche l’ex capo dei servizi segreti italiani (SISMI), l’ammiraglio Fulvio Martini, intervenuto anche lui al dibattito. Al termine del Simposio, l’attuale direttore generale dell’intelligence militare spagnola (CESID), Emilio Alonso Mangiano, ha fornito la sua analisi sulla missione dell’intelligence.

La presenza di una rappresentanza così sorprendentemente numerosa significa di certo che, nell’ambiente dell’intelligence, ci si è trovati d’accordo sulla necessità di offrire al pubblico una presentazione autorevole relativa al lavoro dei servizi segreti. Ciò non vuol dire che i partecipanti abbiano fatto rivelazioni indiscrete. In genere, sono sembrati d’accordo nel sostenere che lo stile Mata Hari, eredità della prima guerra mondiale, è ormai superato, in quanto improduttivo, controproducente e pericoloso. Questo, nonostante all’Escorial fosse stata allestita una sessione speciale dedicata al ruolo delle donne nello spionaggio e benché il presidente dell’assemblea fosse una donna, ex agente dell’OSS (Office of Strategic Services) statunitense in Spagna durante la guerra. Nessuno ha fatto cenno a James Bond o a Smiley, forse perché al Simposio non ha partecipato nessun esperto di intelligence britannica, a meno che non si voglia considerare Christine Keeler (coinvolta nel caso Profumo), la quale nelle dichiarazioni alla stampa ha però detto di essere una prostituta e non una spia. Tutti i presenti si sono trovati d’accordo nel sostenere che la sfida lanciata dal terrorismo internazionale richiede una stretta collaborazione fra i Servizi segreti, compreso quello sovietico. Per una volta, organismi normalmente in competizione fra di loro hanno individuato un comune obiettivo in virtù del quale unire i propri sforzi.

2. Lo spionaggio entro il Vaticano

L’attentato alla vita di Giovanni Paolo II, compiuto dal terrorismo internazionale, ha attirato sul Vaticano il più vivo interesse dei servizi segreti di tutto il mondo. Ma è un interesse che precede l’ascesa del terrorismo. Negli ultimi mesi, la vigilanza da tempo esercitata dai servizi segreti sul Vaticano è diventata un fatto di dominio pubblico. L’estate scorsa non abbiamo forse letto che Robin Robinson, fino a poco tempo fa uno dei capi dell’intelligence britannica, ha dichiarato di fronte a un vasto pubblico televisivo inglese che “molte volte” i servizi segreti inglesi hanno intercettato le comunicazioni della Santa Sede? Un fatto simile non ha probabilmente stupito nessuno in Vaticano. Il telefono, infatti, è notoriamente il tallone d’Achille della riservatezza. Grazie al progresso tecnologico, le intercettazioni telefoniche sono diventate sempre più facili e quindi le comunicazioni telefoniche sono maggiormente soggette a intromissioni, in particolar modo attraverso il raggio laser.

Due recenti pubblicazioni meritano di essere citate per cercare di comprendere la ragione effettiva dell’interesse nutrito dall’intelligence nei confronti del Vaticano. Negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, l’OSS statunitense, a capo del quale era il generale William J. Donovan, inviò un suo agente in Vaticano con l’ordine di indagare sulla eventualità di un contributo da parte della Santa Sede al processo di pace che si cercava di realizzare nel Pacifico. L’agente fu quasi sul punto di portare a termine con successo la missione, grazie all’aiuto di un officiale della Segreteria di Stato pontificia. Le vicende di questo drammatico periodo sono narrate in un libro (1) scritto dall’agente stesso, intitolato Pace senza Hiroshima. Operazione segreta in Vaticano nella primavera del 1945. L’autore è Martin S. Quigley, attualmente editore a New York. Egli riuscì a convincere l’allora mons. Egidio Vagnozzi, futuro cardinale, a trasmettere alla rappresentanza diplomatica giapponese, presente in Vaticano, l’esistenza di una possibilità di negoziare la pace con gli Stati Uniti. Il contatto riuscì. Il delegato speciale giapponese, ambasciatore Ken Harada, dopo una comprensibile esitazione, comunicò le informazioni al suo Governo. Se i suoi superiori le avessero prese in considerazione, sia al Giappone sia agli Stati Uniti sarebbe stato risparmiato l’incubo di Hiroshima e Nagasaki.

