Torno doverosamente a scrivere di Alberto Manenti

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La realizzazione di una scuola di intelligence capace di partorire un nesso tra conoscenza e moralità in un mercato come quello italiano che necessitava, in modo sempre più pressante, di scelte valoriali capaci di propiziare l’avvento di un nuovo umanesimo, di una “riforma delle coscienze“, a sua volta finalizzata a coniugare negli uomini etica e responsabilità, ritengo sia stato un aspetto che, in modo soggettivo, definirò qualificante e, per alcuni anni, “segreto” della mia vita. Aspetto che dal 19 dicembre p.v. non credo che si potrà considerarlo in nessun modo neanche vagamente “riservato”. Sarà come scrive nel suo Vita activa, Hannah Arendt, “pubblico”, cioè non più “privato”; cioè “ciò che sta alla luce”, come ci ricordava già anni addietro il Prof. Stefano Zamagni. Ciò che si vede quindi, di cui si può parlare e, soprattutto, discutere. Aggiungendo che ogni cosa che appare in pubblico può essere vista e udita da tutti.

Mi dedico, come in molti ormai sapete, da un tempo che mi comincia a sembrare eterno, ad una sede di riflessione e formazione utile a che la Repubblica si avvantaggi delle dinamiche didattiche stesse ideate e messe in atto in tale scuola quando dovesse prendere vita. Mi sono votato a che, nascendo un tale luogo didattico, alcune “ipotesi di soluzione” ai problemi assai complessi inerenti la sicurezza del Paese, potessero prendere forma e sostanza. Per anni ho osservato (e giudicato) quanto, a tal riguardo, avveniva nella Polis. Ho esaminato (l’ultima la Link Campus University) il modo con cui sono nate iniziative (quanti master, quanti convegni a vario prezzo offerti sul mercato!), ma le stesse non mi apparivano adeguate alla domanda sempre più diffusa e urgente di legalità, stabilità sociale/politica e, soprattutto, di tutela delle istituzioni repubblicane dalle minacce esterne e interne. È stato ovviamente un mio giudizio unilaterale ma che mi ha mosso senza che avessi altri padroni. Cosa difficile da credere in un mondo dove pochi non hanno comandanti a cui si decide di ubbidire. Sono da sempre io stesso il mio comandante, con i limiti che una tale scelta ha comportato avendo comunque come “zavorra rassicurante” la Costituzione Repubblicana e tutti gli spazi di sussidiarietà che essa consente. Ho avuto soltanto maestri a cui nei mille e mille post (ad oggi sono 5.667) ho già fatto riferimento.

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Il progetto della costituenda scuola (con relativo articolato acconcio luogo di riflessione atto a farla nascere e sviluppare) intendeva essere dunque un contributo, sia pure parziale ma robusto, ad avviare a soluzione problemi (le minacce interne ed esterne) di tale natura, nella sola prospettiva che appare oggi realmente convincente e risolutiva: quella di un profondo e consapevole cambiamento culturale.

Ho dato vita, per anni e in modo continuativo, a forme, a volte anche giuridiche, sufficienti a incubare un tale vasto progetto. Che ho testato nel tempo che ci è voluto.  Come è scritto nell’Ecclesiaste. Mi sono accompagnato, spesso senza pregiudizio alcuno ma vigile sulle finalità sempre consapevole che i mezzi anticipano il fine e non il fine deve mai giustificare i mezzi, a chiunque fosse interessato (o si dichiarasse tale) a condividere le mie finalità. Ho conosciuto decine di piccoli opportunisti e furbetti che ritenevano di approfittare della mia idealità e passione patriottica e me li sono fatti compagni di percorso per il tempo determinato necessario.

Un modello di questa forma e sostanza – spero sia chiaro – è stato faticoso. E non dico altro. Faticoso e dispendioso. Certamente nulla ad oggi rimane nelle mie tasche come, con forza e fierezza, rivendico.

Condizione che imbarazza spesso (se non sempre) i miei interlocutori e, soprattutto, gli avversari di questa ipotesi di cambiamento culturale.

Sentirsi dire che si deve superare nelle strategie di prevenzione e di governo delle crisi, il modello della separazione dei saperi, dello specialismo disciplinare su cui, ancora oggi, nonostante il disastro a cui si assiste, sono fondati i sistemi educativi e la formazione culturale della quasi totalità delle classi dirigenti (anche se non soprattutto nel comparto dell’Intelligence) da un signore povero come pochi e senza titoli accademici, deve essere stato spesso più che fastidioso.

Sentirselo dire o doverlo leggere anche riferito, a volte in modo sofisticato ed altre, viceversa, lo ammetto (e me ne scuso per gli eccessi) con linguaggio  grezzo e diretto, anche alle proprie persone, deve essere stato insopportabile.

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Anche per alcuni potenti dirigenti del settore della sicurezza della Repubblica. Uno di questi, non potete non saperlo, è Alberto Manenti, fino a qualche mese addietro, Direttore dell’AISE alla cui cattiva reputazione (parlo ovviamente del mondo cibernetico a cui pervengo con questo blog) dicono abbia dato un sostanziale contributo.

