Non richiesti abbassiamo la celata in difesa di Elisabetta Trenta

cavaliere

Oggi è Santa Elisabetta d’Ungheria e qualcuno ha deciso di mandare stortissimo l’onomastico alla ex Ministro della Difesa, Elisabetta (appunto) Trenta. Se conoscete la forma mentale di questo marginale e ininfluente blog, non vi sarà difficile capire perché di queste pagine (un tempo si sarebbero definite autorevolissime e lo dice uno che ha lavorato, per alcuni anni, alla Direzione Centrale del Personale del Gruppo Rizzoli – Corriere della Sera, con l’avvocato Petrelli e il rag. Cesati “contro” la Banda Bruno Tassan DinLicio Gelli) dedicate alla Trenta, me ne voglio fare una ragione.   

Mi piace infatti immaginarmi capace di presidiare il settore strategico del trattamento delle informazioni dove risultano essenziali tanto la lettura, l’interpretazione e l’anticipazione di eventi significativi di natura sociale, politica, economica e militare (è questo il caso?) ma sempre e comunque cercando le basi etiche dell’agire umano. A questo approccio aggiungo (questa è la mia pia illusione) una chiave interpretativa (le banali 5 W ed altro) che risulti efficace quale contributo alle politiche nazionali di prevenzione che la rettitudine o meno dei comportamenti non sempre determinano.

Dicono che su questo terreno sia un vero scassa palle. Basterebbe ricordare di me la determinazione che ho saputo mettere nel denunciare il “Groviglio BituminosoLink Campus, mentre gli altri tacevano.

Nei giorni che verranno, senza farmi troppo distrarre dalle altre cose complesse che sono sotto gli occhi di tutti, me ne andrò a passeggiare per provare a capire il movente di tanto epifanico accanimento contro la Trenta. Lo farò senza troppa speranza in quanto sono vecchio e stanco. Se non fossi così stanco, vecchio e povero dedicherei le ore necessarie a raccogliere dati, informazioni (che sono altro dai dati) e mi applicherei a fare sintesi attivando i collegamenti conoscitivi e avviando un’investigazione quale questo episodio merita. La ricerca della verità e dei moventi primi è fatta di un insieme di attività operative, logiche, consequenziali e interdipendenti per risolvere il problema non tanto di cosa abbia fatto o meno la Trenta ma perché ora (proprio ora?) qualcuno ha deciso che, a due mesi dall’averla scaraventata “on the road“, il focus della P. A. in dissesto è da telemirare sull’alloggio dove vivono due militari.

Peccato che sono vecchio e stanco (e anche un po’ imbranato su questo terreno) se no, forte del fatto che, da anni, sono io che denunciavo, in solitudine, le complessità della Link Campus University, mi incaponivo a scoprire cosa c’è sotto a tanto furore iconoclastico contro questa donna.  Che mi comincia a diventare simpatica.

Quello che si vuole perpetuare appare un omicidio (metaforicamente ovviamente) eseguito non solo per amore di verità.

È un omicidio da eseguire per motivi interni ad un gruppo che ha avuto, a suo tempo,  comportamenti illeciti?

È un omicidio per competizione criminale e per motivi di interesse economico legato ad elementi riconducibili ad una qualche eredità?

O voler azzerare preventivamente la Trenta corrisponde alla commissione di un altro reato?

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È quindi un omicidio che si commette per “sicurezza personale“? E qui cominciamo ad inoltrarci su un terreno metaforico affascinante se dovessimo invece trovare, un giorno lontano, il mandante di una tale lapidazione “a posteriori” cioè quando la Trenta non può più decidete un cazzo di niente! Mi è scappato il turpiloquio, e me me scuso; anche se avevo promesso al Generale C. di astenermi. Sarà che quando penso a “chi” ha cominciato a lanciare la prima pietra (contro una donna non a caso) mi incazzo e incazzandomi ringiovanisco. E questo (sentirsi giovani e utili) è movente sufficiente per farsi carico di un approfondimento che ovviamente assolve la giornalista del Corriere.   La signora Trenta, non ha certo bisogno di un paladino-difensore (oltre a tutto vecchio, sgarrupato, ininfluente e marginale quale è questo blogger) ma, man mano che batto lettere sulla tastiera (scrivendo male come so fare io), mi sa che l’ha trovato.

Man mano che scrivo (si deve “battere” sulla tastiera ed io mi emoziono ancora dopo migliaia di post) il surrene che mi è rimasto produce adrenalina sufficiente per spingermi (altro è riuscirci) ad individuare, partendo dalla matrice cronologica della ricostruzione dell’evento (intendo questo attacco mediatico) “chi” ha sussurrato alla valente giornalista. La traccia quella è perché, nella nostra Italia, quelli sono i sussurratori.

A noi.

Oreste Grani/Leo Rugens