Prima del SARS-CoV-2 fu la vespa del castagno a rompere i maroni

 

Alcuni anni fa, le castagne italiane furono attaccate da tale cinipide galligeno, alias vespa del castagno di origine cinese, la vespa non il castagno, che mise a rischio la produzione dell’amatissimo frutto. Ricordo che le castagne, fino alla seconda guerra mondiale rappresentavano per gli italiani la prima fonte di carboidrati consumati, mentre sono certo che molti cinesi ne siano oltremodo ghiotti.

Apparsa nel cuneese nel 2002, a forza di combatterla con un parassita antagonista della vespa, la faccenda pare risolta.

Quello che sarà difficile contenere sarà il virus SARS-CoV-2 e tutti i suoi fratelli e parenti, i quali, a giudicare dal sorriso che illumina la prof.ssa Capua al nominarli, devono essere cari amici di famiglia; del resto è a loro che lei e il consorte devono fama e stipendio.

Sono figlio di una scienziata che ha dovuto interrompere la ricerca a metà degli anni Sessanta perché non la pagavano, quindi non venite a dirmi cosa sia o come pensi uno scienziato; aggiungo che espressioni volgari da parte di mia madre non le ho mai sentite in casa, al massimo qualche barzelletta spinta. Per essere precisi, la giovane allieva del prof. Maltoni studiava le ammine aromatiche utilizzate in alcuni processi industriali, contribuendo a metterle al bando o a modificarne l’impiego in quanto causa di tumori al fegato o al pancreas. Avendo sempre mantenuto fede al giuramento di Ippocrate e considerando la vita umana più preziosa del guadagno mi ha fornito un esempio al quale non posso che cercare di essere all’altezza: amicus Plato sed magis amica veritas (e sono laureato in Filosofia); mi hanno programmato così non c’è niente da fare.

Si da il caso che in questi giorni, scienziati e virologi impazzino nei media, li capisco ma non mi va giù che fino a ieri, invece di manifestare a gran voce come la giovane Greta Tuhmberg, se ne stessero  nei loro laboratori o in cattedra a spiegare agli studenti quanto “virus è bello” o nei salotti a lamentarsi che le proprie ricerche non siano adeguatamente finanziate.

Ora, poiché la prof.ssa Capua recentemente è tornata sulla questione che Lirio Abbate il 3 aprile 2014 aveva sollevato (Il business segreto della vendita di vaccini…) voglio dare spazio a un botta e rispota tra Antonio del Furbo (Il giornalista, il magistrato, il Csm e le manette. La brutta storia all’italiana) e l’Abbate su citato (“Fare cronaca non significa emettere sentenze”).

Lascio a voi ogni commento e considerazione, suggerendo di non perdervi il pezzo di Abbate, del quale vorrei citare una considerazione: “Che poi la magistratura abbia impiegato un così lunghissimo tempo per chiudere le indagini su Ilaria Capua, sul marito che fa affari con una società di prodotti medicali, e gli altri coindagati non è ammissibile in un Paese civile”. Ma questa è un’altra storia.

Alberto Massari

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