È morto Massimo Vincenzi e ormai sono aboliti perfino i funerali

Oggi è la giornata mondiale del teatro e tutti i teatri sono chiusi. E non solo in Italia ma in mezzo Pianeta. Ciò che non era riuscito a fare Hiltler con le sue V2 lo sta imponendo il maledetto virus. E pensando al teatro mi sovviene quello che ci ha legato a Massimo Vincenzi.

Per la morte di Vincenzi, il mondo del giornalismo è in lutto, si legge oggi nelle rassegne stampa.

E anche noi lo siamo, ma per motivi altri da chiunque altro. Perché, come ci piace dire (e in questo caso ci sta benissimo) il mondo è più complesso di come appare e noi di Leo Rugens abbiamo ottimi motivi per listare a lutto le nostre insegne.

Genio e sregolatezza si legge a proposito del brillantissimo vice-direttore prima di Repubblica e poi della Stampa di Torino e pochi come noi lo possono sapere perché ci voleva un genio per capirci, in pochi minuti, quando gli facemmo scoprire prima la figura di Ipazia Alessandrina e poi di Geltrude Bell. Di entrambe le donne colse subito il senso dell’eccezionalità e dell’opportunità metaforica e preveggente. Pensate solo ad alcune battute del Il sogno di Ipazia quali « […] Mi devo alzare. Basta. Basta andare in giro con le parole. Devo vedere i miei allievi. Devo andare da loro. E’ troppi giorni che sono in casa. Devo uscire. Voglio il sole in faccia. Indossare la mia veste più bella. Per scacciare i cattivi pensieri. Loro vogliono tenerci in casa. Loro vogliono il campo libero. Niente. Niente testimoni. […]»

Se avete piacere trovate a seguire il testo completo del lavoro teatrale che tanto successo ebbe e che avemmo l’onore di suggerire, far realizzare, sostenere nella sua fase di avvio. Senza mai nulla a che pretendere. Quando potevamo facevamo anche cose del genere e le persone intelligenti come Vincenzi, non solo ci capivano al volo, ma agivano sinergicamente, senza preconcetti.

Pensando a lui pensiamo alla tragedia dell’Iraq ancora in corso. Iraq, luogo geopolitico “inventato” proprio dalla Bell.

Personalmente ce lo aveva introdotto Simona Salvi, una di noi in Ipazia Preveggenza Tecnologica, che di lui aveva visto un lavoro teatrale dedicato ad Alan Turing e alla tragica morte del matematico inglese. Simona, in queste ore è al fronte, a Brescia, in Poliambulanza, nel cuore dello scontro contro l’invisibile nemico, mai potendo immaginare che, in un altro ospedale, il Santo Spirito di Roma, moriva di “polmonite”, Vincenzi. In queste ore buie un abbraccio fraterno va a Simona a suo marito Giovanni, poliziotto alla Questura di Brescia, a Carlo Emilio Lerici e Francesca Bianco, rispettivamente regista e interprete del “nostro” Sogno di Ipazia che in queste ore ci è vietato – dalle contingenze – di rimettere in scena per ricordare l’indimenticabile Massimo.

 