La storia di tali contatti è stata rivelata per la prima volta alla nostra rivista (2) . Una piena conferma si è avuta successivamente, quando sono stati resi noti i documenti sia statunitensi sia giapponesi. Quigley rende un servizio alla storia mettendo insieme, dopo tanti anni, i pezzi di questo complicato puzzle riguardante gli sforzi compiuti per la pace. È raro che la storia di un tentativo segreto per raggiungere la pace sia documentata in maniera tanto convincente. L’autore del libro scrive che la sua esperienza dimostra come sia difficile rendere efficaci tali tentativi.

La seconda pubblicazione (3) è ugualmente interessante, anche se per ragioni diverse, ovvero per la conoscenza dell’ambiente dell’attività d’intelligence in Vaticano. Gli autori sono un americano, John Loftus, e un australiano, Mark Aarons. Ambedue hanno la passione d’indagare sulla fuga di veri o presunti criminali di guerra dall’Europa. La loro tesi appare però piuttosto sconcertante. Nella prima parte del libro sembra infatti che il Vaticano sia accusato di essere nelle mani dei nazisti. Nella seconda, invece, il Vaticano appare manovrato dai sovietici. Gli autori hanno compiuto ricerche eccezionalmente approfondite negli archivi segreti dei servizi segreti statunitensi nel tentativo di sostenere le loro opinioni. Ma potremo tornare su questa ipotesi suggestiva in un’altra sede. Per il nostro scopo ora, questo nuovo libro rappresenta solo un’ulteriore prova dell’interesse manifestato nei confronti del Vaticano, allora come oggi, da parte dei servizi segreti.

3. Cosa c’è da spiare in Vaticano?

Gli organizzatori del Simposio su “Il potere e i servizi segreti” hanno invitato anche osservatori, storici, giornalisti e altri. Uno dei contributi (consegnato da chi scrive) s’intitolava: “L’intelligence straniera e il Vaticano. Come le nazioni hanno spiato il Vaticano e perché”. Per i fini che ci proponiamo è ora utile tracciare a grandi linee alcuni dei punti riportati nello scritto.

Cosa c’è in realtà da spiare in Vaticano? È possibile che questa domanda venga posta dall’osservatore profano. Un modo per rispondere e spiegare tale apparente anomalia è quello di ricordare che la maggior parte dei Governi ha una missione diplomatica accreditata presso la Santa Sede. Il loro compito ordinario consiste sostanzialmente in un lavoro d’intelligence in senso “normale”, ovvero nel fornire ai rispettivi Governi, con cognizione di causa, rapporti attendibili e sicuri, relativi alle questioni che interessano i rispettivi Paesi. A volte, specialmente in tempo di guerra, la situazione critica e il bisogno di informazioni vanno oltre le legittime possibilità dell’ambasciatore. A questo punto entrano in scena i servizi segreti con i loro metodi clandestini. Il famoso detto di Clausewitz sulla guerra potrebbe essere riadattato così: “L’intelligence è il proseguimento della diplomazia con altri mezzi”. Lo stesso ambasciatore, agli albori della diplomazia, era considerato niente più che una “spia”. Questa professione è poi diventata uno strumento rispettato e riconosciuto della società internazionale. È possibile che anche per l’intelligence si stia avviando lo stesso processo di legittimazione?

Nell’ambito dell’intelligence mondiale il Vaticano, e quindi la Santa Sede, occupa un posto molto piccolo. Questo non rappresenta comunque una consolazione per il Papa, che vede i suoi affari confidenziali esposti agli occhi di estranei e i suoi intimi disegni frustrati perché venuti a conoscenza dei suoi nemici. Nell’esperienza storica della Santa Sede è possibile individuare quattro aree e situazioni particolari di cui oggi si conoscono i dettagli. Esse riguardano: 1) l’Italia durante la questione romana (1870-1929) e sotto il fascismo; 2) la Germania nazionalsocialista; 3) l’Unione Sovietica; 4) gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.

