Bruna Dradi / Capo nucleo uomini n.9 / Sergente

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Ricevo da Piero Scutari, figlio di Bruna Dradi, partigiana e, dopo la Liberazione, prima donna ad ottenere il grado di sottufficiale dell’Esercito Italiano una breve memoria della sua esperienza giovanile. Leggendo il testo, non potendomi permettere alcuna valutazione del suo operato né avendo intenzione di ragionare sui fatti, noto la misuratezza nel linguaggio, il richiamo continuo alla pace, la descrizione di uno spirito maschile distruttivo dove voglio leggere una profonda coscienza della superiore capacità femminile di proteggere, custodire, conservare e crescere.

Di fronte alla furia distruttrice di un esercito straniero e al dilemma di schierarsi contro i propri connazionali, una diciassettenne deve avere pensato che non valesse la pena vivere senza rischiare e se scelse la resistenza fu perché aveva colto il nefasto e mortifero spirito che una subcultura, nata dall’orrore della prima guerra mondiale, aveva incubato. Teschi, pugnali, rune, parole altisonanti circondati dalla lucentezza dell’oro, del bianco, del rosso e del nero dei vessilli e dell’iconografia nazista e fascista devono essere apparsi allo sguardo di una giovane segni incotrovertibili di una violenza, maschile, dalla quale non erano immuni neppure i suoi compagni. Vuoto di senso prima che manifestazione di un pensiero utile all’umanità.

Oggi sappiamo ma cerchiamo di dimenticare a cosa abbia portato la miscela di follia, rancore, paura, razzismo che ha permesso a pochi di incantare milioni e milioni di uomini e donne portandoli nel baratro dell’inesprimibile.

La guerra, così come una pandemia, sono frutto di scelte, non sono temporali o terremoti, questo la giovane Bruna capiva e ci trasmette, da donna che consceva la originaria violenza dell’uomo prima ancora di nascere e come lei generazioni e generazioni di donne. La violenza può anche nascere dalla parte oscura che alberga in ciascuno, ma non insegnare o lavorare per “contenerla” è una scelta.

Buon 25 aprile.

Alberto Massari

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Commemorazione della lotta di resistenza per la conquista della libertà.

Testimonianza della partigiana Bruna Dradi.
Dradi Bruna 13 Luglio 1927 Alfonsine (RA) – Pignola (PZ) 9 dicembre 2010
Partigiana della Formazione Brigata A. Tarroni dal 10 giugno 1944 al 10 aprile 1945

Prima donna riconosciuta dall’Esercito Italiano attribuendo il grado di sergente al comando di nove uomini.

Nel 1950 viene inviata in Basilicata con il compito di contribuire all’emancipazione della condizione femminile in Basilicata, dove ha vissuto ed abitato a Potenza per il resto della sua vita. Qui è sposata con Donato Scutari, politico, antifascista, divenuto Deputato e poi Senatore.

Dradi Bruna ha ricevuto varie medaglie ed onorificenze, l’ultima il giorno 8 Aprile 2005 ad Alfonsine (Ra) comune di 25000 abitanti dove ad ogni famiglia è stata consegnata una sua breve testimonianza sulla liberazione. Nel 2006 il 23 Aprile alla Camera dei Deputati nell’evento commemorativo dedicato alle donne e liberazione viene elencata tra le donne che si sono distinte nella resistenza.

Un breve racconto degli avvenimenti di partigiana che hanno dato un senso a tutta la mia vita, Bruna Dradi
La logica vuole che si parta dalla guerra da cui è scaturita poi la lotta partigiana.

Nel mio piccolo paese di Romagna: “Alfonsine”, in provincia di Ravenna, non lontano dalle valli di Comacchio, la guerra sconvolse l’animo di tutti, ma il turbamento maggiore lo produsse nell’animo dei giovani che inorridivano alle notizie (purtroppo frequenti) che un loro concittadino era assurdamente caduto in guerra per mano di un altro uomo, marchiato, solo per interesse di potere, come “nemico” da combattere.

Nel mio paese, in cui i sentimenti di amicizia e solidarietà erano fortemente diffusi e radicati, l’avversione verso i guerrafondai nazifascisti prese a salire man mano che la guerra e l’occupazione di quella parte dell’Italia divenne sempre più dura, ostile e cruenta.

Occorreva – anche per difesa – contrastarli con molta determinazione.

Sorse così una contrapposizione corale ed unanime che coinvolse anche i giovani.

