Per onorare Giovanni Falcone bisogna “fare sul serio” (e uno)

Il magistrato Giovanni Falcone, 28 anni fa, veniva ucciso, con quelle modalità eclatanti pur essendo un personaggio “ormai” trasferito a Roma. Era considerato particolarmente pericoloso per come “loro” erano arrivati a conoscerlo. Quello che la mafia e la politica complice temevano era l’impulso che Falcone, dalla posizione “ministeriale” raggiunta, avrebbe potuto dare all’azione antimafia sul terreno giudiziario. Lo odiavano ma, soprattutto, lo temevano per come si preparava a “fare sul serio” (e due). Perché questa è la caratteristica di quelli che le mafie tendono ad eliminare: applicano le leggi e, nel farlo, “fanno sul serio” (e tre).

Falcone aveva “fatto sul serio” (e quattro) e si preparava, da via Arenula, a dare seguito a questo suo approccio “culturale” alle cose. Era determinato a complicare la vita alle cosche (e ai loro alleati) attraverso il coordinamento, da Roma, di una serie di controlli a tappeto nel settore del credito bancario, dei finanziamenti anche europei e con una amministrazione centrale delle finanze in grado di scavare soprattutto dentro gli arricchimenti improvvisi.

Per onorare Giovanni Falcone – cortesemente – provate a “fare sul serio” (e cinque).

Oreste Grani/Leo Rugens