L’Arte che unisce e abbatte il pregiudizio – Liora Sinigaglia

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Il testo di Liora Sinigaglia accompagnava la mostra della quale sono pubblicate le locandine; la ragione dell’esposizione, condivisa e sostenuta, si riassume nella volontà o nella fede di dovere lavorare per “abbattere barriere e pregiudizi”, sia per mezzo dell’espressione artistica o del dialogo, sia in generale per mezzo della cultura che ci identifica sia nelle differenze, poche, sia nelle somiglianze, quasi tutto; intendo i popoli del Mediterraneo e non solo.

La redazione

Mi accingevo a scrivere questi miei pensieri e, “incontro” questa frase: “Il problema della sopravvivenza di una società consiste nell’assicurare la trasmissione delle conoscenze e dei valori che essa ritiene essenziali” (Philippe Ariès)
Un anno e mezzo fa un’amica, Maria Grazia Cavallo, mi sottopose delle sue fotografie che aveva scattato durante l’estate in un viaggio in Terra d’Israele non immagini di una fotografa professionista, tantomeno con elevato valore tecnico.
Immagini che invitavano a ritrovare la capacità di credere, trasmettendo il modernismo e la religiosità di Gerusalemme, luogo di culto e simbolo dell’attitudine assoluta a mescolare uomini, donne, bambini, etnie e religioni.
Un racconto e da quel racconto ho immediatamente creduto che potesse nascere una Mostra.
Maria Grazia, donna, un figlio, mamma-lavoratrice, sorda e una grande passione: la fotografia. Elabora la sua sordità in una forma di comunicazione speciale quasi diversa, cerca di farsi comprendere e di farsi ascoltare, dando vita a immagini che immortala con la macchina fotografica.
E, così non nascondo con un po’ di fatica, sono riuscita a coinvolgerla alla realizzazione di una mostra che ha come sottotitolo “il viaggiare per fotografie”.
Inizialmente le foto erano ovviamente tutte a colori, ma non credevo che in quei colori così intensi si potesse trasmettere in maniera esaustiva e autorevole quello che io “vedevo”, quel trasmettere di Maria Grazia. Con un attento lavoro di post-produzione, ho incaricato un tecnico, che le elaborasse tutte in bianco nero con un viraggio seppia e, volutamente senza alcun titolo alla singola foto, almeno nel contesto della personale che stavo ideando: doveva essere un percorso, un viaggio, un racconto in cui lo spettatore avrebbe dovuto farlo suo.
A quell’Agire sulla percezione di un’immagine, modellandola, svelandola, facendola respirare, esaltando la sua struttura statica fino a conferirle quel dinamismo mobile che rievoca concetti passati e presenti mancava qualcosa: il sapore del “tempo vissuto”.
La fotografia dovrebbe essere supporto del passato, di cui mantiene lo status, esaltandone valori e forme, che proietta in un presente che si mescola, si trasforma, si sovrappone, si assoggetta alle leggi della multiculturalità e multi religiosità.
Tramite Maria Grazia che non è una fotografa professionista, ma una delle tante anime della fotografia, un’anima che aveva saputo cogliere e scegliere il momento in cui un potenziale ritratto, acquisiva un significato ai suoi occhi e lo aveva trasformato da “spazio immaginario” a “spazio amico di vita”.
Nelle sue foto non esiste “posa”, la fotografia è la simultanea interpretazione di un “fatto”.
Maria Grazia visita Israele nell’estate del 2018 e, come lei stessa mi dice, rimane coinvolta dal fascino incantatore di una Terra che è Madre della storia.
È particolarmente colpita da Gerusalemme, dove bellezza, religione e storia s’incontrano… Immortala con l’obiettivo non solo monumenti e luoghi di culto cari alle tre grandi religioni monoteistiche, che tutti conoscono anche attraverso i vari canali d’informazione ma, coglie con la sua naturale spontaneità tutte le espressioni del vivere quotidiano.

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E così piano piano giorno dopo giorno il mio progetto stava prendendo forma, mancava solo il luogo dove poter esporre, dove si potessero coinvolgere le varie confessioni religiose che Maria Grazia aveva ripreso tramite i suoi scatti.
Quale miglior scelta se non il Museo della Padova Ebraica, innanzitutto perché Padova è la mia città di nascita, poi per la storia tormentata e dolorosa di questo luogo dove la caparbietà, la volontà ed il coraggio di una piccola Comunità Ebraica ha fatto rinascere un luogo d’interesse storico e culturale di rilevante importanza.
Il Museo sorge su quella che era la Sinagoga Tedesca a Padova, costruita nel 1682.
Nel 1926 ci fu un tentativo di incendio da parte dei squadristi fascisti dopo l’attentato a Mussolini.
Nel 1943 a maggio i fascisti portarono a termine il loro disegno criminale di incendiare la Sinagoga.
Fino agli anni ’90 vennero ricoperte le macerie, poi con grandi sforzi economici da parte della piccola Comunità Ebraica di Padova nel 2014 si diede vita ad Museo di elevato valore culturale.
Basti pensare che in questa piccolissima realtà ci sono reperti della tradizione ebraica di valore storico inestimabile che, anche per chi non è Ebreo, può apprezzarne la bellezza e raffinatezza unica, oggetti in parte salvati dall’incendio e in parte donati da alcune famiglie Ebree e collezionisti.
Come la Parokhet (tendaggio o protezione dove si “nasconde, protegge la Torah, Tavole della Legge) di manifattura Mamelucca egiziana, risalente al XV secolo, e la Meghillath Esther (Libro di Ester) manoscritta su pergamena decorata (sec. XVIII).
Ci si può soffermare ad ammirare la riproduzione fotografica dello splendido Aròn Haqòdesh (armadio sacro) collocato nella stessa posizione in cui era originalmente prima del trasferimento in Israele, nel 1956, spostamento effettuato per salvarlo dal degrado a cui era esposto sulle pareti dell’edificio a cui mancava il tetto.
Così con l’aiuto di questa piccola ma Grande Comunità abbiamo inaugurato il 14 aprile di un anno fa questa mostra.
Come sempre poteva sembrare ardua come impresa, poteva essere un totale flop, oppure un grande successo.
Grazie al mio entusiasmo che ha saputo coinvolgere ed entusiasmare Maria Grazia e ad un team ben coeso, abbiamo spalancato le porte di un Museo che pochi conoscevano e che in una serata di primavera inoltrata si è riempito di visitatori curiosi.
Alla fine ci siamo ritrovati senza sedie dove far sedere gli ospiti intervenuti.
Ho percepito lo sguardo carico di stupore dell’Abate della Basilica di Santa Giustina di Padova nel conoscere la cultura ebraica e ho colto il grande rispetto riconosciuto al mio invito ad intervenire.
Mi ha favorevolmente colpito il fatto che si sia presentato indossando l’abito talare quasi a voler dire: “noi siamo qui come religiosi e, Gerusalemme unisce le tre religioni monoteistiche, per un attimo siamo uniti”
Sono riuscita nel mio intento e di questo mi sento particolarmente orgogliosa: unire per un momento le tre grandi religioni, tramite un evento culturale che ha consentito ai partecipanti di conoscere le radici Ebraiche di Padova e non solo.
Durante il periodo di esposizione della mostra sono state organizzate giornate dedicate a work-shop, alle quali hanno partecipato ragazzi di vari Istituti Scolastici, manifestando un forte interesse all’Arte Fotografica.
Tramite l’Arte si possono abbattere barriere e pregiudizi, alcune volte più invalicabili di quelli architettonici.
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