Ariela Parracciani, Alberto Massari, Oreste Grani

IL SOGNO DI IPAZIA

di MASSIMO VINCENZI

2009

(casa di Ipazia, all’alba)
IPAZIA: Adoro il vento che passa tra gli alberi del mio giardino. Fa un suono strano. Adoro sentire la voce degli alberi. Mi parlano. Mi ricordano le stelle. Il fruscio del cielo quando la notte guardo quelle luci lassù. E’ la musica che mi accompagna. La stessa nota prolungata e dolcissima che mi dà la buona notte e che risento al risveglio al mattino.
Ora basta però. Mi incanto di mille pensieri e dimentico le cose importanti. Me lo ripeteva sempre mio padre. Ho provato in tutti i modi a scappare dai suoi ragionamenti, ma alla fine la logica, la sua logica mi inseguiva ovunque. Aveva ragione lui. Lo studio prima di tutto. Se oggi sono qui, è grazie a lui, a mio padre, grazie allo studio. Alla sua passione. Se oggi io sono qui. Mi viene da ridere se non ci fosse da disperarsi. Dove sono io oggi? Dove siamo noi tutti oggi?
Mi devo alzare. Basta. Basta andare in giro con le parole. Devo vedere i miei allievi. Devo andare da loro. E’ troppi giorni che sono in casa. Devo uscire. Voglio il sole in faccia. Indossare la mia veste più bella. Per scacciare i cattivi pensieri. Loro vogliono tenerci in casa. Loro vogliono il campo libero. Niente. Niente testimoni.
Strano Dio che ha paura delle parole. Che odia i libri. Strano dio davvero. Ma è il Dio che loro vogliono dipingere quello che fa paura. La proiezione delle loro paure. Non è Dio. Perché Dio o gli Dei li puoi chiamare in mille modi, ma se sono davvero lassù, dietro le stelle, e sono loro che regolano tutto, perché dovrebbero avere paura? E di cosa? Di noi? La paura e la violenza appartengono all’uomo, a Dio, se c’è, appartiene l’amore.

VOCE F.C.: L’Augusto Imperatore Teodosio ad Albino, prefetto del pretorio.
Nessuno violi la propria purezza con riti sacrificali, nessuno immoli vittime innocenti, nessuno si avvicini ai santuari, entri nei templi e volga lo sguardo alle statue scolpite da mano mortale perché non si renda meritevole di sanzioni divine ed umane. Se qualcuno dedito a un rito profano entra nel tempio con l’intenzione di pregare, venga questi costretto a pagare immediatamente la sanzione con pubblica attestazione.

(1° flash back)
IPAZIA: Andiamo, non bisogna avere paura. Sono loro che non hanno capito. Che continuano a non capire. Sbrigatevi con quelle casse. Sono libri. Tanti libri. Tanti quanti loro non ne hanno mai visti. Un esercito di libri. Li portiamo a casa. I nostri soldati. Saranno le nostre armi. Vedrete le loro facce quando la nostra casa sarà di nuovo piena di libri. Hanno dato ordine di bruciarli, i libri della bilbioteca di Alessandria, ma non riusciranno a trovarli, se li avremo messi in salvo. Coraggio. Le stelle tra un po’ saliranno a darci una mano. Sono nostre amiche. Coraggio, forza, tutti assieme. Voi sul ponte della nave. Voi qui giù a caricare i cavalli. Uno di vedetta sulla collina a vedere che non arrivi nessuno. Sbrighiamoci. Dobbiamo svuotare il carico prima che faccia giorno.

VOCE F.C.: Coloro che hanno tradito la santa fede e hanno profanato il santo battesimo, siano banditi dalla comune società: siano esentati dalla testimonianza in tribunale, non abbiano parte nei testamenti, non ereditino nulla e da nessuno siano indicati come eredi.
Per coloro i quali contaminarono la fede, non sia cancellata la vergogna dei costumi con la penitenza, la quale solamente per gli altri crimini occorre per giovare.

(casa di Ipazia, all’alba)
IPAZIA: Ancora due minuti. Sono stanca. Sono troppe notti che dormo un sonno senza riposo. Tremo ad ogni rumore. Vedo sempre peggio. La vecchiaia deve essere così. Non so più nemmeno se sono vecchia. Il calendario sembra impazzito. La meridiana segna un’ombra impossibile da decifrare. Piangerei se sapessi farlo. Ho sognato mio padre. Lo sogno sempre più spesso. Stavamo ore e ore chini sugli stessi fogli di carta. Parlavamo sottovoce. Quante parole che io da bambina non capivo. Provavo a trattenerle. Tendevo i muscoli sino ad avere le braccia e le gambe indolenzite. Mi allungavo nello sforzo. Diventavo più alta, altissima. Poi crollavo a terra esausta. Quando riaprivo gli occhi. Mio padre era li a fissarmi. A sorridermi.
Ho sognato che distruggevano a bastonate i nostri strumenti, il mio astrolabio, il mio idroscopio. Pezzo per pezzo. Bastoni a spaccare tutto. Ho sognato che bruciavano i nostri libri. So che accadrà davvero. Io non sono capace a predire il futuro, io metto solo in fila la logica. Per questo devo andare. I miei allievi mi aspettano.

