I soldi potrebbero arrivare in un’Italia orfana di una giustizia giusta

Evviva, evviva i “banchieri” (o chi ha soldi o il potere di farli), spaventati dalle circostanze planetarie, dicono che sono pronti a prestare miliardi, vedremo a chi e a quali condizioni. A noi, come Italia, spetterebbero cifre significative. Vedremo quindi a chi verranno prestati questi miliardi di miliardi di miliardi e, come ho detto, a quali condizioni. Intanto portiamo a casa l’ipotesi rassicurante. Sul chi qualcosa potrebbe non funzionare. Certamente (si fa per scrivere) i soldi verranno affidati, negli anni, a decisori politici che si troveranno a convivere con quanto è emerso, per fare un primo esempio non minore, nel CSM. Cioè nella magistratura, settore saliente della Repubblica, che risulta travagliato dalla scoperta di continue sacche di corruzione (quelle che si scoprono) e inadeguatezza di giudici e impiegati dei Tribunali sparsi su tutto il territorio nazionale. Direte che si scopre ciò che si sapeva da decenni. Direte pertanto che io chi sono per ricordarvi l’accordo tra le correnti prevedeva che a ciascuna componente sindacale fosse riconosciuto un numero di posti da sostituto procuratore proporzionale ai voti ottenuti alle elezioni dell’Associazione nazionale dei magistrati. Sin dal alcuni decenni addietro.

Descrizione della cultura spartitoria mai smentita una volta che autorevoli magistrati, fuori dal coro (pochissimi), l’avevano resa pubblica. I soldi (una vera cascata), eventualmente, arriveranno in un Paese giudiziariamente amministrato (cioè cosa non minore) da personaggi come Antonio Lollo, Nicola Russo, Giancarlo Longo o, ultimo ma non ultimo, Luca Palamara. Vedete, amici cari e lettori fedeli, se non stessimo assistendo (perché accade proprio ora è materia per pochi aruspici) a quello schifo di messa in scena su “il più pulito ha la rogna” tirerei dritto e mi limiterei alle mie solite lagnanze da vecchio mugugnatore. Mi limiterei pertanto, senza fare danno, ad evidenziarvi che, in altro settore sensibile della vita della comunità nazionale, in queste stesse ore, Marco Mancini (quello) è destinato a divenire, a fine carriera, vice direttore di una delle Agenzie di Intelligence a cui la sicurezza, anche vostra, è affidata; o che si mette “sotto scorta” (condizione che come poche è considerato status symbol, nottola compresa ed eventuale sirena al vento) uno come Paolo Sileri. Ma mentre seguite ancora commossi i ricordi delle stragi di Capaci e via D’Amelio, tengo, per mia dignità e rispetto di voi quattro gatti, a ricordarvi che la magistratura da decenni è connotata (anzi ormai è lei stessa fatta così) da una miscela esplosiva (ordigni, ordigni, ordigni) di diversi fattori quali l’automatismo delle carriere (ve ne ho parlato in altri post ma sono pronto a riprendere l’argomento), le correnti appunto, la smodata ambizione di alcuni che porta perfino alla corruzione e, cosa ultima ma non ultima, lo scontro politico e corporativo. Proviamo ad onorare realmente Giovanni Falcone, il magistrato, oggi amato ma un tempo odiato da non pochi suoi colleghi.

Siamo al 19 gennaio 1988 (mi sembra che qualche anno sia passato inutilmente) e bisogna votare il nome del successore di Antonio Caponnetto alla guida dell’ufficio istruzione di Palermo (minchia che posticino tranquillo-tranquillo!), e la scelta è tra Antonio Meli, presidente di sezione della corte d’Appello di Caltanisetta, e Giovanni Falcone, giudice istruttore a Palermo e componente del pool antimafia. Vince il primo, ai punti e in virtù di una maggiore “anzianità di servizio” rispetto a Falcone. Perché, amici cari, il merito, in magistratura (come ovunque in Italia si giochi la partita dell’interesse superiore della Nazione), tende a zero. La magistratura è un luogo d’attività professionale dove si entra per concorso (anche un Lollo vi è entrato) come uditore (è il primo gradino della ruzzolata o almeno così mi ricordo) e dove in, mi sembra 26/27 anni, ci si trasforma in un giudice di Cassazione, con funzione direttive. Parallelamente anche lo stipendio prende quota. Cifre significative che sarebbe interessante rendere chiare perché “pubbliche” – a norma di legge – lo sono già. Che i magistrati abbiano un numero di giorni di ferie straordinario, ne sono certo. Ma soprattutto, e sono certo anche di questo, Francesco Cossiga era contrarissimo, che persone senza alcun merito da ciclicamente dimostrare andassero in progressione automatica della carriera e dei soldi. A tal proposito si ricorda (ma potrei scrivere una cazzarata come un’altra) un colloquio intercorso tra Cossiga appunto e Flaminio Piccoli in cui, quello che era all’epoca il capo gruppo DC alla Camera, tirò le orecchie al sardo e gli disse papale-papale che la legge favorevole agli automatismi (e alle prebende) dei magistrati o passava o “quelli, prima o poi, ci arrestano tutti“.

