Jacopo Iacoboni aveva ragione

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Se le pulci (fossero francesi, inglesi, maltesi o perfino sammarinesi) sapessero ridere, si scompiscerebbero dalle risate. Ma le pulci, notoriamente, si ritiene che non ridano. Ad oggi.

Materia per ridere, comunque, ce ne sarebbe. Ad esempio la rimozione assoluta che la designazione a ministro della Difesa di Elisabetta Trenta (sarebbe interessante un giorno – che spero vicino – conoscerne le modalità, per filo e per segno) è opera di Luigi Di Maio o di chi per lui. Proviamo a non confonderci: non è stata la Lega, o il Capo dello Stato a indicare la reproba con tetto consono. In questo caso non sono stati Luigi Bisignani o Giancarlo Elia Valori a candidare la docente. Quello che è “sconcertato” (come gli piace usare parole che non capisce bene nel loro significato recondito) o ci confessa, cortesemente, che altri da lui comandavano nel M5S, oppure non può cadere dal pero scoprendo che Elisabetta Trenta era docente alla Link Campus University e che quell’ateneo era un luogo complesso. O altre questioncelle di questa natura quali alloggi e foresterie. Questione etico-morale? E giù risate delle pulci di cui sopra, perché ormai tutti sanno che nel MoVimento non solo ci sono più pesi e più misure ma di etico e di morale non è rimasto nulla. Soprattutto che giri intorno a Luigi Di Maio e alla sua corte. E al suo stile di vita. Ma diciamo che oltre all’assenza di criteri di natura etico-morale, la questione che più preoccupa (parlo in un ottica di sicurezza nazionale) è l’assenza di intelligenza e di visione prospettica: nell’interesse della Repubblica non si da vita a due mesi dalla defenestrazione di un ministro della Difesa, quello a cui stiamo assistendo. Ci dovrebbero essere delle procedure “a lento rilascio” che dovrebbero proteggere l’ex di turno. E nessun politico a tempo determinato dovrebbe avere possibilità di interferire in queste prassi codificate. Anche per accordi internazionali. “Di Maio si deve essere sentito uno stratega (avrebbe detto di lui Umberto Eco se fosse vissuto a lungo per assistere a questa esponenziale dissipazione) e si è assunto l’onere della guida, in solitudine (tranne pochi prescelti selezionati con criteri dubbi e prettamente nepotistici), distruggendo tutto quello che ha toccato”. In realtà questa frase Eco la pronunciò il 26 gennaio del 2010 ed era formulata per giudicare Massimo D’Alema e la figura da cioccolatai che, nel PD, si era appena fatta a proposito di uno scontro di liste, a Bari, tra vendoliani e non ricordo bene chi. Mi sembra Francesco Boccia.

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Cioccolataio“, definiva il semiologo impietoso, quel potente baffino. Troppo dolce questo termine perché io lo usi nei confronti di Di Maio e senza essere lo scrivente (si fa per dire) neanche una pulce ridens a paragone di Umberto Eco.

Direi di ritornare ai miei pedestri “dissipatore”, “nepotista”, “gattopardo fautore del caos a che nulla cambi”.

Cioccolataio, è già troppo.

Per i cultori della complessità e fenomeni ricorsivi, riporto un’altro sprezzante giudizio di Eco verso D’Alema, formulato sempre in quella occasione: “Non ne indovina una da quando non finì il corso di laurea alla Normale. Da lì è stato un susseguirsi di errori“.

Sempre di D’Alema stiamo parlando e di Eco che si sfoga, roteando il bastone un po’ nell’aria, quasi minaccioso, mentre scende delle scale. E a raccogliere lo sfogo in una “non intervista” ma una chiacchierata è un giovane Jacopo Iacoboni, con cui ancora mi devo scusare per averlo apostrofato, sia pure nella mia marginalità e ininfluenza, con eccessiva durezza quando criticava “a morte” il vertice pentastellato selezionato da Luigi Di Maio. Aveva ragione Iacoboni e torto io. Gentarella (meglio che cioccolatai e lo afferma un super goloso) inadeguata a guidare la Repubblica; gentarella pericolosa per se e per gli Italiani; gentarella che, come Massimo D’Alema, non ne ha azzeccata una. Se non a loro stretto vantaggio. Mi sembra che Di Maio sia ben avviato a diventare un puffo dalemiano a “scoppio ritardato”. Così con questo parallelismo mi sono tolto lo sfizio di giudicare D’Alema, Di Maio, scusarmi con Iacoboni e ricordare il grande “semiologo impietoso” Umberto Eco, l’ideatore di Guglielmo da Baskerville e del suo metodo investigativo.

Metodo investigativo che bisognerebbe saper applicare per interpretare questo reperto (autentico secondo la classificazione echiana) che esce dal mio archivio e che tiene, sin dal 26/1/2010 (7:44), legati in uno stesso UNI A4, Jacopo Iacoboni, Massimo D’Alema, Umberto Eco, Francesco Boccia, Niki Vendola (e implicitamente il suo stile di vita), le gravi responsabilità intorno ad una caduta (una delle tante) di un governo, la laguna di Venezia, Massimo Cacciari, un taxi dell’acqua preso al molo di Madonna della Salute e, da ultima, la fine della stagione della sinistra. Tutto dieci anni addietro. E in fine foglio trovate un ermetico titolo profetico sulla democrazia e i militari che si riferisce ad una intervista ad Emma Bonino (così non manca nessuno) di Barbara Mennitti e non all’alloggio di servizio di Elisabetta Trenta.

In effetti manca Di Maio ma solo perché non lo avevano ancora inventato.

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S.

Con il foglio d’archivio che riproduco, offro un altro tassello utile a capire (per chi ne abbia voglia) la forma mentale del vostro amico ruggente e da quali prassi venga.

Dopo la lettura (se la farete) delle interviste (una ad Eco, l’altra alla Bonino) cercate un post (sarà banalmente il prossimo) interamente dedicato al tema del “vaping”. E un omaggio alla Minnitti e a mia moglie che vapinga. Così penso a lei e non al bisogno di Di Maio (e chissà chi altro!!!) di killerare “preventivamente” Elisabetta Trenta. Perché, sentite a me, di questo si tratta: è un delitto (in realtà è un tentato omicidio come a boomerang potrebbe rivelarsi questo improvvido assalto) che si classifica tra quelli che i criminali attuano “in via preventiva”. Quando si preparano a qualcosa o temono i ricordi di qualcuno. Di criminali stiamo parlando, ovviamente, e non di politici sostenuti da irreprensibili valori etico-morali.

Così oggi il post, per chi se lo deve leggere, è più impegnativo del solito.



 

Iacoboni



 

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