VOCE F.C.: A nessuno sia accordata facoltà di compiere riti sacrificali, nessuno si aggiri attorno ai templi, nessuno volga lo sguardo verso i santuari. Si identifichino, in particolar modo, quegli ingressi profani che rimangono chiusi in ostacolo alla nostra legge così che, se qualcosa incita chicchessia ad infrangere tali divieti riguardanti gli dèi e le cose sacre, riconosca il trasgressore di doversi spogliare di alcuna indulgenza.

(2° flash back)
IPAZIA: Dove siete? Dove siete?
Eccovi, temevo di avervi perso. Sbrigatevi. Le stelle sono alte in cielo. C’è luce. Noi vediamo perché sappiamo seguire le stelle. Loro non vedono nulla. Loro sono piccoli. Dentro le loro piccole case. I loro piccoli palazzi che sembrano capanne scosse dal vento della loro stessa paura. Se c’è un Dio non è sopra di loro. Se c’è un dio è sopra noi tutti. Guardate che i libri siano tutti giù, sulla banchina del porto. Non lasciate tra le onde neppure un piccolo foglio di carta. Se ci fosse il loro dio avrebbe le mani scure di inchiostro. Gli occhi rossi dalla stanchezza di leggere. Lui avrebbe letto tutti i libri del mondo. Il loro dio. Se ci fosse. Avrebbe posto per tutti i libri di Alessandria. Se ci fosse. Ve lo prometto. Non li bruceranno questi libri. Non saranno cacciati d’Alessandria. Ricordatevelo. Questa città morirà, quando l’ultimo libro sarà perduto. Questa città resisterà a tutto. Anche a loro. Anche al loro Dio, se riusciremo a salvare anche solo una pagina del nostro passato, del nostro sapere. Questa città non morirà. Ve lo prometto.

VOCE F.C.: Nessuno, di qualunque genere, ordine, classe o posizione sociale o ruolo onorifico, sia di nascita nobile sia di condizione umile, in alcun luogo per quanto lontano, in nessuna città scolpisca simulacri o offra alcuna vittima innocente agli dèi o bruci segretamente un sacrificio ai lari, ai geni, ai penati, accenda fuochi, offra incensi, o apponga corone a questi idoli. Poiché se si ascolterà che qualcuno avrà immolato una vittima sacrificale o avrà consultato viscere, sia accusato di reato di lesa maestà e accolga la sentenza competente.

