Se l’uomo saprà utilizzarla con spirito creativo, la macchina sarà …

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Se l’uomo saprà utilizzarla con spirito creativo, la macchina sarà il servo e il liberatore dell’umanità.

Frank Lloyd Wright

Quanto avete potuto leggere nel post I MOTORI DELL’IMPEGNO A VANTAGGIO DELLA COLLETTIVITÀ è la presentazione della “prima tripletta genetica” che ho scelto per descrivere (questa scelta di trasparenza e di facile leggibilità di chi siamo e cosa ci prefiggiamo ambiziosamente di fare la ritengo necessaria in tempi sempre più oscuri) il patrimonio di esperienza professionale che, negli anni, eredità dopo eredità, lasciato dopo lascito, sperimentazione dopo sperimentazione si è accumulato nella giberna della costituenda associazione “Manebimus – Progettare l’Invisibile“.

La sequenza delle “triplette” (ad oggi sono numerose) che si svilupperà nei prossimi giorni tende a portare in piena luce le abilità consolidate nell’organismo in divenire ma, soprattutto, per chi ha occhi per vedere, spero evidenzi le potenzialità che potrebbero emergere dal contenitore organizzato per essere, in realtà, un coworking in attività costante.

Manebimus – Progettare l’Invisibile nasce nel momento in cui la Repubblica vive ore difficili. Questo momento complesso la comunità nazionale l’affronta inoltre in un contesto internazionale certamente drammatico per forma e per mancanza assoluta di riferimenti valoriali. Ci sono pochi punti fermi in cielo e all’orizzonte per quel che ci è dato di vedere. E come si sa la navigazione “in politica” è particolarmente pericolosa senza stelle, polari o meno che siano.

In un Paese che scopre da un minuto all’altro cose tipo l’ILVA, l’Alitalia, il Sud in recessione, l’odio antisemita, la Libia in guerra o che la raccolta differenziata a Roma nessuno sa cosa sia, che a Bologna si insedi il supercalcolatore EURO HCP lo ritengo un miracolo. E come i miracoli vanno saputi sfruttare nella loro funzione taumaturgica, anche l’EURO HCP deve diventare un’opportunità strategica per il Paese allo sbando. Spero nella mia ingenuità ottimistica l’elemento di provocazione a rimettersi a fare cose serie. Vi lascio, per metterli alla base di un futuro ragionamento reticolare che proverò a sviluppare, due articoli che mi hanno colpito e che ho ritenuto di memorizzare in stretto rapporto tra di loro.

Il primo è comparso nel n° 2 del 2016 di GNOSIS – Rivista Italiana di Intelligence (a riprova che l’AISI non è solo gente come il dipendente infedele Francesco Loreto Sarcina al soldo degli avvocati Amara e Calafiore o dell’imprenditore Ezio Bigotti) a firma di Luciano Lenzini, per anni professore ordinario di Fisica a Pisa, certamente tra i promotori della nascita e diffusione della Rete Internet in Italia e il secondo dedicato all’EURO HCP che, come ho anticipato, si insedia a Bologna ben dotato di un budget una volta tanto congruo. Il pezzo giornalistico è comparso l’11 giugno 2019 sulla testata ufficiale dell’UNIBO e contiene un dato che mi ha catturato: la super macchina viaggia a velocità di difficile comprensione se è vero che la sua capacità di calcolo è di 150 petaflop, ovvero 150 milioni di miliardi di calcoli al secondo!!!

Vedo un legame stretto tra i due scritti (e ciò che è implicito) a prescindere dalla consapevolezza dei due responsabili delle testate. Leggete e nel farlo ci faciliterete il compito dello spiegare ciò che stiamo facendo.

Oreste Grani /Leo Rugens

P.S.

Nel testo non ho scelto a caso, come esempio di dipendente infedele dell’AISI, Francesco Loreto Sarcina che oltre a farsi corrompere dai noti criminali Amara, Calafiore, Bigotti teneva in custodia (come si può scrivere di questa attività fiduciaria senza incorrere nei rigori della legge?) un passaporto falso (si può lecitamente definire falso un passaporto falso?) intestato a tale Rodrigo Martinez ma recante la foto del cittadino Aurelio Voarino quello che, per intendersi, si sente diffamato dal sottoscritto perché gli chiede conto, da anni, di fatti paradossali (e inquietanti) come quello (o altri) che ho appena riferito. Ma questo, direte, è un altro discorso. O lo stesso, come sostengo io?

