Zibaldone: dai saccheggiatori della BPdiB, al ladro di verità e di soldi pubblici ing. Fabrizio Mariani

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Ma questi saccheggiatori (Banca Popolare di Bari) li vogliamo arrestare?

Vincenzo De Bustis Figarola (lui ed altri, compresi quelli che lo hanno piazzato ai vertici, anni addietro) sta per far fallire anche la Banca Popolare di Bari. L’amichetto di merenda di Massimo D’Alema (e di altri) ha il vizio infatti di gestire male il denaro altrui ovunque lo piazzino a fare il direttore generale o l’amministratore delegato. Così è stato per la Banca 121 e per il MPS. Mi sembra che anche con la Popolare di Bari la narrazione lo veda tra i massimi responsabili. In più, mi sembra, che anche questa volta si tratti di una associazione a delinquere – con piena consapevolezza di quanto si ordiva. Ho un amico caro (professionista competente di come, nel bene e nel male, operino le banche) che ricorda il De Bustis aggirarsi nel MPS, quando si cominciava a capire che qualcosa non andava in quel glorioso istituto che si era accattata la Banca 121. Nei prossimi giorni, quando avrò fatto il mio dovere per ben altre cifre di quelle che Vincenzo De Bustis (si faceva dare 1.392,548,00 euro, tranquilli, non al mese o al giorno ma solo all’anno per mandare in rovina la BPB e i territori dove la stessa era radicata ed è questo il vero reato delle termiti onnivore e distruttive), tornerò sull’assoluta necessità di arrestare qualcuno della banda del “buco”…nella banca di turno. Comunque, se tornate indietro di qualche riga e rileggete, vi predisponete meglio a valutare la situazione: Vincenzo De Bustis Figarola si beccava 38.153 euro al giorno, che sarebbero 1.589,7 euro l’ora (compreso quelle in cui dormiva tranquillo il sonno del giusto) per mandare in rovina la Banca Popolare di Bari. Se defecava con regolarità, l’evacuazione gli veniva pagata oltre cinquecento euro a “seduta al cesso”. Non male come gettone.

Ci sono persone che con quella cifra ci devono fare un mese, carta igienica compresa. Temo che il Figarola si sia anche presa una liquidazione stratosferica per aver fatto bene il suo lavoro dissipatorio. Almeno arrestateli per qualche giorno. Primi fra tutti il De Bustis e qualcuno della famiglia Jacobini. Se rimangono energie sufficienti direi di fermarsi dalle parti di Mastrapasqua. La verità è che bisognerebbe che non fosse mai esistito il M5S con la sua funzione di pompieraggio salva delinquenti partitocratici. Perché questo ha fatto Luigi Di Maio: prima di arrivare a salvare/legittimare i mostri (lo ha potuto fare perché con le sceneggiate in piazza ha fatto in modo che fosse inibito un popolo che “a furor” potesse fare giustizia di queste sperequazioni), è riuscito perfino a far dare un miliardo (a sorpresa) a Giovanni Malagò (che è come dire il De Bustis degli avvenimenti sportivi) per le Olimpiadi di Cortina. Ritengo non ignaro il ministro dello Sport competente. Ed io, come uno stronzo patriota, ho dato tutto me stesso per sconfiggere il terrorismo brigatista interrompendo la mia vita professionale il 20 giugno 1978.

Siete gentaccia perché, tra l’altro, state tradendo 11 milioni di italiani che vi si erano affidati non non non per farvi complici di Giovanni Malagò o del lecchino di Angelo Balducci, l’onorevole sottosegretario Vincenzo Spadafora. Ora capite a cosa pensano quando preparano gli organigrammi o scelgono i facilitatori? Quando sceglievano il ministro dello Sport lo facevano perché, ghignando nelle segrete stanze (come quando Massimo D’Alema sceglieva De Bustis), si preparavano a fare il colpo con Malagò che notoriamente era ottimo frequentatore di Angelo Balducci e la Famiglia Anemone. Cioè gli oggetti del desiderio di Vincenzo Spadafora.

Malagò è, da sempre, il venditore di automobili di lusso (Ferrari e Maserati) di fiducia della casta. Nasce protetto dalla famiglia del ministro Pietro Campilli, di cui era nipote.  È, da sempre, l’anfitrione dei Signori degli appalti (fino a diventare lui stesso potere forte e appaltatore), faccendieri e lobbisti, di grassatori dello Stato e fidejussori non più della politica partitica (cara vecchia obsoleta Prima Repubblica dove sei?), ma di singoli politici e del loro familismo amorale (e chi più di Luigi Di Maio ne è campione?), fatto di cooptazione collusiva.

