Si scrive “ha” non “à”

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Quando l’insegnante di italiano, in prima media, mi segnò come errore l’utilizzo della scrittura “à” quale terza persona singolare del verbo avere, ci rimasi male e quando mi impose la “ha”, ricordo lo sbalordimento di fronte alla comparsa di una lettera strana che non ho mai ben collocato nell’alfabeto, la “h”.

Oggi, che mi ricordi, è la prima volta che trovo un testo dove la “à” viene utilizzata, certo un testo di alcuni anni addietro, era l’ottobre 1936 – XIV, l’anno seguente la nascita dei miei genitori, ventinove anni prima che nascessi.

La signorina Jolanda Riccardi, la mia maestra delle elementari, dato che la mia classe fu l’ultima che portò agli esami di quinta, credo avesse terminato i suoi studi più o meno all’epoca del testo, ritengo quindi che fonne nata negli anni ’10 o ’20. Trovo conferma nel testo che riporto a cura della Accedemia della Crusca. Per concludere, la forma corsiva della “J” di Jolanda e del mio caro amico James è la lettera più bella e arzigogolata che conosca.

La questione della h etimologica affonda le sue radici lontano nel tempo: nell’italiano antico la sua presenza era di gran lunga maggiore rispetto all’uso moderno, in cui  è limitato alle forme verbali hanno, ha, ho, hai (come sostanzialmente sancisce in modo definitivo il Vocabolario degli Accademici della Crusca, a partire dalla terza edizione, del 1691). In queste quattro forme la h è stata mantenuta perché consentiva di distinguerle dalle omofone (cioè “che hanno lo stesso suono, la stessa pronuncia”) anno (sostantivo), a (preposizione), o (congiunzione) e ai (preposizione articolata); ma, visto che una discriminazione di questo tipo costituisce un’eccezione nel sistema grafico italiano, alcuni hanno proposto l’eliminazione della h, suggerendo di affrontare il problema della trasparenza delle forme con un’indicazione diversa, meno invasiva. Nel 1911 il Congresso della “Società Ortografica Italiana” avanzò la proposta di indicare questa differenza con l’ausilio dell’accento sulle quattro voci verbali. La questione si è trascinata a lungo nel periodo tra le due guerre (un grande sostenitore di questa tesi è stato Ferdinando Martini, docente di Letteratura Italiana presso la Scuola Normale Superiore di Pisa), e ha avuto un suo epilogo anche nel secondo dopoguerra: nel Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi (recentemente pubblicato anche in versione elettronica su CD-ROM) l’editore sceglie questa soluzione per indicare le quattro voci verbali, con un risparmio, come afferma in un suo scritto, di un centinaio di pagine. Attualmente le forme con la h sono senz’altro le più diffuse e quelle indicate come corrette dai grammatici e dai linguisti: nella Grammatica di Luca Serianni, dove per altro si trova una breve sintesi sulla questione, si precisa che le forme à, ài, ànno e ò «oggi appaiono grafie non certo erronee, ma di uso raro e di tono popolare». Tuttavia non sono poche le persone che le usano, soprattutto se la loro formazione scolastica è stata compiuta nella prima metà del secolo scorso; l’argomento è stato dibattuto anche nel nostro “Forum”, dove le forme accentate sono usate da alcuni frequentatori e dove è emerso che si insegnava la loro praticabilità anche in alcune scuole elementari degli anni Sessanta.

Per approfondimenti:

  • Serianni Luca, Grammatica italiana, Torino, UTET, 1989
  • Bompiani Valentino, Nascita e vita d’un dizionario, in Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi,  vol. I, 1983 (5ª edizione).

A cura di Marco Biffi
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

28 aprile 2003

 

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