 

 


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Perché Internet in Italia nacque al CNUCE

PREMESSA

Per la prima volta in Italia, il 30 aprile 2016 è stato ricordato a Pisa il trentesimo compleanno dell’attivazione del primo nodo italiano di internet. Ai festeggiamenti celebrativi, denominati Italian Internet Day, hanno preso parte numerose istituzioni e scuole italiane dell’intero territorio nazionale. Il baricentro degli eventi è stato il Cnr di Pisa, dove sono stati illustrati eventi che sembravano ormai dimenticati e che affondano le loro radici nel lontano 1970. Di quanto accaduto, approfondito e allineato con cura nel tempo, è stata ricavata una storia di successo, fissata in un docufilm, Login. Il giorno in cui l’Italia scoprì Internet, scritto da Riccardo Luna e diretto da Alice Tomassini.
L’inserimento dell’Italia in internet mi vede coinvolto in prima persona e, al di là dell’enfasi, talvolta forse eccessiva con cui se ne è parlato, credo che la verità storica sull’installazione del primo nodo di internet in Italia faccia emergere essenzialmente due aspetti: l’imponente lavoro svolto nel corso degli anni da un gruppo di ricercatori del Centro nazionale universitario di Calcolo elettronico (Cnuce); l’enorme valenza culturale e strategica di questa avventura per il nostro Paese.
Per quanto mi riguarda personalmente, le tappe del cammino richiamato dall’Italian Internet Day non hanno avuto inizio il 30 aprile 1986 bensì nel 1970, e hanno marcato un’impronta indelebile a tutta la mia vita professionale e alla mia impostazione culturale. Avevo 26 anni, mi ero laureato l’anno precedente in Fisica a all’Università di Pisa e mi ero appena ‘convertito’ all’informatica entrando al Cnuce. È lì che fu deciso di ‘inviarmi’ nel 1973 al Centro scientifico Ibm di Cambridge (Massachusetts, Usa) per perfezionare le mie conoscenze sul networking, tematica su cui ho impostato e sviluppato tutta la mia attività scientifica, prima come responsabile del reparto Networking del Cnuce e, successivamente, come docente del Dipartimento di Ingegneria dell’informazione dell’Università di Pisa.

DA ARPANET A INTERNET

I primi quattro Interface Message Processor (IMPs) della prima rete di computer, denominata Arpanet, furono installati nell’autunno del 1969. Arpanet fu gestita dall’Advanced Research Project Agency (Arpa), fondata il 7 febbraio del 1958 dal governo Usa, alla quale fu conferito il mandato di sovrintendere progetti scientificamente e tecnologicamente avanzati proposti dal ministero della Difesa statunitense. Da quel momento in poi Arpanet crebbe velocemente e verso la metà degli anni 70 collegava un gran numero di università e centri di ricerca americani. Parallelamente si svilupparono altre reti su tecnologie trasmissive radio e satellitari. Si pensi, ad esempio, ad Aloha network, che collegava via radio gli utenti dell’arcipelago delle Hawaii, oppure a Satnet che, utilizzando la tecnologia satellitare, connetteva vari nodi Usa. Queste reti, e altre ancora, essendo state progettate da gruppi diversi, implementavano protocolli di comunicazione tra loro incompatibili, con il risultato che due elaboratori, collegati a reti distinte, non erano in grado di comunicare. Si pose perciò il problema di superare l’ostacolo. Vennero formulate tante proposte e, su tutte, vinse quella basata sul famosissimo Transmission Control Protocol/Internet Protocol (Tcp/Ip) di Vinton Cerf e Robert Kahn, descritta in un lavoro del 1974. Il 16 febbraio del 2005, per il loro lavoro visionario sul Tcp/Ip, Cerf e Kahn furono insigniti del Turing Award, considerato il premio Nobel per l’informatica.

