Grazie al NYT Fabio Bucciarelli ci racconta ciò che al solito non vogliamo vedere

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Marco Dotti e Angelo Zaccone, due intellettuali studiosi di linguaggio e dei media, tra le altre cose, utilizzerebbero parole più appropriate delle mie per descrivere sia il lavoro di Fabio Bucciarelli sia la ragione per cui il fotogiornalismo in Italia è bandito.

Certo scorrendo le immagini che il NYT pubblica si ricava un’immagine della Lombardia che non è quella che amava presentare il governatore gaglioffo di turno o il sindaco impegnato in un EXPO; la Lombardia che conosco perché nella povertà delle campagne ho vagato nel tempo libero e non mi stupisce vederne la semplicità negli arredi domestici e negli abiti di chi la abita.

Bucciarelli ha consuetudine con la morte e sa muoversi con abilità e umiltà in mezzo al dolore e al pericolo. Si tratti del corpo di Gheddafi, che primo al mondo fotografò, o quello di semplici cittadini “Covid”, le immagini che ci offre  mostrano il rispetto che l’autore porta per i vivi e per i morti, perché è la verità quella che cerca, qualunque cosa essa sia.

Bucciarelli non parlò molto la sera in cui ebbi la fortuna di conoscerlo, si limitò ad annuire quando gli riconobbi soprattutto l’abilità ad arrivare per primo al cospetto del cadavere del Colonnello e soprattutto a tornare incolume dalla prima linea di una guerra “mentre i giornalisti che scrivevano della battaglia stavano a 120 km dal fornte in albergo”, questo lo volle ribadire. Ma anche altro disse al Festival dei nuovi media che nella primavera del 2012 si tenne a Dogliani, in particolare ribadì che “in Italia di fotogiornalismo non interessava un bel niente a nessuno, mentre nei paesi anglosassoni il fotoreporter aveva la stessa dignità e riconoscimenti del giornalista”.

Il perché, senza scomodare i due “giornalisti” intellettuali, non è difficile da capire, basta scorrere le immagini che ho rubato al NYT e che riporto qui fino a che non mi verrà chiesto di rimuoverle. Spero non accada.

I pochi lettori devono riflettere ancora una volta sullo stato dell’informazione nazionale, sullo spirito iconoclasta, mi si permetta il termine, che lo pervade. Spirito che non punta certo a spingere il lettore a cogliere qualche pura e invisibile essenza della verità, semmai al contrario a occultarla.

Basta così.

Con l’augurio che il coraggio di Fabio Bucciarelli ci doni ancora tanti tanti farmmenti di verità e che la morte e il dolore si mettano in posa sempre e solo di fronte al suo obiettivo.

Alberto Massari