Il Direttore, è il primo dettaglio che sento il dovere di evidenziare a suo merito (il primo di una lunga serie sperando che questa affermazione non vi stupisca), ha pazientemente aspettato di divenire un pensionato (mi ha detto – in giudizio –  di aver scelto di battersi “ad armi pari” e non nella sua veste di esponente apicale dell’AISE) e poi mi ha chiamato in giudizio. In questo, certamente involontariamente, assecondando il mio disegno: volevo incontrarlo in condizioni ottimali perché, obbligato dalle circostanze, mi mostrasse una sua eventuale personale intelligenza (oltre quella che si presume si abbia se si assumono incarichi di quella complessità) e amor di Patria oltre che, ovviamente, i comportamenti che ci si aspetta in un uomo che si ritenga offeso. Mi sono reso conto, scusate la mia eccessiva autostima, in pochi minuti e in una cornice (quella imposta dalla Legge e in presenza degli avvocati) che il Direttore era arrivato a ritenermi un signore teleguidato da pinco o da pallo, in una logica interpretativa molto tradizionale e peculiare dei mondi in cui era cresciuto. Nelle guerre per bande si è sempre fatto così. Perché mai Grani doveva essere diverso e fuori dal coro? Manenti, glielo devo, mi si è “umanizzato” subito perché quando qualcuno pensa che sono filodiretto o complice involontario di disegni altrui, capisco di trovarmi di fronte ad una persona a cui devo, progressivamente ma in modo incontrovertibile, spiegazioni. E così dovendo dare seguito a quanto, a prescindere dal patto di legge che in pochi minuti abbiamo sottoscritto, ci siamo detti guardandoci negli occhi (io sono un po’ miope ma penso di aver saputo tramettere il mio impegno) che avremmo provato a conoscerci  più approfonditamente. Così è stato. Il Direttore mi ha lasciato il suo numero di cellulare ed io, passati alcuni giorni, l’ho chiamato. Solo questo gesto (avermi dato il suo numero) mi ha indotto a cominciare a rimuovere dalla rete quanto, a detta di Manenti e dei suoi legali, aveva determinato cattiva fama all’uomo e al Direttore dell’AISE. Lo fatto come gesto di avvio di quel dialogo a cui tenevo.

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Un dialogo protetto da una cortina fumogena che avevo ideato, scelto ed attuato per poter, continuando a dire la mia di sostanza (ritengo il sistema tutto da riformare a cominciare da questa follia di consegnare nelle mani del Presidente del Consiglio di turno nomine e carriere nel comparto!!!), descrivere all’uomo Manenti cosa fosse necessario fare (nella mia opinione, in tempi brevi, per dare sostanza alla speranza  di una cultura della sicurezza profondamente rinnovata nelle sue fonti, nei suoi modelli, nei suoi valori a che il Paese possa ancora vincere la partita del futuro e di una ritrovata posizione nel Mediterraneo) pena lo “scioglimento anticipato” non delle solite Camere, ma della Repubblica come la conosciamo. Scelta audace quella del dialogo tra tanta diversità ma che rivendico di aver messo in atto. La verità (la devo ai miei lettori e a chi ha il compito professionale di leggermi la mattina), è che ho sentito, a fronte di questa disponibilità e di questo atteggiamento intelligente (Manenti avrebbe potuto, durante gli anni in cui era in servizio, intervenire in modo altro per farmi cessare nella polemica), il dovere morale di cominciare a descrivere il frutto (per ora sono solo rose e si vedrà se fioriranno) di questo dialogo che chiamerò intelligente, perché ritengo che Manenti sia stato “molto intelligente” nel saper andare oltre il pregiudizio (aveva diritto a coltivarlo e a farsi condizionare negativamente dai miei scritti che lo riguardavano come dirigente dello Stato) decidendo di ascoltarmi. Nell’interesse suo e dello Stato.

Un post, quello che state leggendo, che compare dopo un lungo silenzio e il tempo necessario per la rimozione delle scorie lasciate dallo scontro passato, nuovamente dedicato ad Alberto Manenti, doverosamente quindi senza spine, primo di una serie (se riterrà opportuno fermarmi o meno sa come cercarmi) utile a raccontare di questo dialogo, doveroso omaggio ad una nuova fase che non ho imbarazzo a raccontare nello stesso luogo telematico dove aveva preso vita lo scontro al calor bianco. Tengo pertanto a riferire, se il Direttore lo riterrà opportuno, in questo stesso luogo e agli stessi lettori, di un Manenti che ho avuto modo di conoscere e di apprezzare. Un racconto lungo e di sostanza dedicato a quanto sarà possibile realizzare nell’interesse superiore della Nazione. Come sempre.

Oreste Grani/Leo Rugens che sa di aver inaugurato una prassi del tutto inedita per il nostro Paese ma al fine ultimo ed esclusivo di una evoluzione necessaria in tema di miglioramento della qualità e dell’efficacia in un settore in cui le vicende del modo contemporaneo assegnano un ruolo sempre più vitale e strategico. Un mondo dove senza un pizzico di creatività (e che pizzicotto in questo caso qualora dovessimo realizzare il “sogno”) nulla sarà possibile.