(mattina, Ipazia esce di casa)
IPAZIA: La strada è lunga. Io leggo camminando. Come se il libro non fosse un impedimento, ma una specie di bussola. Conto le pagine e so esattamente dove sono. Tre pagine ed ecco che ho alle spalle il mio giardino. Dieci pagine e la casa della mia vecchia nutrice. Quante mattine ho passato con lei. Che sia morta prima di vedere tutto questo è una consolazione. Persino una gioia. Mia cara bambina, mi diceva sempre. Tuo padre è un uomo pieno di ingegno ed è un uomo buono. Ma è pur sempre un uomo, non sa cosa serve ad una bambina, ad una donna. Nel tuo mondo tieni sempre un posto per il cuore. Noi donne non siamo deboli. Siamo solo diverse. E rideva, Dicendomi questo.
Anche fra le stelle ci sono stelle diverse, stelle donne. L’ho imparato crescendo. Ho visto stelle dalla luce più tenue, dal corpo più sottile. Stelle che sembravano sempre sul punto di spegnersi. Sempre sul punto di essere spinte giù dal cielo dalle altre più grandi. Invece, passano gli anni, soffia il vento dello spazio a spazzare via la loro luce, ma loro sono ancora lì. E sembrano sempre più belle, anno dopo anno. E saranno lì per sempre. Come noi. Come me.
Leggo. Leggo e cammino. Leggo i loro testi. Per capire quello che scrivono. Ma non capisco. Cosa è successo? Loro ci sputano in faccia i loro insulti. Hanno creato un muro d’odio. Oggi lo chiamano chiesa. Domani come lo chiameranno? Hanno immaginato un dio guerriero e hanno deciso che era il loro dio. Buono e giusto. E’ questo che mi rattrista di più. L’inganno al pensiero, alle menti. La fede e la speranza sporcate dalla paura. Paralizzate dal terrore.
Dio non è solo vostro. Mi verrebbe da urlare. Dio non è così. Vorrei gridare. Ma le urla non mi appartengono. Non amo il ferro sbattuto contro il ferro, non amo il rumore della battaglia. Vorrei fermarmi a parlare con loro. Spiegare, spiegarmi. Aprire le nostre menti. L’ho fatto mille volte con i miei allievi. Tante volte. Prima gli occhi sgranati di chi non capisce, poi la scintilla del dubbio e infine il sorriso felice di chi ha fatto un passo in avanti. Leggo e mi pare di vederli. Li vedo sui muri bianchi dove loro scrivono insulti. Li vedo dietro le finestre che si chiudono mentre io passo. Nelle persone che mi urtano apposta. Sempre più violente. Li vedo appena alzo la testa dai miei fogli. Non so più di chi devo aver paura.
Sento che c’è sempre meno gente che mi segue. Cosa è successo? Una volta persino chi governava la città veniva a chiedermi consiglio, il mio giudizio aveva un peso nelle loro decisioni. E adesso? Intorno a me non c’è più nessuno. I miei allievi inventano bugie: dicono che oggi uno è malato, un altro forse verrà domani. Mi dicono: non ti preoccupare, passerà. Non ci potranno perseguitare. Non potranno farci del male. Loro sanno cos’è il dolore, ai tempi di Roma sono stati costretti a pregare nelle catacombe. Non faranno a noi questo? Dicono così i miei allievi. Ma loro sono giovani e illusi. Non sanno come può essere pericoloso un dio partorito dal rancore.
Un’ombra mi passa vicino. Alzo la testa di scatto. Mi giro intorno a guardare. Devo solo arrivare alla mia scuola. Ritrovare i miei allievi. Pensare. Ma io non riesco più a pensare.
Li vedo. Ora li vedo. Sento le voci e non è un sogno. Affretto il passo. No! Mi fermo. Non voglio dar loro nemmeno questa soddisfazione. Mi fermo con calma a sfogliare le pagine del libro. Li sento, però. Dicono che sono sfrontata. Che sono una pazza. E’ quella la strada che prenderanno. La pazzia. Lo so già. La luce non sarà ancora cambiata sui muri della case, le ombre non saranno ancora troppo lunghe che io sarò la pazza del villaggio. L’eretica. Parola nuova. L’hanno inventata loro. Libri con lunghi interminabili elenchi di eretici: ecco cosa ci riserva il futuro.

VOCE F.C.: È sufficiente infatti per l’accusa di crimine il volere contrastare la stessa legge, perseguire le azioni illecite, manifestare le cose occulte, tentare di fare le cose interdette, cercare una salvezza diversa da quella cristiana, promettere una speranza diversa.