I PRIMI PASSI IN ITALIA: RPCNET

Il mondo scientifico italiano aveva seguito gli sviluppi di Arpanet fin dalla sua nascita. A Pisa, il rettore dell’Università, Alessandro Faedo, e il direttore del Cnuce, Guido Torrigiani, intravidero in una rete del tipo Arpanet un’opportunità di grande sviluppo non solo per svolgere studi e ricerche in un settore scientifico allora di frontiera, ma anche per valutare l’impatto che tale tecnologia avrebbe avuto nel modo di erogare servizio di calcolo scientifico da parte dei centri di calcolo nazionali universitari e del Cnr. Per concretizzare questa prospettiva, nel 1971 il Cnuce iniziò a impostare le basi del progetto Rete di Elaboratori (Reel) tra un certo numero di centri di calcolo italiani e il Centro scientifico Ibm di Pisa, con l’obiettivo di progettare e implementare una rete di computer, analoga ad Arpanet, denominata Reel Project Computer Network (Rpcnet). Alla fine del 1976 il software Rpcnet era già funzionante sui sistemi operativi VM/370 e OS/VS installati sugli elaboratori Ibm Sytem/370 di cui erano dotati i partner del progetto Reel. Il minicalcolatore Ibm System/7 (con il ruolo di front end processor), disponibile presso alcuni centri di calcolo, svolgeva anche il ruolo di concentratore di terminali. Tra il 1976 e il 1978 il software Rpcnet fu reso più affidabile e arricchito di strumenti, sia per la misura del traffico tra i nodi della rete sia per la raccolta di altri dati statistici. Nel 1978 la Commissione generale per l’informatica del Cnr, presieduta da Giuseppe Biorci, decise di sperimentare Rpcnet tra una decina di centri di calcolo del Consiglio nazionale delle ricerche e dell’università, che si estendevano da Palermo a Milano, per attuare la propria politica nazionale di calcolo. Le applicazioni di file transfer, accesso remoto dei terminali interattivi e di messaggistica, furono usate in modo sempre più significativo dagli utenti Rpcnet, come evidenziarono le misure di traffico raccolte in quel periodo.
Altri obiettivi di primaria importanza conseguiti durante l’esperimento furono, ad esempio, il test di talune strutture organizzative e la razionalizzazione della distribuzione del software applicativo nei vari centri di calcolo di Rpcnet. L’esperimento, ultimato nel 1984, contribuì indubbiamente a creare una cultura di networking tra gli utenti e i gestori del calcolo in ambito Cnr e universitario e, quindi, a preparare il terreno che avrebbe, a distanza di qualche anno, facilitato il passaggio alla rete internet.

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IL PROGETTO OSIRIDE

La rete Rpcnet funzionò benissimo e l’esperimento del collegamento dei vari centri, che riscosse grande successo, continuò fino al 1984. Fu però subito evidente l’esigenza di aprire Rpcnet a tutti i costruttori e non solo all’Ibm. Così, nel 1978 proposi il progetto Osi su Rete Italiana Dati Eterogenea (Osiride). Tale progetto era basato sull’architettura Open Systems Interconnection (Osi) dell’International Standards Organization (Iso) che, in quel periodo, era l’alternativa a internet e che sembrava potersi affermare a livello mondiale. Vi aderirono i costruttori Bull, Digital, Hewlett-Packard, Ibm, Olivetti e Unisys che disponevano di elaboratori presso i centri di calcolo Cnr e universitari. Oltre ai sei costruttori si associarono al progetto anche la società Tecsiel del gruppo Iri-Finsiel (diretta in quel periodo da Gianfranco Capriz, ex direttore del Cnuce) e la Sip. Tecsiel, presente a Pisa con una filiale di 150 dipendenti (prevalentemente laureati), era specializzata nello sviluppo di protocolli di rete, mentre la Sip aveva la responsabilità di gestire Itapac, la rete pubblica nazionale per dati.
Oggi la scelta Osi può sembrare a dir poco ‘stravagante’, visto il peso di internet ma, in quel periodo, vi erano segnali molto forti che essa sarebbe diventata l’architettura adottata da tutti i costruttori di computer. Un documento dell’epoca illustra come Darpa (a un certo punto Arpa cambiò nome e diventò Defence Arpa) avesse valutato un piano per far migrare internet verso l’architettura Osi. Se ciò fosse accaduto, per l’Italia sarebbe stata una storia completamente diversa: in quel caso, il progetto Osiride ci avrebbe catapultati, a livello mondiale, nel gruppetto dei primi ad avere una rete aderente allo standard Osi. Ne è testimonianza il fatto che la Cooperation for Open Systems International, la più grande organizzazione mondiale Osi, costituita da tutti i costruttori di elaboratori, inserì Osiride nel novero dei sei progetti Osi più interessanti a livello mondiale. Perché ha vinto internet e non Osi? La risposta non è univoca. Ci sono tante interpretazioni, più o meno di parte, che sarebbe interessante analizzare.