4. La Santa Sede e l’Italia prima della seconda guerra mondiale

Con una clausola segreta all’interno dell’articolo 15 del Trattato di Londra, stipulato nell’aprile del 1915, la monarchia italiana era riuscita a ottenere dalla Gran Bretagna, dalla Francia e dalla Russia zarista la promessa che la Santa Sede non sarebbe stata ammessa a partecipare a una eventuale conferenza di pace. Una simile eccessiva preoccupazione tradiva il nervosismo esistente nelle alte sfere della politica italiana. Non c’è da meravigliarsi che il Governo nutrisse forti sospetti nei confronti delle manovre di Benedetto XV e dei suoi rapporti con le potenze centrali. Il Governo in qualche modo era entrato in possesso del cifrario del Vaticano e leggeva regolarmente i messaggi del Papa.

Si tratta di un’abitudine mantenuta dal successivo regime fascista. “Noi leggiamo tutto”, disse con franchezza il ministro degli Esteri Ciano al Nunzio nel 1940. Il Governo ebbe un gran daffare con le presunte attività spionistiche di un officiale della Segreteria di Stato pontificia, mons. Rudolf von Gerlach, un bavarese che aveva continui contatti con la Germania e con l’Austria. Non fu difficile imputare alcune sconfitte militari e navali a presunte informazioni che sarebbero state passate da Gerlach. In effetti il prelato fuggì in Svizzera e non fece mai più ritorno in Vaticano.

La posizione geografica del Vaticano, situato nel cuore di Roma, rappresentava al tempo stesso un vantaggio e uno svantaggio per i servizi segreti. La Città del Vaticano era un’autentica vasca per pesci. Dopo l’ultima guerra è stata pubblicata la lista degli agenti della polizia, che ha permesso di verificare quanti uomini dell’OVRA (l’organizzazione di spionaggio del regime fascista) fossero all’opera in Vaticano. Uno di esse altri non era che il capo degli stessi servizi vaticani di sicurezza. Con il suo aiuto sarebbe stato un gioco da ragazzi per il SIM (Servizio Informazioni Militare) mandare, per esempio, propri uomini nella stanza dei cifrari della Segreteria di Stato pontificia durante la notte. Un fatto è certo: il Governo italiano era in possesso del cifrario della Santa Sede.

Gli ambasciatori dei Paesi in guerra con l’Italia (negli anni tra il 1940 e il 1944) correvano anche loro dei rischi. Infatti il SIM reclutava senza difficoltà personale tra i domestici dei diplomatici nemici. Essi erano in grado di riferire quali ospiti venivano ricevuti a colazione e anche i brani di conversazione che riuscivano a cogliere. Nel 1943, il SIM fece in modo che l’ambasciatore inglese, sir d’Arcy Osborne, prendesse al suo servizio uno dei suoi uomini in qualità di maggiordomo. Secondo le istruzioni ricevute, questi – un italiano – rubò dal suo nascondiglio tutto il materiale attinente al cifrario in possesso del diplomatico, mentre il suo padrone era uscito per portare a passeggio il cane. Poi lo consegnò a un agente del SIM che ne fotografò i contenuti. Informato (come?) che i suoi messaggi indirizzati a Londra non erano “sicuri”, Osborne rese la pariglia agli avversari, inserendo nei suoi dispacci al Ministero degli Affari Esteri affermazioni false e fuorvianti, sapendo che sarebbero state lette dagli italiani. Questi telegrammi volutamente menzogneri sono ancora conservati nel Public Record Office e rappresentano una trappola per gli storici alle prime armi, i quali troppo facilmente sono pronti ad accettare i documenti ufficiali per ciò che sembrano, senza essere consapevoli del loro background o dei trucchi usati dai servizi segreti.

5. La Santa Sede e la Germania nazista

La storia dello spionaggio nazista in Vaticano, sia prima sia durante la guerra, è insolitamente ben documentata, almeno a confronto di ciò che sappiamo dei servizi segreti di altri Paesi. I nazionalsocialisti consideravano la Chiesa cattolica, sia in Germania sia nel suo centro mondiale a Roma, un nemico (Staatsfeind) da combattere e da estirpare. Il Papa era per loro il vertice (Spitze) di quello stesso “cattolicesimo politico” che attaccavano in patria. Per i capi nazisti era indispensabile essere a conoscenza di ciò che avveniva nella Chiesa, per poterne meglio neutralizzare le mosse. Tale compito era affidato a Reinhard Heydrich, capo dell’efficientissima e temuta Reichssicherheitshauptamt (RSHA). Questo genio del male impartiva ai suoi agenti istruzioni molto particolareggiate. Una delle prede più ambite era la corrispondenza fra i vescovi e il Vaticano. Le linee di comunicazione fra Roma e il Reich dovevano essere tenute sotto controllo e, se possibile, infiltrate. Dovevano inoltre essere annotate e segnalate tutte le divergenze e le tensioni tra i vescovi, o tra i vescovi e il nunzio pontificio a Berlino, nonché tutte le personali debolezze degli uomini di Chiesa. Le relazioni quinquennali inviate dai vescovi a Roma, se potevano essere intercettate, erano particolarmente gradite. Heydrich non esitava neppure a introdurre nei Seminari giovani nazisti da lui ritenuti idonei al compito di infiltrati. Se qualche candidato veniva notato dagli uomini della Gestapo locale, questi avevano l’ordine d’informare Heydrich.