La lotta coi tedeschi fu spietata, quella con i fascisti amaramente penosa perché fratricida.
Avevo 17 anni quando ho deciso di far parte del movimento partigiano.
Per me, che avevo una educazione che mi portò ad amare coscientemente la pace ed aborrire la guerra per gli orrori che inevitabilmente comporta e per i quali mio padre aveva rischiato la vita, davanti ad un plotone di esecuzione a seguito dei suoi perentori rifiuti a sparare sui suoi simili solo perché dagli altri ritenuti nemici, per me, la decisione di far parte del movimento partigiano fu spontanea ed entusiasta, così come fu sempre impegnata e partecipe la rischiosa militanza.
Mio padre, mi aveva parlato sin da piccola della bruttura, dei disastri, della distruzione e della morte che la guerra stessa provocava. Lui era un uomo di grandi principi e dignità con un inflessibile credo nella pace, nella giustizia ed il rispetto, era contro la guerra e la violenza, e desiderava che tutti ed in modo particolare la sua famiglia capissero l’assurdità di queste cose e le ripudiassero.
Mio padre non tollerando le tirannie e le sopraffazioni, ovviamente non cedette mai all’arroganza ed ai soprusi del fascismo anche quando i fascisti venivano in casa e lo legavano sulla sedia davanti alla sua famiglia e davanti a noi, i figli, che eravamo piccoli, lo insultavano, lo picchiavano, gli puntavano la pistola alla tempia minacciando di sparargli solo perché manifestava le sue idee.

Un giorno un gruppo di fascisti entrò in casa, picchiarono e legarono mio padre, uno di loro gli puntò la pistola contro, urlando, adesso ti sparo, mia madre, con tutti noi figli si mise davanti e disse, se spari a Lui devi sparare a tutti noi, questi rimasero sorpresi di tanto coraggio, tentennarono ed imprecando uscirono di casa promettendo vendetta.
Nella mia casa si riunivano clandestinamente gruppi partigiani per decidere il da farsi contro l’occupazione Tedesca.
Mi affidarono subito compiti importanti, tra cui quello della “staffetta”, che con la bici portava da una parte all’altra del paese e della campagna (nelle case e nei rifugi, continuamente spostati) ordini, messaggi, informazioni e armi; tutto ciò che serviva per coordinare le azioni, contrastare gli attacchi nemici e dare efficiente strategia alla lotta.

Le staffette ignoravano rigorosamente il contenuto dei messaggi loro affidati, per far si che anche se individuate e bloccate non fossero in grado, pure sotto tortura, di svelare alcunché.
Di notte poi, mi attendeva un altro compito, altrettanto pericoloso ed importante; con la compagna ed amica Argia (vestita come me di nero per essere meno visibili nel buio della notte) attaccavamo sui muri del paese i manifesti che incitavano la popolazione alla ribellione ed alla lotta senza quartiere contro i nazifascisti, dei quali si elencavano le scelleratezze commesse, anche senza alcuna ragione, ai danni della gente inerme, non esclusi bambini in tenera età.

La maggioranza della popolazione aderiva agli appelli della resistenza, in particolare le donne che si organizzavano in “gruppi di difesa della donna”, estesi in tutto il paese.
Quei manifesti costituivano un mezzo molto valido per far crescere l’avversione contro un nemico a cui non si riconosceva più nulla di umano, degradato come era al rango degli esseri inferiori.

È facile perciò comprendere quanto fosse accanita la ricerca e la caccia degli autori e degli addetti all’affissione, così come non occorre grande immaginazione per capire con quale patema d’animo, noi, che operavamo indifese e di notte, eseguissimo quel compito assegnatoci.

Riparata dal buio, dalla fortuna e dalla conoscenza del territorio sono sfuggita e sopravvissuta alle raffiche di mitra e agli inseguimenti delle ronde naziste. Una volta mentre affiggevo degli appelli alla rivolta una raffica di vento ne staccò uno e lo fece volare sino ai piedi di una sentinella tedesca, questa immediatamente iniziò a sparare all’impazzata con il mitra e mi dette la caccia, i fischi dei proiettili mi sfioravano, mi aspettavo di venire colpita, ma quasi come protetta da una mano invisibile riuscii a salvarmi, e a nascondermi immergendomi in uno stagno, tra i rovi.