IL PROGETTO STELLA

In Europa la progettazione, realizzazione e sperimentazione della prima rete a pacchetto via satellite, denominata Satellite Transmission Experiment Linking LAboratories (Stella), ebbero inizio nel 1978, su richiesta e con il finanziamento dei fisici delle alte energie, che in quel periodo effettuavano esperimenti sulle particelle elementari al Cern di Ginevra. Le motivazioni che favorirono la nascita e lo sviluppo di Stella risiedono nella natura stessa degli esperimenti svolti dai fisici con l’acceleratore di particelle del Cern. Tali test, di norma, comportano la raccolta di enormi quantità di dati generati al Cern durante l’esecuzione di questi esperimenti, poi elaborati da gruppi di fisici dislocati in vari Paesi europei; l’assenza di un servizio di trasmissione dati ad altissima velocità tra il Cern e tali laboratori complicava notevolmente l’elaborazione dei dati sperimentali. A quel tempo, i dati prodotti al Cern venivano memorizzati su nastri magnetici e successivamente trasferiti nei singoli laboratori nazionali utilizzando metodi di trasporto convenzionali (macchina, treno, aereo ecc.). Il Cern, pertanto, si mostrò fortemente interessato alla proposta dell’Esa di utilizzare l’Orbital Test Satellite (Ots) per implementare un servizio dati ad alta velocità (2 Mbps) tra lo stesso Cern e i laboratori di cinque istituzioni di ricerca: l’Infn (Pisa e Frascati) in Italia; il laboratorio di Rutherford (Rl) in Inghilterra; il laboratorio di Desy, in Germania; l’University College (Uc) of Dublin, in Irlanda; la Technical University (Tu) of Graz, in Austria. Nel 1978 esse formalizzarono, assieme al Cern e all’Esa, la loro adesione al progetto Stella, nell’ambito del quale si formarono tre gruppi distinti ma in costante collaborazione: Esa, Uc Dublin e Tu Graz, che focalizzava l’attività di ricerca sui sistemi di antenna e di radio-frequenza oltre che sui sistemi di misura del canale satellitare; Cern, Cnuce e Rl, dedicati alla progettazione e allo sviluppo dell’architettura, dei protocolli e dell’hardware della rete packet switching via satellite Ots; e infine i fisici delle alte energie (in l’Italia, l’Infn) i quali giocarono, ovviamente, il ruolo di utilizzatori dei servizi posti in disponibilità. Nell’ambito del progetto Stella, l’Istituto Cnuce del Cnr assunse la leadership nella strutturazione e nello sviluppo della parte relativa al networking. In Italia la realizzazione fu possibile grazie al finanziamento dell’Infn e alla sua capacità di persuadere Telespazio a installare l’antenna Ots al Cnuce, dove si sviluppò il software per la pianificazione e la sperimentazione dei fisici italiani. Il 19 ottobre 1983 ne organizzammo una dimostrazione alla Domus Galileiana di Pisa. Parteciparono fisici da tutta Europa che poterono seguire, con entusiasmo e in tempo reale, l’evoluzione di un esperimento di fisica delle alte energie che si svolgeva, in quel momento, al Cern.