Si potrebbe dubitare che questi ordini venissero eseguiti scrupolosamente dai vari agenti di Heydrich? All’Archivio Federale sono reperibili i protocolli di numerose riunioni della Conferenza Episcopale a Fulda. È quindi evidente che il pensiero dei vescovi tedeschi veniva rivelato alla polizia segreta, che così poteva individuare i punti forti e deboli della loro tattica difensiva. Come potevano queste disastrose informazioni cadere nelle mani di Reinhard Heydrich? Certamente non per circostanze fortuite.

La situazione a Roma, dal punto di vista dell’intelligence, non era favorevole al Reich. Le persecuzioni volute da Hitler in Germania contro la Chiesa gli avevano alienato la maggior parte del clero tedesco. Gli studenti erano stati richiamati sotto le armi, ma rimanevano tuttavia inevitabilmente persone più anziane, dai sentimenti nazionalistici particolarmente forti. Per alcuni di loro Hitler era solo un fenomeno passeggero, che sarebbe stato soppiantato presto da un altro regime, magari proprio dal ritorno degli Hohenzollern, dei Wittelsbach o degli Asburgo. Tra questi “nostalgici”, come è risaputo, c’era il vescovo austriaco Alois Hudal, soprannominato “il vescovo bruno”, che non faceva mistero del suo desiderio di essere il fautore della riconciliazione fra la Chiesa cattolica e il nazionalsocialismo. Dopo la guerra, il vescovo Hudal (che non aveva altra posizione ufficiale in Vaticano se non quella di consultatore di una delle Congregazioni) venne interrogato dal controspionaggio britannico, senza che però venisse preso alcun provvedimento nei suoi confronti. Qualcuno ha sostenuto che il vescovo Hudal fosse “vicino” a Pio XII: in realtà, Hudal rappresentava il rischio numero 1 per la sicurezza vaticana. Una lettera di presentazione scritta da lui in favore di un visitatore tedesco era sufficiente per far scattare segnali di allarme. E ancora, nel 1942 la sua richiesta di un’udienza privata dal Papa venne respinta. Egli non incontrò mai il Papa né durante la guerra né dopo.

Berlino, forse proprio a causa della mancanza di informatori validi vicini alla Curia vaticana, fece ricorso alla tattica di inviare infiltrati da fuori Italia. Negli schedari della RSHA, reperiti nell’ex Ministero degli Esteri, sono stati ritrovati i rapporti di numerose incursioni da parte dell’intelligence. Negli anni della guerra l’intelligence nazista a Roma era principalmente nelle mani del tenente colonnello delle SS, Herbert Kappler, l’attaché di polizia di Himmler nell’ambasciata del Reich in Italia. Anche se il suo incarico ufficiale consisteva nella sorveglianza dei circoli degli emigrati, in realtà la sua missione era di ben più vasta portata. Kappler creò una rete di informatori per gli affari del Vaticano. Essa includeva anche alcuni ecclesiastici, che speriamo non fossero consapevoli di far parte di un sinistro apparato di spionaggio, il quale aveva come fine la distruzione del Vaticano.

È sottinteso che il controllo esercitato dai nazisti si estendeva anche alle missioni diplomatiche pontificie (nunziature) specialmente a quella che si trovava a Berlino. A parte le intercettazioni telefoniche messe in atto dal famoso “servizio” di Goering (Forschngsamt des Luftfahrtsministeriums), un poliziotto era appostato regolarmente di fronte alla nunziatura berlinese, sempre a una certa distanza, in modo da non fornire l’occasione per una protesta diplomatica. In tal modo era possibile controllare chi entrava e chi usciva dall’edificio sulla Rauchstrasse. Se lo riteneva opportuno, il poliziotto poteva anche operare un fermo per l’identificazione. Poiché i vescovi della Polonia occupata comunicavano con la Santa Sede tramite la nunziatura di Berlino, il pericolo che questi traffici (proibiti) con Roma potessero essere scoperti era indubbiamente reale.

