Quel confine sottile fra scienza e fake news: il caso COVID-19 – Sopravento

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La redazione accoglie “Sopravento” e un un po’ per celia … e un po’ per non morire lo omaggia con l’immagine di Rosalind Elsie Franklin, per ricordare che il mondo della scienza è pieno di geni, geni gaglioffi e gaglioffi; e con un meme, perché una risata vi seppellirà. Non lambiccatevi sul nome perché è stato scelto a caso.

Che Sopravento si occupi di geni è evidente, essendo un genio.

La redazione

Quel confine sottile fra scienza e fake news: il caso COVID-19

Sopravento

Personalmente, nel mondo delle fake news ci sono nato e cresciuto. Per molti della mia generazione la selezione delle fonti, la verifica delle voci sui social e il controllo sulle agenzie sono azioni automatiche, abitudinarie, quasi inconsce. Eppure, al di fuori dello sparuto coro dei “No-Vax”, dei “Pro-Life” o di altre simili organizzazioni bisillabiche, quando la fonte è la “scienza” il meccanismo spesso viene meno. Sia che incarniamo il perfetto complottista, così come il fervente scienziato positivista, se ce lo dice un “medico”, un “direttore sanitario”, un “ricercatore” tendiamo a prendere un po’ tutto per buono. Magari il complottista scorgerà nel dato trame oscure intrecciate in eleganti salotti, ma spesso e volentieri la scienza è per noi assicurazione di verità, o quantomeno di “più verità”. Vero, la scienza, la biologia e la medicina moderna ci hanno dato talmente tanti risultati che è giusto affidarvisi, ma affidarsi alla scienza non significa affidarsi a chiunque la pratichi. E ve lo dice uno scienziato, e mi scusino i fisici quantistici, un fervente determinista.

Seppur voglio credere alla buona fede del 99.9% dei colleghi ricercatori nella bontà dei loro dati e rilevamenti sperimentali, comunicare è infatti, oltre che compito fondante ed integrato nella missione scientifica, tutto un altro paio di maniche. Perché un dato, vero, verissimo, certificato, significa tutto e nulla a seconda del contesto in cui lo comunichiamo, e a seconda della stessa modalità col quale lo comunichiamo. Immaginate quanto possa valere un dato nel contesto sbagliato in un periodo in cui tutti guardiamo alla scienza per avere risposte a domande confuse. Siamo confusi noi, lo sono i governi, ed ovviamente lo sono gli scienziati. I quali dovrebbero però avere il buon gusto di star buoni, se sono ancora, giustamente, confusi dalla follia virale che stiamo affrontando.

Un buon esempio per chiarire come si possa fare “buona” e “cattiva” informazione scientifica, e di quanto un dato valga solo nel giusto contesto, sarebbe mettere a confronto due lavori di ricerca recentemente apparsi sul web. Trattasi ovviamente di documenti scientifici, redatti da specialisti secondo un metodo chiaro, lineare, oggettivo, quantificabile e replicabile. Nessuna magia, nessun effetto sorpresa mediatico, solo due ricerche. Eppure, nel modo di condurle e dunque comunicarle non potrebbero essere più diverse.

La prima è a firma di Prashant Pradhan et al., dell’Institute of Technology di Nuova Delhi (pdf). I ricercatori notano un similarità fra il genoma (l’insieme delle informazioni genetiche) del COVID-19 e quello dell’HIV. Questa similarità si mostrerebbe proprio in alcune “alterazioni genetiche” comuni ai due organismi che mapperebbero (andrebbero poi a ritrovarsi come effettivi) sulla proteina responsabile dell’adesione dei virus alle cellule umane, e dunque responsabile del loro ingresso nella cellula ospite. Provo a spiegare in due righe come hanno fatto ad ottenere questo risultato (che preciso, di per sé è reale). Hanno preso un mucchio di sequenze geniche di COVID-19 trovate sul web (pubblicate da altri ricercatori) e hanno lanciato un BLAST, un analisi informatica che si occupa di allineare le sequenze di DNA conosciute con una di interesse, dando conto delle similarità. Questo, si capisce, non è un risultato sperimentale. Non c’è un esperimento, una verifica, una quantificazione. È una predizione computerizzata. Che potrebbe voler dire qualcosa nel mondo biologico reale quanto no. Il computer predice, ci comunica “guarda ho trovato una probabilità X che questo sia simile a questo”. Stop. Le predizioni bioinformatiche sono soggette a infiniti errori di ridondanza e di statistica: sta all’utente controllare, e poi verificare sperimentalmente.
Ora, badate bene, come si comunica il dato? Questo articolo appare non verificato da terzi, su un “social della ricerca” come molti ne esistono, e contiene, dopo la descrizione del mero esercizio informatico, un’interessante “discussione” in cui ci si chiede perché, ma perché questa alterazione genetica sia la stessa nei due organismi e perché, ma perché si troverebbe proprio là, in quel punto così importante per l’infettività del virus. Boom. Complotti. Virus ingegnerizzati in laboratorio per rendere l’umanità schiava come in un film di Mad Max. No, niente di tutto ciò. Se comunicato come si deve, il dato trovato dagli amici indiani significa pressoché questo: “Ciao, abbiamo trovato che fra miliardi e miliardi di mattoncini del DNA di due organismi ne abbiamo trovati tre che sono simili”. Un’altra cosa, vero? Interessante ragazzi, fateci su della ricerca e comunicate quando avete trovato qualcosa di serio.