IL PROGETTO INTERNET

Nel 1979 appresi che Darpa stava estendendo la sperimentazione di internet in Europa e al programma già partecipavano la Norvegia, tramite la Telco nazionale, e il Regno Unito, tramite la University College of London (Ucl). Dopo aver verificato che anche il Cnr era interessato, scrissi una lettera a Bob Kahn, responsabile Darpa della speri-mentazione di internet in Europa, per rappresentargli che noi eravamo pronti ad assumere il ruolo di sperimentatori italiani. Mi rispose subito di sì! Saremmo così stati un ulteriore partner del programma. Gli Usa decisero di usare la rete SATellite NETwork (Satnet) per estendere la sperimentazione di internet in Europa. Ogni Nazione doveva collegarsi a internet tramite il satellite ‘Intelsat 4’, che in Italia veniva gestito da un’antenna parabolica (30 metri di diametro) situata presso la stazione di Telespazio del Fucino.
C’era molto lavoro da sostenere per diventare un nodo della rete internet. Durante una visita di Kahn al Cnuce (intorno al 1981), decisi insieme a lui la configurazione del nodo italiano: installare due apparecchiature (il Packet Satellite Processor – Psp – e il Satellite Imp – Simp) sotto l’antenna parabolica del Fucino e collegarle con una linea a 48Kbps a un mini calcolatore della Digital installato presso il Cnuce, con funzioni di gateway, ovvero di porta attraverso la quale far transitare i pacchetti internet italiani. A questo punto si trattava di mettere d’accordo contemporaneamente la Difesa italiana, la Sip, Italcable e Telespazio: il problema non era di natura tecnologica ma riguardava l’affermazione di una visione strategica per l’Italia. Ci sono voluti circa tre anni per riuscirci, ma ero giovane, avevo energia, entusiasmo e molti sogni: oggi non so se ce l’avrei fatta.
Passò quasi un anno prima che il Cnr autorizzasse l’acquisizione dell’hardware ma, purtroppo, quasi contemporaneamente arrivò una lettera da Darpa. Diceva: «Tutte le installazioni Satnet per collegarsi a internet si devono dotare di un nuovo gateway». Si trattava del mitico Butterfly della Bbn, costituito da 256 processori collegati a farfalla (da cui il nome butterfly), dal costo sicuramente molto più elevato di quello previsto, data la tecnologia impiegata. Fui preso dallo sconforto. Dovevo cambiare tutto e, soprattutto, ricominciare l’iter burocratico. Anche se avessi convinto il Cnr di Roma a erogare un ulteriore finanziamento, si rischiava che passasse un altro anno e, nel frattempo, la tecnologia sarebbe forse cambiata di nuovo. Mi dissi: «Basta, mi ritiro, anche se questa cosa l’ho iniziata io, anche se ci ho speso sei anni della mia vita, mi ritiro». Ne parlai in prima istanza con il direttore di allora, Stefano Trumpy il quale, come il predecessore Gianfranco Capriz, mi aveva sempre sostenuto sin dall’inizio del suo mandato (1983). Fu così che, invece di inviare un messaggio per comunicare la mia decisione, ritenni preferibile informare personalmente i membri dell’International Cooperation Board (Icb), ovvero il gruppo che pianificava le attività di internet in Europa, con i cui membri avevo instaurato relazioni amichevoli. Per i giorni successivi era stata convocata a Washington DC una riunione dell’Icb e fu lì che accadde un evento che ha dell’incredibile.
Quando arrivò il mio turno, intervenni con un certo imbarazzo: «L’adozione del butterfly gateway dilata troppo i tempi del progetto per cui non me la sento di andare avanti». Alle mie parole seguì un lungo silenzio. Bob Kahn anticipò il coffee break e vidi che discuteva con Vint Cerf. Alla ripresa della riunione, Bob si rivolse a me dicendo: «Luciano, noi vogliamo che il Cnuce ci sia, il Butterfly lo finanzia Darpa». Ero felice, internet sarebbe arrivata in Italia anche se erano trascorsi anni per superare i diversi ostacoli burocratici.
In parallelo a questa mia attività, verso il 1985, Blasco Bonito e Marco Sommani cominciarono ad adattare il software dello stack protocollare del Tcp/Ip, implementato dai ricercatori Usa, alle specificità degli host del Cnuce. Bonito e Sommani dovettero risolvere parecchi problemi prima di ottenere un software funzionante. Insomma, non fu un’operazione plug and play!
Tutte queste vicende coinvolgevano soltanto il gruppo che lavorava al progetto. Ricordo che quando qualche giorno dopo il collegamento scrissi una lettera al Presidente del Cnr per informarlo dell’accaduto, non ebbi nessuna risposta. La cosa non mi meravigliò affatto, sia perché un ente complesso come il Cnr gestisce molti progetti in settori diversi della ricerca sia perché internet era ‘soltanto’ uno di questi.
A livello stampa fu poi un vero disastro! Nonostante fosse stato emesso un comunicato, nessun quotidiano riprese e commentò la notizia. Seguì un ‘silenzio radio’ durato trent’anni, interrotto il 26 maggio 2006 dall’università di Pisa che, su mia proposta, conferì a Vint Cerf e a Bob Kahn la laurea honoris causa in Ingegneria informatica.

CONCLUSIONI

Anche se il nodo italiano diventò operativo solo il 30 aprile 1986, per me la partita era già stata vinta quando il Butterfly era arrivato in Italia. Convincere la dogana a far passare quel computer finanziato da Darpa non fu facile, ma ci riuscimmo. Mettere su il primo nodo internet in Italia è stata un’impresa titanica, oggi posso affermarlo. Ci eravamo prefissi lo scopo che l’Italia facesse parte di internet. Questo contava, e ce l’abbiamo fatta!

Luciano Lenzini


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