Per una valutazione dell’effettiva situazione alla nunziatura berlinese, ricordiamo l’esempio di un uomo delle SS, Hurt Gerstein, testimone dello sterminio degli ebrei a Belzec. Il portiere della nunziatura di Berlino gli impedì l’ingresso, in quanto avrebbe potuto esser un agente provocatore. Più tardi, Gerstein riferì questo particolare: dopo aver lasciato la nunziatura, era stato seguito da un poliziotto in bicicletta. Gli fu permesso di continuare, ma la giovane SS dichiarò di essere stato pronto a prendere la sua pistola e a spararsi. Perché un uomo delle SS non avrebbe dovuto essere al corrente o avere dei sospetti sul fatto che la nunziatura pontificia era sotto la “protezione” della Gestapo?

6. La Santa Sede e l’Unione Sovietica

La parola “talpa” appare spesso negli scritti contemporanei sull’intelligence. L’immagine designa un infiltrato particolarmente pericoloso, non una spia occasionale, che riesce a “farsi una tana” in qualche posto di grande importanza strategica. È possibile che Mosca avesse una talpa in Vaticano prima, durante o dopo la seconda guerra mondiale? Il caso di Alessandro Kurtna può essere di aiuto per rispondere a questa domanda.

Dopo il 1945 alcuni giornali e persino alcune opere di fiction riportano notizie, molto romanzate e non confermate, relative ad alcuni giovani sovietici, membri del KGB, i quali, travestiti da uomini di Dio, sarebbero entrati in Seminario, proseguendo fino a diventare alti prelati della Chiesa cattolica, persino in Vaticano. Sulla falsariga di una storia così avvincente, alcuni romanzieri ricamarono una serie di dettagli sensazionali. Ma esisteva davvero un nucleo di verità alla base di questi voli di fantasia? Perché no? Una spia è una spia e una talpa è una talpa. Un fatto del genere avrebbe potuto verificarsi nell’ambiente tranquillo del Vaticano come in qualunque altro luogo. I sovietici erano maestri nel creare false identità.

Sulla scena romana vi fu almeno una persona che può aver fornito lo spunto alla nascita di questa leggenda. Si trattava appunto di Kurtna, un estone di madre russa, che giunse nella città eterna alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Ma il suo piano si arenò a metà strada. Kurtna, conosciuto anche come Kurson, negli anni Trenta si convertì al cattolicesimo e fece in modo di venire ammesso nel Collegio russo (Russicum) di Roma con la speranza di entrare nella Compagnia di Gesù. Ma dopo un paio di anni gli venne comunicato che non risultava avere la vocazione al sacerdozio e abbandonò Roma e continuò a lavorare sulla storia dei rapporti tra Santa Sede e Paesi baltici. Quando, nel 1940, il suo Paese venne invaso dai sovietici, egli si recò a Mosca, dove ottenne una borsa di studio per continuare i suoi studi. Più tardi, quando il suo Paese venne nuovamente invaso – questa volta dalle armate del Reich – Kurtna, con meraviglia di tutti, ottenne il permesso per ritornare in Estonia e per spostarsi liberamente in quella zona, all’epoca sotto l’occupazione tedesca, recandosi in visita da amici ecclesiastici. Nel frattempo la polizia italiana lo aveva schedato come spia dei sovietici ed egli venne arrestato al suo rientro in Italia.

Dopo aver languito per molti mesi nel carcere di Regina Coeli, Kurtna venne rilasciato dopo l’8 settembre 1943 e gli fu chiesto di firmare una garanzia per lavorare con Kappler. Da quel momento, i rapporti di Kappler a Berlino furono letteralmente infarciti di informazioni sugli affari del Vaticano. Una coincidenza senza dubbio significativa. Grazie alla sua buona conoscenza del russo e di altre lingue dell’Europa orientale Kurtna, attraverso le sue amicizie fra gli ecclesiastici, trovò un lavoro saltuario presso la Congregazione vaticana per le Chiese orientali, presso l’Ufficio informazioni del Vaticano e presso la Radio Vaticana. In tal modo egli si trovava in una posizione che gli permetteva di venire direttamente a conoscenza delle notizie che giungevano a Roma dall’Europa Orientale.