(3° flash back)
IPAZIA: È una notte tranquilla questa e c’è un cielo pieno di stelle. In una notte così mio padre mi portò sul tetto della nostra casa a guardarle. Lui non smetteva mai di cercare, di inseguire l’ordine supremo che gli sfuggiva. Se loro sapessero che il primo a parlarmi di Dio è stato lui. Ma era un Dio che univa, non che divideva. Mi diceva che i pianeti non girano a caso inseguendo l’istinto come gli animali della foresta. Per farmi capire usava spesso la metafora degli animali. Sapeva che mi piacevano le favole. E così mi parlava delle stelle e delle piante, chiamandole con i nomi degli animali del nostro giardino. Così i pianeti non erano più animali impazziti, ma obbedivano tutti ad un ordine superiore. Quale fosse quest’ordine non lo sapevamo allora.
E io dubito di saperlo ora. Ma quella fu una cosa bellissima. Non riesco a spiegarla. Ricordo solo una sensazione di pace. Me ne stavo spesso da sola rannicchiata sul tetto a fissare le stelle. Cercare era quello che anch’io volevo fare.
Cercare, guardare, capire.
Basta parlare. Andiamo, che la città dorme ancora. Non svegliamo quelli che non devono essere svegliati. Non è notte da prendere alla leggera. Questa notte morde.

VOCE F.C.: Se qualcuno ha venerato opere mortali e simulacri mondani con incenso e, ridicolo esempio, teme anche coloro che essi rappresentano, o eretto altari con zolle scavate alle vane immagini, sia accusato di ingiuria alla piena religione (cristiana), e reo di violata religione. Sia multato nelle cose di casa e nel possesso, essendosi reso servo della superstizione pagana.
Tutti i luoghi poi nei quali siano stati offerti sacrifici d’incenso siano requisiti.

(mattina, per strada)
IPAZIA: I pochi amici che incontro fanno quasi finta di non vedermi. Se mi parlano mi dicono: stai in casa, ti verremo noi a trovare. Non li vedi? Sai che ti odiano? Certo che lo so. Certo che li vedo. Proprio per questo esco. Voglio vederli negli occhi. Voglio inseguirli io. Sono io la cacciatrice. Non nasco per finire su un altare, agnello di un sacrificio che non riconosco. E poi mi torna di nuovo in mente il mio incubo. Sono molte notti che mi perseguita. Sapete cos’è una cella di un metro per due scavata dietro il muro di una chiesa? Lo sapete com’è stare sempre al buio? In una gabbia di pietra che ti si spalma addosso.
Questo è il mio incubo.
Sono chiusa nella mia paura, prigioniera, peggio che sepolta. Non mi muovo. Cado in ginocchio ma non sento dolore. Un filo di sangue mi risveglia per un attimo. Ma è solo un sogno, mi dico. Poi appare mio padre. I miei allievi sono ombre, non sono qui con me. Vedo i loro uomini dappertutto. Ombre dietro le finestre. Monaci. Uomini del vescovo. Urlano “Dio è con noi!” Ho paura. Il cuore mi batte forte. Sento il ferro nella carne. Devo svegliarmi da questo sogno. Da questo orribile incubo. Calmati, calmati. Mi dico. Ma sono muta.
E poi mi sveglio.
Vado verso la scuola. Un’ombra scivola alle mie spalle e affretta il passo sull’altro lato della strada. Un carro me lo porta via dagli occhi. L’avrò immaginato. Mi passo una mano sugli occhi. Riapro il libro che avevo chiuso. Tra poco sarò a casa. Nella mia vera casa, la mia scuola e prima ancora la scuola di mio padre e prima ancora la scuola dei maestri di mio padre.
Tra poco sarò a casa.

VOCE F.C.: Io, Cirillo, vescovo di Alessandria, ti imploro: mio Imperatore, dammi la terra purificata dagli eretici e io ti ricambierò con il cielo. Annienta con me gli eretici e io annienterò con te i persiani!