L’economia è oppressa dalla politica corrotta  e spendacciona? E voi, che eravate stati scelti per combatterla, vi siete alleati (avete mandato, in avanscoperta, perfino uno come Vito Crimi ad esplorare il Circolo di Malagò) con gli alfieri di quella parte della comunità (a Roma è prevalente) cresciuta all’insegna del tornaconto personale. Eravate stati scelti, in speranza, per liberare la Repubblica da questi mostri onnivori. Non solo ve ne siete fatti i rilegittimatori ma li avete traghettati nel futuro dei nostri giovani. Tutto e in mano loro perfino il ludico sport. E avrei dovuto scrivere “lurido sport“. Gioventù e sport, tutto torna all’insegna dell’amoralità e dell’affarismo. “Qui dobbiamo rubare a tutta manetta” come un giorno arrivò a dire Mario Chiesa ad un suo fidato collaboratore, “altrimenti non rientriamo più“. Ritengo, intendesse in gioco.

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Qualche anno addietro si arrivò a dire, avvertendo ed allarmando, che in un quadro di corruzione sistemica, con regole prestabilite a determinare l’andamento degli appalti pubblici in tutti i settori (nessuno escluso), si indebolivano i tentativi (e la capacità) di coordinamento e di protezione centralizzata (se al governo oltre che dei deboli corruttibili/ricattabili ci metti anche degli incapaci, la frittata è fatta) e si sarebbe affermato un modello basato su scambi diffusi, reticoli loschi (descritti e favoriti anche da accatenamenti sessuali e di uso di sostanze stupefacenti) e un coordinamento interno a luoghi di trasversalità che un tempo erano peculiari della massoneria e che adesso, degradando ulteriormente la situazione, lo è della froceria. Sempre “ria” è.

Fin dove è precipitata la moralità pubblica ha in questo miliardozzo messo nelle mani di Giovanni Malagò il vero totem di questa nuova religione di Stato.

Caro Grillo, eravate stati chiamati per mettere un freno (forse anche un vero cambiamento) a questa fogna a cielo aperto e siete diventati, in poche battute (qualche anno sono un batter di ciglio), il collante di garanzia. Collante fatto di soldi, ambizione, feci, lubrificanti.

Fin che dura. O meglio fino a quando riuscite a farvelo venire duro come i leghisti della Prima Ora. Poi ci sono le scelte alla Piero Marrazzo e i ricatti annessi e connessi. Ricatti che consentono un giorno di poter ascoltare, intercettato (era il 17 settembre 2007) Tonino Angelucci che telefona alla moglie Annalisa Chico e che fiero gli comunica: “Finalmente ho fatto quello che volevo d’accordo con Lionello Cosentino: levano la delega a quel deficiente di assessore”. Il deficiente è Augusto Battaglia del PD, attaccato da “Libero” (a questo servono i giornali liberi), cui la delega sarà tolta pochi mesi dopo dal presidente della Regione Lazio, quel poveraccio vizioso e ricattabile di Piero Marazzo.

Intercettazioni che andavano non solo ben utilizzate dal punto di vista investigativo ma in religioso silenzio fatte ascoltare a tutti gli studenti della Regione Lazio a futura formazione civica.

Queste intercettazioni facevano parte di indagini che avevano come oggetto, se ben ricordo (ma oggi sono già stanco a quest’ora dovendo ricordare e quindi dovendo frenare le dita in una fatica improba), fatturazioni false, costi gonfiati per prestazioni inesistenti o fornite solo in parte.Una truffa costata alla Regione, dal 2004 al 2007, 170 milioni di euro per i quali furono indagati, oltre che gli Angelucci, una dozzina tra dirigenti di cliniche Tosinvest, manager della ASL, dirigenti della sanità regionale. Siete riusciti, dopo la vostra scesa in campo, a consegnarci a questa gente, gente che per fare un esempio, quando si doveva far finta di salvare l’Alitalia (capite chi siete e cosa continuate a fare?) sotto Berlusconi, fecero parte della cordata dei capitani coraggiosi. Era il 7 giugno del 2008 quando quel pagliaccio sempre in piedi di Silvio Berlusconi, appena tornato presidente del Consiglio, chiese chi fosse pronto ad investire in Alitalia. Dopo poco nasceva il MoVimento Cinque Stelle perché la gente non ne poteva più. Quando dico che vi siete pappata la speranza questo dico. Non solo l’Alitalia cerca ancora chi la sappia gestire/rilanciare ma voi nel frattempo siete diventati pappa e ciccia con i peggiori ex berlusconiani d’Italia. A cominciare da Giovanni Malagò.  E provate a smentirmi.