Le paure, le strette al cuore erano, in quel periodo di lotta, numerose e molto frequenti; esse però venivano da parte di noi giovani facilmente superate dalle soddisfazioni per le azioni portate a compimento con i risultati prefissi a danno degli spietati avversari.
Il lavoro delle staffette, invece, che comportava pure rischi e pericoli di ogni genere, era molto più vario e richiedeva non solo audacia e coraggio, ma anche notevole spigliatezza e molta fantasia nei comportamenti per poter affrontare situazioni di ogni tipo e difficoltà disparate ed imprevedibili che potevano presentarsi in ogni momento.

Si circolava in bicicletta, fazzoletto da contadinella in testa e due borsoni di paglia appesi al manubrio che mettevano in bella mostra le migliori mele disponibili per nascondere il loro vero contenuto, costituito da armi, munizioni e volantini.

Con questo carico micidiale, per il quale si rischiavano tortura e fucilazione, ma con la più grande possibile disinvoltura, si pedalava per raggiungere le varie postazioni ed eseguire i compiti assegnati.

Non era raro che i tedeschi ci fermassero; in quelle occasioni occorreva saper nascondere lo stato d’animo di grande panico e simulare la tranquillità di chi si trova in una situazione di assoluta normalità.

Poi, con un sorriso magari, che ben celasse la smorfia di rabbia che veniva da dentro, offrire anche una mela, che quasi sempre risultava gradita.

Siamo uscite sempre indenni in vicende come queste; la fortuna, si può dire, ci è stata sempre amica.

Queste nostre vicende, cioè quelle delle giovani partigiane, si inserivano ed intrecciavano con tutte le altre della lotta complessiva che attanagliò il paese per circa dieci mesi.

Tutta la comunità, si può dire, era partecipe di questa guerriglia, che man mano aveva costretto quasi tutti gli uomini a vivere in clandestinità nelle valli adiacenti da dove con improvvise irruzioni, attaccavano il nemico che in paese commetteva ogni sorta di soprusi e misfatti.
I partigiani clandestini, d’altra parte, non avrebbero potuto sostenere lo scontro senza il valido amorevole aiuto delle donne, che in paese si erano organizzate in gruppi per poter dare un efficace supporto alla resistenza.
Le donne creavano gruppi organizzati di supporto alla resistenza per nascondere i partigiani, sabotare i tedeschi, dare sostegno alla popolazione.

Organizzare questi gruppi era uno dei miei compiti.

Quando c’erano partigiani in fuga le organizzazioni della donna mettevano in scena finte liti nelle strade o improvvisavano strategie simili per rallentare e distrarre i soldati, perché se i partigiani venivano catturati la loro inevitabile sorte era la tortura e la fucilazione.

Le donne nascondevano all’occorrenza i partigiani per sottrarli alla spietata vendetta dei nemici, erano di sostegno ai più anziani ed invalidi e non mancavamo di eseguire, in coordinazione con i capi partigiani, vere e proprie azioni di guerriglia e di sabotaggio.

La vita del paese fu completamente sconvolta, si viveva con la tensione e le paure di chi è in continuo pericolo per ciò che quotidianamente accadeva.

I tedeschi, infatti, spesso irrompevano nelle abitazioni saccheggiandole, e non erano rari i casi in cui, prima di andare via, non commettessero abusi e violenze di ogni tipo.

Sparavano per le strade, come per un gioco perverso e malvagio, uccidendo, a volte, persone inermi ed assolutamente innocue.

Io stessa ho assistito, impietrita dal dolore, a misfatti di tal genere.

Nei pochi casi in cui era possibile scrutare da vicino un soldato tedesco, io non ho colto nei loro occhi più nulla di umano, ma la sola ferma volontà, o meglio la frenesia, di eseguire gli ordini ricevuti con tutte le conseguenti nefandezze, che essi, evidentemente, accettavano senza il minimo vaglio critico.
I nazisti, con l’appoggio dei loro alleati, i fascisti, entravano nelle case, cacciavano le famiglie, saccheggiavano, portando via tutto ciò che loro serviva soprattutto generi alimentari e poi senza alcuna misericordia distruggevano e bruciavano ciò che rimaneva, armadi, letti ed ogni altra cosa e poi spesso minavano le case per renderle inutilizzabili; così le famiglie dovevano senza mangiare e senza altri vestiti che ciò che indossavano vagare nei campi o nei rifugi in condizioni pietose.

Sotto le minacce dei mitra puntati se qualcuno si ribellava gli sparavano e la gente ubbidiva per non morire.

