Si scrive “Il Fatto” ma si legge “Pravda”

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“Bravo questo Jacoboni, lo spedirò a contare le betulle in Siberia”

Alla memoria di Anna Politkovskaya

Non è una notizia che un giornalista italiano si faccia vestale di qualcuno, padrino o partito che sia e Marco Travagliov, vergine anche dal punto di vista etico e penale, per quanto inviso e sospetto a Giuseppe D’Avanzo, non fa eccezione.

Noto da tempo, infatti, che il direttore del Fatto si è assunto l’onere di spiegare al Paese l’eccezionale preparazione, bravura, lungimiranza, intelligenza, saggezza, onestà onestà del Movimento 5 Stelle nelle figure dei suoi leader.

La notizia è invece che, contraddicendo il principio “canis canem non est” (cane non mangia cane), il Travagliov abbia sbranato un paio di colleghi de La Stampa: Marco Mignogna e Jacopo Jacoboni.

I due, colpevoli di aver avanzato dubbi circa la innocente e salvifica presenza di militari russi che sarebbero volati in Italia a soccorrere gli incapaci o impotenti o poco numerosi medici italiani – Travagliov conosce le statistiche circa il crollo demografico in Russia e la non proprio eccezionale durata media della vita, lo dubitiamo – si sono meritati i suoi sberleffi, modello Pravda.

Travagliov, che tralascia di esaltare la capacità russa di valorizzare i giornalisti locali col piombo, ricorda benissimo la presenza di Putin al fianco di B., ma non ci fa capire di cosa sarebbero colpevoli i due colleghi del giornale torinese nel merito.

Travagliov poi, sublime in questo, rammenta ai due incauti i rapporti degli Agnelli con l’Unione Sovietica, tralasciando che fossero benedetti – e pure De Benedetti c’entrava – da Henry “pioggia di sangue” Kissinger, non proprio uno qualunque. Certo se Travagliov mi fa vedere che anche oggi il vecchio Henry soffia nelle orecchie di Di Maio o di Conte la stessa strategia che permetteva all’Avvocato Gianni Agnelli di fare la figura del leone nella nostra povera Repubblica, mi ritiro in buon ordine e smetto di scrivere una sola parola nel blog. Tra parentesi ci fu un tempo in cui Travagliov la pagnotta se le guadagnava pagato da l’Ingegnere, fino a quando D’Avanzo riuscì a sopportarlo.

Oggi, Travagliov, dopo che Jacoboni, giustamente turbato dalla lettera che S.E. l’Ambasciatore Sergey Razov ha fatto arrivare a La Stampa lamentandosi del trattamento riservato alla propria amata Patria, dovrebbe quanto meno interrogarsi, indignarsi non ne sarebbe capace, del perché l’Orso russo si sia risentito (Evvai Jacoboni…).

Escluso che Razov abbia scritto al direttore de La Stampa senza consultarsi con Putin e chi sa quanti altri simpatici italo-russi, Travagliov dovrebbe drizzare le orecchie o quantomeno chiedersi se le sue manganellate non abbiano incoraggiato S.E. a un gesto irrituale. Non mi risulta infatti che al tempo del lettone di Putin e degli attacchi alla interpretazione del concetto di “libertà di stampa” elaborato al Cremlino, un ambasciatore russo abbia protestato presso la direzione dei quotidiani nazionali; non penso alla carta da cesso di Feltri o di Belpietro ovviamente.

Direbbe Smiley, che forse Travagliov non ha capito bene, Jacopo Jacoboni deve avere toccato un nervo scoperto, e di questo ne siamo convinti, come siamo convinti che fare da trombetta al Movimento 5 Stelle sia come tentare di far parlare un morto.

A Jacoboni un pensiero affettuoso, tutto ciò passerà e al travaglio usato Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Non reputo necessario riprodurre l’articoletto di Travagliov giacché davvero misero, riproponendo la lettera di Razov, futuro blogger del Fatto Quotidiano?

A Travaglio ricordo che con la Russia e Putin non c’è proprio da scherzare e da dimenticare.

Alberto Massari

Estratto di articolo di Marco Travaglio per ”il Fatto Quotidiano” dove si evince che Travaglio corre in soccorso di Di Maio e Spadafora, quest’ultimo attaccato dai colleghi del Fatto, a riprova del fatto che uno può dire che si da fuoco per amore di uno che prende 6 anni e mezzo e che diventa “ex amico” da un giorno con l’altro.

“L’ altro giorno alcuni giornali, fra cui il Fatto e il Corriere (con Gian Antonio Stella) hanno segnalato il pericolo che il ‘governo del cambiamento’ riciclasse alcuni vecchi gattopardi galleggianti: come Vincenzo Fortunato, già potente capo di gabinetto di ministri di destra (Tremonti) e di centrosinistra (Di Pietro), ora avvocato di grandi gruppi. I boatos lo davano in pole position come segretario generale a Palazzo Chigi grazie all’ amicizia con Giancarlo Giorgetti. Ma ora il premier Conte, si spera anche grazie a quanto ha letto sui giornali, ha deciso diversamente.

Lo stesso è accaduto, per un fatto molto più trascurabile, nel M5S . Nei giorni della difficile gestazione del governo, il Fatto ha pubblicato ritratti al curaro di alcuni papabili ministri, fra cui il dimaiano Vincenzo Spadafora. Su di lui non gravava alcuna questione penale o morale: quelle vecchie intercettazioni con l’ex amico Balducci erano state ritenute irrilevanti dagli stessi pm, che non ritennero di ascoltarlo neppure come testimone. Ma andavano conosciute, per dovere di cronaca: la nostra prima e unica bussola.

Dopo quell’ articolo il braccio destro di Di Maio, che per quel poco che sappiamo è un politico competente e corretto, è uscito dalla lista dei ministri, dove non avrebbe sfigurato: forse darà il suo contributo come sottosegretario. Se la stessa attenzione (o anche un po’ meno) alle questioni di opportunità, oltreché a quelle penali e morali, l’avessero usata i vecchi partiti, forse non sarebbero finiti come sono finiti.”

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