Certo è che Alessandro Kurtna non venne mai ordinato sacerdote né indosso l’abito talare dopo il suo allontanamento dal Russicum. Al massimo Kurtna fu “una talpa mancata”. Alla fine del 1944 egli venne di nuovo arrestato da quegli stessi carabinieri che lo avevano preso nel 1942 e che ora collaboravano con gli americani. Fu quindi interrogato dai membri della S-Force, l’unità congiunta di controspionaggio angloamericana, nota come CSDIC (Combined Services Direct Interrogation Centre), dai cui rapporti sono tratti molti dei dettagli qui riportati.

Ma i documenti del CSDIC non fanno cenno all’ultima parte della storia di Kurtna. Egli venne rilasciato dagli Alleati e un giorno, mentre camminava per via Cola di Rienzo, dove abitava, venne fermato da un forestiero con un giornale in mano. L’uomo gli chiese se conosceva il russo e se poteva aiutarlo a tradurre qualcosa dal giornale che aveva con sé. Kurtna si chinò cortesemente per leggere e, proprio in quel momento, venne colpito violentemente alla nuca, caricato su un’automobile e condotto a Napoli. Qui venne imbarcato su una nave sovietica e andò a finire a Norilsk, in Siberia, nel circolo polare artico. Come è noto, in quei giorni Stalin premiava anche i suoi agenti occidentali più efficienti e fedeli con l’arresto e l’esilio in Siberia. Per ironia della sorte, l’esilio di Kurtna è la prova più certa che egli in realtà era veramente una talpa (mancata?).

7. I rapporti fra Santa Sede e Gran Bretagna e USA

Che interesse aveva il Vaticano per i servizi segreti britannici e americani, soprattutto durante la seconda guerra mondiale? La prima risposta che si può dare a questa domanda è ricordare che nella Città del Vaticano vivevano, protetti dalla neutralità del luogo, gli ambasciatori e gli incaricati di affari di Stati nemici. Primo fra tutti, l’ambasciatore del Reich tedesco, Ernst von Weizsäcker, risiedeva in Vaticano insieme ai suoi collaboratori e impiegati, in contatto diretto con Berlino. Tra i residenti c’era inoltre il delegato speciale giapponese, Ken Harada, che aveva lo stesso contatto diretto con Tokyo. Cosa riferivano ai rispettivi Governi e quali istruzioni ricevevano? Una situazione del genere era un aperto invito alle intercettazioni da parte degli Alleati. Sin dai primi giorni dell’occupazione alleata di Roma, nel giugno 1944, le forze britanniche installarono un posto di ascolto proprio di fronte all’abitazione dell’ambasciatore Weizsäcker in Vaticano. La loro posizione, a pochi metri di distanza sulla via Aurelia, rendeva il compito dell’intercettazione molto semplice. Il controspionaggio britannico era già in possesso dei segnali di chiamata dell’ambasciata, frutto di precedenti intercettazioni del trasmettitore del Ministero degli Esteri di Berlino. Nelle settimane seguenti giunse da Berlino un certo numero di segnali e un giorno, nel febbraio 1945, venne captato un lungo messaggio relativo al piano di pace del ministro degli Esteri, von Ribbentrop. Weizsäcker lo sottopose all’attenzione del Segretario di Stato pontificio. Fu questa l’ultima offerta di pace da parte del Reich, che però non approdò a nulla.

Il controllo esercitato sulle attività del diplomatico giapponese fu di diverso genere. Come è noto, gli americani decifrarono ben presto il codice giapponese. I dispacci diplomatici, compresi quelli da e per Ken Harada, furono intercettati in gran numero. Questi cablogrammi sono oggi conservati nella sezione Magic dell’Archivio Nazionale di Washington e comprendono i messaggi che Ken Harada inviava a Tokyo facendo riferimento ai sondaggi sulla pace del sopracitato Martin Quigley.

