Proviamo a cogliere l’opportunità e mettiamo i servizi sotto il controllo del Quirinale 

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E voi grovigli bituminosi così descritti non provvedereste a metterli, almeno per sette anni, sotto il controllo ferreo del Capo dello Stato o di un suo stretto collaboratore?

Non vi accorgete che i racconti risentono sempre dello stesso problema, cioè della caducità dei governi e della subalternità al Presidente del Consiglio delle strutture a cui è affidata la sicurezza dello Stato? Questo c’è sullo sfondo che condiziona l’ambiente che dovrebbe essere regolato da criteri di assoluta meritocrazia e invece e la fiera del lecchinaggio a chi potrà essere decisivo per la propria carriera. Quando ha fatto irruzione il M5S (marzo 2013) con i bravi ragazzi Angelo Tofalo, Bruno Crimi, Felice Marton abbiamo sperato che qualcosa cambiasse nel ganglio vitale della sicurezza dello Stato. Niente di nuovo se non passando il tempo e a giudicare dai risultati, perfino qualche peggioramento.

In più, in una complessità quale è quella data dalla infosfera che ormai avvolge tutto e tutti, le istituzioni repubblicane (e gli uomini che le incarnano) risultano, in presenza di questi guazzabugli, ad alto rischio reputazionale.

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Come ho avuto modo di scrivere altre volte, la stessa Unione Europea ha inserito la fiducia nelle istituzioni (e quindi, in sostanza, la reputazione delle stesse) tra i criteri di valutazione della criticità di una infrastruttura critica.

E non vogliamo considerare le Agenzie di Intelligence  (AISI ed AISE e il loro luogo di coordinamento DIS) una infrastruttura critica? Direi che siamo ai vertici della problematica.

Dice l’ingegnere Luisa Franchina (chi sa di me sa che ho un debole per le donne ingegnere elettronico perché mi appaiono, quando hanno anche passione per le discipline umanistiche, in un qualche modo, delle Ipazia d’Alessandria) cheIl fattore reputazionale (la ‘fama’ di una persona, di un’azienda o di un’istituzione) è inscindibilmente legato alla storia del soggetto e ai pregiudizi (positivi e negativi) che ne colorano l’ombra (in modo indelebile a memoria d’uomo): pensiamo a Robin Hood e a Shylock del Mercante di Venezia. L’uno è per antonomasia ‘il buono’, l’altro un esempio di escalation della rovina a partire dalla cattiva reputazione.

Le conseguenze di una cattiva reputazione possono essere estremamente durature, tanto da portare alcuni studiosi a suggerire di ‘cavalcare’ la reputazione negativa. Non conviene, infatti, produrre beni o prodotti di alta qualità se si è «famosi per la scarsa qualità» (Regester e Larkin).

Il rischio reputazionale ha registrato un’enfasi di attenzione a causa dell’accresciuta velocità di diffusione delle notizie e in ragione del decremento di valorizzazione dell’affidabilità della fonte (internet non è affidabile in sé, tuttavia la maggior parte delle persone si affida a notizie prelevate dalla rete con motori anche massivi come Google e le sposa senza ulteriore controllo).

Cinquant’anni fa una notizia era reperibile dai libri, dalla stampa, oppure dalla comunicazione verbale (diretta o via broadcasting); editori e curatori dei palinsesti erano responsabili della scelta degli autori e delle loro referenze e gli autori si giocavano ‘la faccia’. La verifica di un autore su internet o, peggio, su Wikipedia (una sineddoche che a breve rappresenterà la ‘Treccani delle masse’) è impossibile. D’altro canto questa è la base deontologica del concetto di open-source: si condivide il proprio ‘sapere’ perdendone il diritto di attribuzione, di contro si possono diffondere notizie ‘false e tendenziose’ senza lasciare traccia. In conseguenza della ‘velocità smodata’ la perdita di reputazione non è più un evento ad alto impatto e scarsa probabilità di accadimento, ossia un cigno nero (citando Nicholas Nassim Taleb), ma un cigno bianchissimo e diffusissimo.

Da un lato, questo comporta una deriva nella percezione dei valori: si intensifica il valore di ‘appartenenza’ a schemi e gruppi dal punto di vista degli individui e si accresce, di fatto, la cura nella valutazione della propensione a determinati tipi di rischio nelle aziende. Dall’altro lato, l’opera reputazionale di aziende e individui diventa inscindibile dalla caratterizzazione che essi pongono in rete: qualunque dato immesso su internet si può ritenere pubblico, anche quando la rete dovrebbe essere un mero mezzo trasmissivo; anzi, paradossalmente, qualunque dato non protetto, presente su un computer connesso alla rete, potrebbe essere ritenuto pubblico (perché passibile di essere intercettato, letto e/o copiato). Si pensi, per tutti, al caso avviato dalle dichiarazioni di Edward Snowden nel giugno 2013.

Così Luisa Franchina.

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Crisi dopo crisi, perdita di credibilità dopo perdita di credibilità, cambio al vertice dopo cambio al vertice, come si vede non è solo un fattore di uomini e qualche donna (troppo poche) ma di criteri organizzativi e catene di comando. Abbiamo sperato che gli ingenui plagi (Intelligence Partecipata) di Tofalo e compagnia, fossero l’apripista di una vera e propria rivoluzione culturale nell’intelligence. Niente. Siamo al buio pesto. Prima vanno a casa, meglio sarà. L’ambiente ha bisogno di aria fresca e per portare ossigeno, lo dico io che non posso essere certo sospettato di tenerezze nei confronti di nessuno, basterebbe un semplice insediamento di un tavolo di riflessione, dove anche alcune “pantere grigie”, a di la della reputazione che li ha accompagnate fino ad ieri, siano libere, anche autocriticamente, di innescare un percorso virtuoso utile alla domanda sempre più diffusa e urgente di legalità, di stabilità sociale e politica, di tutela delle istituzioni repubblicane dalle minacce esterne e interne. Fallito il tentativo (ma c’è mai stato?) pentastellato di rinnovare una cultura della sicurezza nelle sue fonti, nei suoi modelli, nei suoi valori il Paese può oggi vincere la partita del suo futuro solo se rifonda, nel profondo, i suoi “servizi”. Perché loro sono l’anima della Repubblica. Una classe dirigente dei servizi può dare oggi garanzia di sé come tale (e non di servi) solo quando sappia porre a fondamento dei propri comportamenti e delle proprie scelte, i fattori della conoscenza e dell’etica, entrambi imprenscindibili proprio in quanto tra loro intimamente collegati.

E questa sarebbe la novità rivoluzionaria capace di inaugurare una prassi del tutto inedita per la nostra Italia, che potrebbe ritrovarsi, se lavorasse con dedizione e creatività a questa scelta, il punto più avanzato e di riferimento tra le nazioni civili.

Oreste Grani/Leo Rugens