(4° flash back)
IPAZIA: Aspettate. Non sono più una ragazzina. Non sono come voi. Non posso pensare di attraversare la notte in sella a un cavallo bianco come avessi vent’anni. La fatica mi pesa addosso. Ma non sono sempre stata così sapete? No, la vostra maestra è stata giovane. Sono stata giovane e dicono pure bella. Bellissima mi ha scritto qualcuno. Non ci ho mai creduto sino in fondo. La vanità è una colpa solo per quelli che sono arrivati adesso. Solo un dio senza occhi può metterla tra i peccati. La vanità è solo un dolce pensiero che serve alle donne per passare le ore più buie. Anche la vostra maestra è stata vanitosa. E me ne vanto. È una delle colpe che ora mi sputano addosso. Se è una colpa, si, allora sono colpevole. Sentite quello che dicono? Mi rimproverano di girare per strada con voi senza vergogna. E di cosa mi dovrei vergognare? Di essere una donna? Andate. Io mi fermo un po’ qui a riposare. Si. La strada la so. Dove stiamo andando è casa mia. Lì troveremo tutti un po’ di pace. Io, voi e i nostri libri. Andate io socchiudo solo gli occhi un attimo.
Con gli occhi chiusi vedo bene quello che i miei allievi non possono neppure intuire. Non ci saranno feste per noi che abbiamo salvato i libri di Alessandria. Non passeremo sotto l’arco di trionfo. Il nostro esercito non riprenderà più le armi. Abbiamo teste chine. Facce disperate. Illuminate dal rogo della carta. Prigionieri di corde e catene. Non ci saranno danze per noi, Non apparecchieranno tavole in festa. Solo il rumore dei loro passi ritmati. Il suono ossessivo delle loro preghiere a picchiarci contro il petto. Dio è con noi, dio è con noi, dio è con noi… Non posso stare qui seduta ad aspettare la fine, a vedere morire il pensiero. Non posso.

VOCE F.C.: La Chiesa di Dio è costantemente minacciata da “eresie”, da dottrine immonde e sacrileghe, dai senza Dio, pieni di stoltezza, eccesso, smisurata ignoranza, insensatezza e depravazione. Queste persone sono altamente sacrileghe, sono calunniatrici e ingannatrici di diritto, sono minate dai fermenti della malvagità e gravemente affette da ignoranza di Dio. Il loro massimo grado di stupidità e la loro follia li porta a professare dottrine di origine diabolica. L’oltraggio che recano a Dio li farà precipitare nell’inferno se non avranno fatto già in questa vita una brutta fine.

(nella scuola, pomeriggio)
IPAZIA: Nessuno. Nessuno. Non c’è più nessuno. Ho camminato sin qui con la speranza di avere ancora qualcuno con cui parlare. Nemmeno insegnare. Ora mi basterebbe parlare. Ma i miei amici più cari in questi giorni di terrore stanno sprangati in casa. Come se la paura li potesse salvare. Per strada la gente ride della donna picchiata, della donna a cui urlano strega. Non sanno che poi toccherà agli uomini con pochi capelli. Poi a quelli troppo grassi. Poi a chi ha la pelle troppo scura o troppo chiara. A chi è diverso. Ci aspetta il regno dei folli. Quando gli uomini si credono Dio. Torri che diventano campanili. Templi che diventano cattedrali.
Bruceranno i libri. Poi bruceranno le scuole. Le statue. Poi bruceranno noi. Lo so. Lo so. Ho provato ad urlarlo. Ma le mie grida mi sono tornate indietro. Schiaffi d’indifferenza.
Amo questo posto. Amo i libri che sono qui. Ci sono cresciuta. Basteranno i ricordi a proteggermi?

VOCE F.C.: Avanti dunque con le ondate dirompenti di questi uomini… avanti con i pettegolezzi e le chiacchiere senza senso, con parole abbellite da chimere e inganno! Oh Dio! Annienta con me gli eretici.

(5° flash back)
IPAZIA: Il primo raggio di sole mi sveglia. Mi acceca. Provo a coprirmi gli occhi con la mano e sento le lacrime. Lo stomaco mi brucia. Le lacrime mi dicono di fermarmi ancora. Il fisico mi cattura nella sua vecchiaia. Devo andarmene. Mi devo alzare questa pietra. Prendo le briglie del cavallo.
Il sole mi indica la via. C’è una bell’aria. I libri sanno di polvere e di rugiada. Sanno di felicità. Non c’è nessuno dio che possa odiare questo odore. Vedo i gabbiani giocare con le onde del mare. Sento il sale sulla pelle. Ho voglia di mettere i piedi sulla sabbia. Il sentiero è ripido. Ricordo mio padre, quando lo convincevo a venire qui. Ricordo quando dopo essermi buttata in mare giravo la testa tra le onde per vedere se lui era lì sulla spiaggia ad aspettarmi. E si, lui era lì ad aspettarmi!
Ho voglia di un’altra alba tutta per me. I libri sono in salvo. Vorrei pensarmi in pace adesso.