Altro paio di maniche è la pubblicazione “The proximal origin of SARS-CoV-2 (pdf)”, a firma di Kristian Andersen, Department of Immunology and Microbiology, The Scripps Research Institute, La Jolla, CA, USA, pubblicata recentemente su Nature. Per gli esperti del settore, questo è un esempio di buona pubblicazione. E prima ancora che per la qualità delle fonti, dei dati sperimentali citati e, onestamente, della carriera degli autori, è una buona pubblicazione per come comunica. Numero uno, prende in considerazione tutte le ipotesi in maniera asettica. Dalla creazione in laboratorio allo sviluppo totalmente naturale, i ricercatori applicano a tutte le ipotesi le stesse assunzioni derivanti da dati sperimentali, e gli stessi percorsi di verifica, mentali e pratici. Provo a spiegare.

Quello che osservano i ricercatori di La Jolla, è innanzitutto che il COVID non è così specializzato per l’uomo come si credeva dalle predizioni bioinformatiche. Eseguendo saggi biochimici mostrano come l’affinità fra i nostri recettori e quelli virali sia decisamente “incompleta” seppur sufficiente per l’infezione, primo segno di una certa “inefficienza” del virus verso la nostra specie. Questo caso si riscontra costantemente nelle cosiddette “zoonosi”, le infezioni che saltano di specie da un animale ad un uomo. I salti di specie avvengono infatti per mutazioni casuali e non mirate del virus, che dunque non è propriamente ottimizzato per il nuovo ospite, ma si ritrova casualmente a poterlo infettare e poter espandere così il suo potenziale bacino di “vittime”.

Un dato ancora più convincente è fornito da quello che poteva invece sembrare un assunto preoccupante. Una caratteristica del genoma del virus sembra essere un pericoloso “inserto genetico” che conferirebbe molta più virulenza al microorganismo. Ed anche qui, complottisti, placatevi. È dimostrato in diversi lavori citati dagli autori come molti coronavirus possano acquisire per “selezione naturale e mutazione casuale” quell’inserto persino in vitro, dopo poche generazioni, se lasciati infettare cellule di animali diversi da quelli di origine. Se avviene in qualche piastra di laboratorio, possiamo immaginarci che non possa avvenire nella sterminata natura, con i suoi triliardi su triliardi di particelle virali in milioni di specie animali viventi?

Un ultimo punto da inquietante diventa convincente: non esiste un virus davvero simile per struttura genetica al COVID-19. Ancora, tirate il freno al retropensiero. Una prova che sia stato creato ad hoc? No, l’opposto. Si da il caso che noi non siamo minimamente in grado di “scrivere” un organismo dal nulla. Possiamo modificarlo, inserivi geni di nostro interesse e toglierne altri. Eppure siamo comunque legati dalla struttura genetica e biologica dell’organismo in sé. Non conosciamo abbastanza, neanche lontanamente, per “creare” un organismo, di lanciare il guanto di sfida al divino. E se non esiste un organismo strutturalmente simile, questo dimostra che a tirar fuori il “mostro” COVID è stata proprio la natura, la selezione, il caso, ovvero quella lunga serie di complessi meccanismi genici e molecolari che rendono la vita tale, e che ancora non sappiamo districare.

Ora, potete immaginare come avrebbero potuto comunicare i dati di cui sopra i signori di La Jolla? Potete immaginare cosa avrebbe generato una comunicazione da social, da clickbait?

Lascio a voi le considerazioni, e prendo commiato con due precisazioni: uno, questa non è la mia opinione, quanto il tentativo di tradurre dallo “scientifichese complesso” due ritrovamenti scientifici, e di mettere a confronto il loro “modus comunicandi”; due, gli esperti in materia mi perdonino per la sanguinosa serie di brutali semplificazioni che, onde evitare di scrivere un trattato, mi sono visto costretto ad eseguire.