E la legge passò.

Mario Luzi

Automatismi corporativi quindi dove mi sembra che solo in poco più di una ventina di casi consiglieri d’appello sono stati bloccati per scarsa idoneità. Mi immagino che cazzo avevano combinato e comunque sarebbe stato interessante rendere pubblici gli episodi. Il CSM è un tempio. E un luogo sacro nelle mani di poche decine di cittadini togati, laici e membri di diritto. Un solo impasto inoltre con l’Associazione Nazionale Magistrati. Ci si confonde a leggerne. Comunque due posti dove quasi tutti i membri non sono pronti ad accettare il principio in base al quale, in un certo posto (soprattutto città), debba andare il più idoneo e meritevole e non il più anziano. O quasi così. I magistrati, una volta vinta la lotteria, ritengono la carriera come un diritto.

L’intero comparto è condizionato da un’altra anomalia: esiste una simbiosi tra l’ANM (sarebbe l’associazione di rappresentanza sindacale) e il CSM. Si va, si viene e si ritorna. Due appartamenti uniti da una porta girevole. Per anni (può essere che mi sia perso qualche personaggio minore) i presidenti dell’ANM sono stati tutti membri del CSM. E come quando dico che in ENI ci vanno anche gli uomini dei Servizi e viceversa. Difficile fare l’interesse superiore della Nazione in situazioni tanto ambigue dove solo alcuni sanno e parlano o tacciono a seconda della convenienza in una logica di appartenenza ad una setta di iniziati più che di servitori dello Stato, nelle sue varie articolazioni.

Per anni (era così quando mi interessavo di queste cose minori chiedendomi perché venissero uccisi alcuni e non altri) il comitato direttivo centrale (o come si chiamava) dell’ANM è stato affollato esclusivamente da ex componenti del CSM. C’è un caso (che nessuno si offenda) come quello del magistrato Elena Paciotti in cui il magistrato ha perfino fatto un doppio giro: prima dirigente sindacale, poi nel plenum del CSM (1986-1990 che anni!) e infine per due volte (1994 e 1996 che anni!!!) presidente dell’Associazione di Categoria. A fine carriera, se ben ricordo (ma ormai sono vecchio e tardo come direbbe Mario Luzi rivolgendosi a Ipazia, in presenza di tante orribili macerie, e mi potrei sbagliare) la signora Paciotti è diventata deputata del Parlamento Europeo.

Nella categoria si è creato pertanto un ceto dirigente (si fa per dire perché non ha diretto nulla e verso nessun obiettivo utile alla collettività a cominciare dal contrasto alla grande criminalità che imperava e sempre di più impera), un circuito di professionisti che girano tra l’Associazione e il Consiglio. Mi dicono che per anni si conosceva con notevole anticipo il nome del magistrato che avrebbe percorso questa strada. Anomalie quindi che nulla hanno a che vedere con la funzione e l’indipendenza della magistratura prevista nella Costituzione Repubblicana. La verità che mentre alcuni passavano gli anni in questi slalom protetti, altri morivano ammazzati.

Ho in corso alcune questioncelle giudiziarie e sono, come molti italiani, nelle mani di magistrati e quindi mi mordo le dita. Vediamo di non ritrovarmi troppo vigliacco e opportunista. Anch’io. Comunque, sentite a me, l’ora è senza scampo se non si risolve questa questione della “giustizia giusta“.

Anche se piovessero miliardi di miliardi di miliardi di miliardi. Anzi.

Oreste Grani/Leo Rugens