Una mattina lungo la strada i Nazisti fecero trovare 5 giovani, prelevati dalle campagne, sventrati ed appesi ad i pali della luce, nessuno poteva avvicinarsi e dare riposo a quei corpi mutilati, perché dovevano essere un esempio, trasmettere terrore e dimostrare la forza distruttiva e vendicativa della tetra prepotenza Nazista.

Così di notte nelle ore e nei luoghi più pericolosi ho combattuto la mia resistenza.

Raggiungevo case di campagna nel pieno della notte, dai casolari usciva sempre una donna che mi veniva in contro e mi abbracciava e durante l’abbraccio gli infilavo il messaggio nel colletto dell’abito.

I giovani in Brigata si spostavano nelle Valli, a noi giovani ragazze il compito di servire la resistenza e dare aiuto alle popolazioni.

L’inverno si faceva sentire, i bombardamenti periodicamente lasciavano il triste segno di sangue, così ho combattuto anche un’altra battaglia per assistere le persone che avevano bisogno, chi era stato colpito, chi stava male, aiutare coloro che venivano cacciati e maltrattati dai tedeschi, i feriti e gli ammalati, vittime dell’insana, della dissennata esaltazione della crudele ideologia fascista e nazista .

Così abbiamo sentito anche la necessità di organizzare un pronto soccorso.

Un gruppo di giovani era addetto al recupero dei medicinali, reti, materassi, lenzuola, coperte e generi alimentari. Si usciva dal Palazzo con la fascia della Croce Rossa per scongiurare la cattura da parte dei Tedeschi.

In ogni stanza, ufficio, si sistemavano in modo arrangiato i letti, per accogliere i feriti dai bombardamenti e gli infermi, soprattutto donne, vecchi e bambini.

Mancava la luce e ci si arrangiava con lampade a petrolio.

Si facevano appelli con volantini e manifesti per creare solidarietà.

Ovunque i Tedeschi, i Nazisti creavano morte e distruzione.

Ho visto morire bambini, ragazze, anziani;

Questi sono gli orrori della guerra a cui ci si ribellava e tutti si chiedevano quando sarebbe arrivata la liberazione.

I mesi più duri sono stati gennaio, febbraio e marzo del 1945, il mangiare scarseggiava e ci si accontentava solo di piadine fatte con farina acqua e sale.

Finalmente, dopo dieci lunghi interminabili mesi, arrivò la liberazione.

L’entusiasmo per la libertà conquistata fu, però, offuscata dai tanti lutti che il paese aveva subito; ogni famiglia aveva dato il proprio contributo di sangue, molti giovani si sono sacrificati ed hanno perso la vita per combattere e ripudiare l’orrore della guerra, per scacciare un esercito invasore che portava sterminio e terrore, per ribellasi al fascismo che non aveva nessun rispetto per la vita e per gli esseri umani.

I danni e le distruzioni della guerra creavano intanto per tutti disagiate condizioni di vita; occorreva senza indugio porre mano alla ricostruzione e tutti insieme ci ponemmo subito all’opera.

Partendo da quell’ideale di libertà e desiderio di pace che spinse noi partigiani alla lotta, dopo la liberazione ci siamo tutti adoperati per ricostruire materialmente l’Italia dalle distruzioni della guerra; ebbene, è necessario, ora, dedicarsi, con rinnovato impegno, a sensibilizzare le coscienze dei cittadini e, particolarmente, di quelli più giovani, perché la pace è sempre stata ed è un valore fondamentale.

Dobbiamo riappropriarci dei principi fondanti della nostra civiltà, iniziando proprio dal concetto di Pace e dal rapporto che occorre avere con essa.

Quando le differenze si fanno troppo grandi e l’intolleranza assume proporzioni drammatiche, scoppia una guerra.

Quando le cause e i pretesti diventano più importanti della inviolabilità della pace, scoppia una guerra.

Quando non si riesce più a capire il valore della vita, scoppia una guerra.

La pace non è solo uno slogan o una bella parola; la pace bisogna coltivarla, accettarla, la pace è essenziale, perché questo è il nostro tempo, questa è la nostra occasione di vivere.
Bruna Dradi

Donare o rischiare la propria vita per garantire la giustizia, il rispetto e la libertà è un grande gesto di altruismo e nobiltà, ed è grazie a tanto coraggio che nella storia dell’umanità la parte più oscura degli uomini è sempre stata vinta e non bisogna permettere che la memoria dimentichi ciò che è avvenuto per evitare che possa ripetersi di nuovo.