VOCE F.C.: Se non si convertono, il Signore farà luccicare la sua spada contro di loro. Essi sono il culmine della malvagità. La loro gola è davvero una tomba spalancata… le loro labbra celano veleno di vipera. Rinsavite, voi ebbri. Dio è con noi!

(nella scuola, sera)
IPAZIA: Chi siete ? Chi siete? Non voglio vedere nessuno. Lasciatemi in pace. Bussano ancora. Andate via. Andate via. Sono loro. Vogliono che diventi cristiana. Mi hanno offerto dei soldi per questo. Soldi per la mia scuola. Ma io non posso farmi comprare. Se mi faccio comprare non sarò più libera e non potrò più studiare. La religione, qualsiasi religione, qualsiasi dogma o ideologia, se non ti permette di pensare diventa una gabbia che ti soffoca. Giro tra i banchi vuoti. Quante giornate passate qui con i miei allievi. Non possono avermi abbandonato anche loro. Ancora quei rumori. Ho paura di tutto. A questo mi hanno portato. Vedo ombre e teste incappucciate dove prima c’erano gli alberi del giardino. Sento passi furtivi dove prima c’era la corsa allegra dei miei allievi finite le ore di lezione.
Chi siete? Chi siete? No. Non sono mani amiche quelle che bussano alla mia porta. Vorrei urlare che non ho paura. Dire che siamo in tanti qui dentro. E che ci difenderemo. Ma sono sola, e loro lo sanno.
Chi siete? Chi siete? Fiamme e urla! Fiamme e urla! Fiamme e urla!
Piego la testa, mi rannicchio.
Lingue di fuoco che mi inseguono.
Ho paura. Ma non ho paura di Dio.
Ho paura di loro.
Vorrei ammettere tutte le colpe del mondo se servisse a qualcosa. Se servisse a fermare le mani e i pugni. Botte. Calci. E sassate che mi tagliano la pelle. Il mio corpo si assottiglia. Sono trasparente. Ma io voglio continuare ad essere.
Forse basterebbe aprire gli occhi. Ma non ho più gli occhi. Me li hanno strappati via.
Girano le immagini. Il mio sorriso di bambina, la faccia serena di mio padre, le risate a scuola, le voci.
Ripeto i nomi delle stelle che ho amato. Penso all’ordine dell’universo.
Le pagine del mio libro bruciano con me.
Poi più nulla. Solo fiamme. Fiamme e urla. Le urla della loro sconfitta.
Non ascoltate quello che vi diranno. Vogliono che io sparisca nel nulla. Per questo diranno che me ne sono andata, che sono fuggita. Per questo diranno che nessuno ha visto quello che mi hanno fatto, nessuno ha sentito. Non gli credete! Bruciano il mio corpo e i miei scritti perché non vogliono che resti nulla di me. Ma si sbagliano. Il pensiero non brucia! Ricordatevelo.
Io vi vedo amici miei. Sono lì con voi. Che correte veloci aggrappati ai vostri cavalli. La notte ci porterà al mare. Liberi. Il vento nelle vele. Una nave piena di libri. Parole ai remi. Numeri al timone. L’ordine delle nostre teste a darci la rotta.
Troveremo un posto per ricominciare.
Un’altra alba ci aspetta.
E non voltatevi mai indietro. A vedere il mio corpo che brucia.
Il pensiero non brucia.
Io adesso voglio solo salire sul tetto della mia casa guardare le stelle.
Mio padre è lassù che mi aspetta.
Lo so.