La vera storia dell’intelligence – sia in Vaticano sia altrove – non sarebbe completa senza la storia dei suoi fallimenti e delle sue umiliazioni. Dopotutto, di chi ci si può fidare in questo gioco delle parti? Più la fonte delle informazioni è segreta, più è difficile verificarne autenticità e attendibilità. Gli agenti che fanno il doppio gioco e i semplici informatori sono lo spauracchio degli operatori dell’intelligence. Prendiamo ad esempio la mortificazione che subì James Jesus Angleton, capo dell’OSS a Roma dal 1944. A un certo punto del suo compito di vigilanza del Vaticano, Angleton individuò un italiano che passava ai giornalisti americani presunti dispacci arrivati in Vaticano, che sarebbero stati inviati dal Giappone.

Esisteva dunque la possibilità che i messaggi del Papa potessero essere acquistati? Angleton agì rapidamente in modo da assicurarsi l’esclusiva di questa grande scoperta. Erano gli anni in cui le informazioni provenienti dal Giappone erano particolarmente ambite. La fonte misteriosa fu ben felice di ottemperare alle richieste del suo cliente. Il risultato fu un voluminosissimo incartamento di “dispacci” indirizzati al Vaticano, riguardanti avvenimenti di ogni genere, comprese informazioni militari. A Washington, Angleton venne considerato un maestro. I suoi “documenti” vennero inviati al presidente Roosevelt, caldamente raccomandati dal generale Donovan. La bomba esplose dopo alcuni mesi. Tutti quei “preziosi” documenti erano frutto della sbrigativa fantasia di un giornalista italiano di nome Virgilio Scattolini. A poco a poco, ma con un incredibile ritardo, i destinatari di quegli incartamenti si resero conto di aver ricevuto del materiale chiaramente falso e inattendibile. I documenti di Scattolini,

scoperti negli archivi dell’OSS e ora resi pubblici, riempiono una capiente valigia. Scattolini veniva ben remunerato per i suoi sforzi e non poteva abbandonare un attimo la macchina da scrivere. In seguito egli ingannò in modo similare la stampa italiana, i politici e gi uomini di affari, così ansiosi di avere informazioni “segrete” sul Vaticano da non preoccuparsi affatto di verificare la loro attendibilità.

Angleton poi, anche dopo la scoperta dell’inganno perpetrato ai suoi danni, continuò il suo servizio con il pretesto di occuparsi del controspionaggio. È possibile che anche i russi avessero avuto le stesse informazioni? Il capo dell’OSS di Roma fece in seguito una brillante carriera nella CIA come direttore del controspionaggio. Indubbiamente l’esperienza romana gli aveva insegnato molte cose.

8. Conclusione

Abbiamo suggerito prima che esiste un’analogia fra intelligence e la diplomazia tradizionale. La storia dello spionaggio in Vaticano tende a confermare questa tesi. Esiste solo una differenza di mezzi e di metodi. Ma l’intelligence non si limita a raccogliere passivamente informazioni più o meno attendibili, essa ha anche il ruolo di facilitare i negoziati difficili. Nel 1939 e negli anni seguenti, il servizio segreto tedesco, l’Abwehr, diretto dall’ammiraglio Canaris, cercò di negoziare la pace attraverso contatti con Pio XII, senza informare Hitler. Nel 1945, la seconda guerra mondiale si concluse grazie all’opera dell’OSS di Allen Dulles in Svizzera. Non deve quindi sorprendere che i servizi segreti estendessero automaticamente i loro “tentacoli” anche sulla Santa Sede, soprattutto in tempo di guerra. I Paesi neutrali erano il crocevia di questo traffico. Dovremmo quindi rimanere perplessi o sorpresi di fronte al fatto che la sede di una religione mondiale, con profonde radici e tradizioni in ogni angolo del mondo conosciuto, attragga anche l’attenzione delle organizzazioni d’intelligence?

 

(*) Pubblicato su “La Civiltà Cattolica” 1991, IV, 350-361

(1) M.S. QUIGLEY, Pace without Hiroshima. Secret Action at the Vatican in the Spring of 1945, Madison Books, London 1991.

(2) Cfr. R. A. GRAHAM, “Contatti di pace fra americani e giapponesi in Vaticano nel 1945″, in Civ. Catt. 1971 II 31-42.

(3) J. LOFTUS – M. AARONS, Ratlines. How the Vatican’s Networks betrayed Western Intelligence to the Soviets, Heineman, London 1991.

Storie d’altri tempi. Apparentemente.

Oreste Grani