Il masochismo feroce del sapiens: fra climate change e coronavirus – Sopravento

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La giovane Greta ha scosso i cuori dei giovani (e non solo) su un tema tanto controverso politicamente quanto evidente e lineare scientificamente: il climate change. Ampliando il concetto (ma neanche troppo, perché l’uno è conseguenza dell’altro), potremmo dire che l’impatto delle attività umane sull’ambiente intorno a noi è uno dei temi caldi del momento. O meglio, lo era, prima che il COVID-19 fagocitasse il mondo dell’informazione e le arene pubbliche. Ci si domandava, un paio di mesi fa, se la calotta artica potesse reggere, se la desertificazione delle aree tropicali non fosse imminente, se la Corrente del Golfo sarebbe cessata, se l’alterazione salina delle acque potesse avere impatto sulle specie acquatiche. Tutte preoccupazioni nobili e importanti, anzi direi fondamentali per la futura abitabilità del pianeta. Ma fra le varie preoccupazioni connesse al climate change, prima dell’ondata Coronavirus e del rapporto del WWF, certo non vi erano le pandemie. Non per complotto e inettitudine: ci si pensava semplicemente poco, presi da altre “catastrofi” che apparivano più imminenti o disastrose. Ma da qualche giorno il messaggio sta passando: l’impatto ambientale dell’uomo può favorire, oltre al breve ed incompleto elenco sopracitato, l’insorgenza di nuovi microorganismo patogeni e dunque di nuove epidemie.

Come? Prendiamo un esempio ben noto, apparentemente lontano dal tema coronavirus. Già dal 2010 diversi articoli (fra cui questo: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27367318 e questo: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29706437) enfatizzano come la malaria vada diffondendosi in zone collinose e montuose prima liberi della patologia. Questo avviene, secondo molti scienziati, perché l’aumento delle temperature medie in quota determinato dalle attività antropiche ha favorito la diffusione del vettore, la zanzara anofele, ben oltre le altitudini che normalmente le spetterebbero, trovandosi di fronte a popolazioni non venute precedentemente a contatto con la malattia: praticamente una dispensa aperta e ben fornita per il nostro parassita. Ma non solo climate change. Un punto ancora più importante, di cui il cambiamento climatico è ovvia conseguenza, riguarda l’impatto fisico delle attività umane sull’ambiente e sul territorio. L’uomo ha modificato irreversibilmente la geografia fisica del territorio in cui vive, aprendo canali ove c’erano chilometri di terra, trivellando montagne, eliminando ostacoli e barriere naturali, riducendo l’area di boschi e foreste per far spazio a fabbriche e città. L’insieme di modificazioni nella geografia fisica e delle nicchie biologiche esistenti possono favorire l’insorgenza di epidemie e pandemie e addirittura facilitare il tristemente famoso “spillover” o “salto di specie” che abbiamo visto nel caso del COVID-19. Vediamo qualche esempio di come ciò potrebbe avvenire.

Nel caso della malaria, oltre all’aumento delle temperature, un fattore importante sembra essere l’allevamento intensivo. Zone prima non irrigate vengono trasformate in risaie, riempite d’acqua in infinite distese di campi monocultura. Anche solo questa attività, che di base considereremmo “una bella bonifica” in senso positivo, può creare pericoli. Perché l’acqua e le piante acquatiche sono l’ambiente perfetto dove la zanzara anofele può riprodursi. Dunque, le temperature aumentano, le zanzare volano in quota ed in quota trovano anche campi sterminati pieni d’acqua. Una vera pacchia.

Passiamo all’esempio della deforestazione. La deforestazione (quella selvaggia alla “bolsonera”) produce tre effetti principali sulla fauna e la flora che possiamo riassumere in: riduzione dell’areale e conseguente affollamento; riduzione delle risorse e competizione (e dunque vicinanza) fra specie che occupavano nicchie biologiche diverse; stress fisico indotto dalle due precedenti condizioni. Pensatela da un punto di vista virale: gli animali sono più vicini fra loro sia all’interno della specie, in cui il virus può dunque diffondersi in abbondanza, e sia sono vicini le diverse specie tra loro, incrementando enormemente la possibilità che il virus possa pian piano infettare sempre più specie e costituire un robustissimo “serbatoio biologico”. Oltre ciò gli animali, stressati e deprivati, sono prede più facili da attaccare. E più virus c’è in natura, più singole particelle virali si riproducono nel loro serbatoio biologico, più è statisticamente alta la probabilità che insorga una mutazione casuale che favorisca l’attecchimento del virus anche negli umani. Ma gli umani non vivono nelle foreste, mi si dirà. No, almeno la maggior parte non ci vive, sono gli animali ad avvicinarsi sempre più. Con meno areale di vita a disposizione, e più competizione per le risorse ridotte, molte specie tendono ad avvicinarsi all’uomo, per banchettare dei nostri ingenti rifiuti alimentari o per intenerire qualche stolido turista. La conseguenza non credo di doverla spiegare, se mi avete seguito fin qui.

Prendiamo infine un altro tipo di attività. Pensiamo a quando l’uomo elimina barriere fisiche per favorire trasporti, impianti, vie commerciali. Se spianiamo una montagna che divideva due valli, non abbiamo creato solo un passaggio per noi e per le nostre merci, ma anche per specie che prima erano fisicamente separate, e che dunque possono entrare in contatto. Un virus che si sviluppa nella popolazione “a destra” della montagna avrà improvvisamente accesso anche a tutta la popolazione “a sinistra” della montagna, raddoppiando in un colpo solo l’abbondanza delle sue possibili prede, con tutti gli inconvenienti già esposti nel precedente capoverso.

Arrivati qui vi chiederete perché io abbia aggiunto il fardello di questa disamina al vostro animo già appesantito dalla quarantena. Lo faccio per accendere un piccolo spunto di riflessione: come in fisica newtoniana così in biologia, ad ogni azione corrisponde una conseguenza. Solo che mentre i fisici possono osservare i loro fenomeni in archi di tempo limitati, da qualche ora a qualche microsecondo, i biologi devono aspettare anni e decenni prima di capire che diavolo gli uomini abbiano scatenato. Il senso non è fermare le attività umane, per carità, il ritorno al medioevo non è un’opzione percorribile né realisticamente né ideologicamente! Ma ragionare un secondo di più prima di intraprenderle si. E ancora meglio, fare un qualcosa che viene spesso ritenuto un inutile drenaggio di risorse ma che è invece essenziale: il costante, capillare e severo monitoraggio delle conseguenze. Quando trasporto una coltura in quota per sfruttare un nuovo territorio, devo studiare, costantemente, come lo modifico. Come cambia il microbioma del terreno? La sua composizione chimica? Come reagiscono la fauna e la flora locali? Come cambiano le abitudini degli animali data la nostra presenza?

Sembrano domande che interessano solo a qualche curioso ed indefesso studioso, mentre sono la sola arma che abbiamo non per prevenire quanto per attrezzarci, prepararci, indirizzarci contro le crisi, impreviste per definizione.

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