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Per non parlare di Roma e della sua funzione di Capitale. Ma questo è tema che affronterò in avvicinamento all’udienza fissata per il 20 aprile 2020, a Cremona, che mi vede opposto, in giudizio che spero equo, a Luca Lanzalone a cui ho riservato, in questo luogo libero, alcune definizioni realistiche. Luca Lanzalone, alfiere degli interessi del Popolo Italiano a nome e per conto del M5S e del suo leader maximo Luigi Di Maio. Perché a difendere gli interessi degli italiani non l’ho chiamato io il Lanzalone.  Comunque, è mai possibile che uno degli uomini più poveri d’Italia (il sottoscritto) debba lottare con le unghie e con i denti per procurarsi occasioni per farsi citare in giudizio da personaggi quali il vostro paladino Lanzalone?

Vedete di darmi una mano. Mi mancano soldi perché quello che dovrò dire quel giorno lo so anche troppo bene. A cominciare dalla prima delle W da cui sempre si parte: ma chi ha presentato chi. Poi si passa alle altre 4 W. E, anche questa volta, quando si arriverà a quella del perché, cadrà l’asino. Perché c’è sempre un perché se uno fa certe scelte. Come quando Angelo Tofalo, si allontana da alcuni e si sceglie come collaboratori/interlocutori quelli che prudenza e amor di patria avrebbero consigliato di tenere fuori dalla stanze dove si ragiona di cosa pubblica. Per intendersi quelli che perfino di favorire Pietro Amara/Ezio Bigotti con perizie aggiustate non si erano fatti scrupolo. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei, mi consigliava la mia saggia madre. E aveva ragione. I criminali (o il loro leccaculo opportunisti) li posso frequentare io (che non sono nessuno) ma non chi è preposto alla sicurezza dello Stato. Perché se uno reitera (il caso Annamaria Fontana/Mario Di Leva) rimane difficile credere alla favoletta della volontà di raccogliere informazioni per il vantaggio recondito della Repubblica. Questa volta, se è mai possibile, il gioco è ancora più pericoloso e, per tanto, si fa durissimo perché l’ing. Fabrizio Mariani (lo vedi che ci sei caduto nel pentolone?) poterebbe essere, facilmente e da me, riconducibile al pilota di Canadir, al tempo e da tempo genio dell’informativa aerospaziale, Giuseppe Savio (vedi Leo Rugens), calabrese (non è un reato ovviamente) con la cui motocicletta sono stati compiuti, a sua insaputa, da killer professionisti, ben due delitti di mafia e Daniele Fabro (vedi Leo Rugens), informatico di fiducia di tale Mario Scaramella, persona che l’ultimo dei dilettanti nel mondo delle ombre definirebbe problematica.

Grovigli bituminosi che Angelo Tofalo e Michele Maffei pensano di poter frequentare senza rimanere inzaccherati? E cosa si sentono, invece che esponenti del Governo della Repubblica, degli agenti provocatori sotto copertura? Come quando volevano provare il brivido di investigare le attività di Annamaria Fontana, che sapeva/poteva triangolare con l’Iran (quello) insanguinato, la Turchia (quella) insanguinata, la Libia (quella) insanguinata.    

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Il problema in questo Paese e, in particolare al Ministro della Difesa, è l’alloggio del capitano Elisabetta Trenta? O, come ormai sono sicuro, l’inadeguatezza di alcuni? Inadeguatezza e ambizione smodata miscelate? Semplice inadeguatezza o complicità inconsapevole con Paesi terzi o, perfino, con la criminalità organizzata (perché questo è il sospetto), sempre inconsapevolmente, abile ormai in temi delicatissimi come quello della cibernetica evoluta? Se li scarta/schifa Grani (come fossero dei Bigotti qualunque che si faceva complice con un Pietro Amara o corrompendo un Francesco Loreto Sarcina), sentite a me, prudentemente, bisogna chiedersi sempre il perché di tale scelta “talebana” e girare al largo dai ladri di verità e di saperi che sono argomenti, a mio insindacabile giudizio, esclusivamente di competenza dello Stato. O di chi se ne intende. Come vedete, tirato per i capelli, ho aperto un’altro file. Che sono certo contiene questioni non da poco. A cominciare da chi e perché ha messo, allo stesso tavolo, l’ing. Fabrizio Mariani cioè il socio di Giuseppe Savio e di Daniele Fabro in questioni delicatissime che riguardano componentistica di micro satelliti e intelligenza artificiale da applicare a droni o robot sottomarini (questioni classificate è dire poco), di cui si sono impadroniti fraudolentemente.

E daje a sparare cazzate, questo Grani!!! Come con tutti quelli che ho sbugiardato. Sentite a me: chiamate un avvocato, fategli scrivere un esposto alla Procura, e poi aspettate pazientemente.

Il vostro ex benefattore Oreste Grani, per un giorno neanche Leo Rugens. Perché per gente come te, caro Mariani, basta un mio peto e non un ruggito. Che riservo a ben altre situazioni.