Perché è buio di notte?

In questa sede telematica, sia pur nella sua marginalità di cui siamo pienamente consapevoli, si ritiene che sia arrivato il tempo in cui i valori della memoria si affermino come il principale catalizzatore del futuro e mentre si cerca di non dimenticare leggendo il passato, vorremmo che questa lettura si associasse alla proposta visionaria che il visibile divenisse il leggibile, in un continuum di scambievoli valenze.  Ci piacerebbe pertanto che si aprisse, mentre si presume che sul Pianeta, certamente con luci ed ombre, si rafforzi il grado di respirabilità dell’infosfera, la stagione di umani capaci, partendo da ciò che è noto, di accompagnare, tutti (e questa volta sì non dimenticando gli ultimi) verso l’ignoto. Perché di questo ci interessiamo piccoli ometti curiosi del nostro fare. Curiosi e preoccupati della nostra pericolosità.

Alcuni anni addietro, per supportare con materiali atipici i processi formativi di cui mi diletto e che, in qualche modo, siamo riusciti ad avviare, avevo scelto un testo dell’epistemologo, già docente di filosofia della Scienza all’Università Statale di Milano, Giulio Giorello, portatoci via in questi giorni dalla risacca dello Tzunami Covid 19. La morte di Giorello mi lascia orfano di un punto di riferimento nelle mie farneticazioni visionarie/oniriche di un’Italia che si desta non per andare in piazza a raccogliere firme perché il grande riciclatore di contanti Silvio Berlusconi, novello Rita Levi Montalcini, diventi, “ricattando” un tremolante governo, Senatore a Vita, ma per intraprendere un necessario itinerario verso l’ignoto.

Nello scegliere il brano che oggi riproduco e che fu scritto da Giorello (e da Adriana T. Nogueira) nel cruciale 1992, mi colpì il fatto che Giorello ebbe piacere di firmare il suo contributo con una giovane psicanalista brasiliana (in realtà, 28 anni dopo, “cittadina del mondo” come lei stessa ama definirsi) e che oggi si interessa di cose che solo alcuni hanno il privilegio di curare:   

  • Psicoanalisi post-junghiana (comprende l’intero percorso psicoanalitico da Freud fino a Montefoschi, escluso Lacan).
  • Interpretazione dei sogni.
  • Terapia transpersonale: fenomeni borderline tra la psiche e la spiritualità.
  • Regressione (DMP): vite passate.
  • Assistenza specifica per problemi psico-emotivi e di relazione durante la gravidanza, il parto e il postparto.
  • Particolare attenzione alle difficoltà dell’allattamento al seno e allo sviluppo del legame madre-bambino.
  • Approfondimenti e chiarificazione sui temi delle donne e del femminile in vista dell’emancipazione delle donne da tutto ciò che impedisce la loro realizzazione piena.
  • Evoluzione della coscienza e sviluppo del pensiero critico e dialettico.
  • Conoscenza di sé per il processo di individuazione.
  • Ricerca della vocazione, significato della vita, luogo nel mondo, sviluppo professionale.
  • Educazione psicologica per il progresso individuale e collettivo.

e cosa ultima ma non ultima, educazione all’umanizzazione del parto con consapevolezza e responsabilità. 

Oreste Grani/Leo Rugens     

 

Perché è buio di notte?

OSCURITÀ NOTTURNA SAREBBE UN’OVVIA CONSTATAZIONE; DEL RESTO L’ALTERNARSI DI LUCE E TENEBRE VENNE scelto da David Hume (1711-1776) come tipico esempio di ripetizione costitutiva delle abitudini umane. E si sa come le credenze prendano forma dall’abitudine e come sia
forte la tendenza psicologica a non rimettere in discussione «fatti» che sono divenuti così banali. Ma basta una rivoluzione scientifica perché quegli stessi fatti appaiano sotto la luce inquietante della «meraviglia».
Dopo Copernico, Keplero e Galileo la domanda perché è buio di notte non è l’espressione ingenua di una curiosità infantile, ma costituisce un rompicapo per la comunità scientifica che viene costretta a rivedere alcuni dei suoi più tenaci presupposti. Uno storico-filosofo come Alexandre Koyré ha caratterizzato la rivoluzione astronomica che inaugura l’era della scienza moderna come una transizione «dal mondo chiuso all’universo infinito». Tale transizione non è ovviamente avvenuta tutta d’un colpo: Copernico e Galileo concepivano ancora un cosmo finito e non nascondevano le loro perplessità circa l’introduzione dell’idea di infinito nelle speculazioni della fisica; Keplero, il quale confessava il proprio senso di letterale orrore al pensiero dell’infinito, sosteneva anche che se le stelle «fisse» fossero comparabili col sole e l’universo davvero infinito, la volta celeste dovrebbe essere luminosa come il sole stesso! Una conseguenza manifestamente smentita da qualsiasi osservazione del cielo notturno.

Ma con la cosmologia newtoniana chi si interroga sulla natura finita o infinita dell’universo può vedere le cose in modo ben differente. Non è perfettamente definito dagli storici chi nell’entourage di Newton (1642-1727) abbia per primo sollevato la questione (forse Newton stesso), anticipando quello che è divenuto noto come paradosso di Olbers (1823). Heinrich Olbers (1758-1840), astronomo di Brema e celebre scopritore di pianetini, sostenne infatti che, in un universo infinito, in qualsiasi direzione noi si volga lo sguardo la linea visuale finirebbe sulla superficie di una stella, sicché anche di notte l’intero cielo dovrebbe essere luminoso come il sole. Naturalmente il paradosso poteva venir aggirato negando l’omogeneità dell’universo, sostenendo cioè che quello che si offre ai nostri occhi di spettatori notturni del cielo stellato non sia un panorama tipico dell’universo stesso. Questo rimedio è peggiore del male, poiché va contro l’idea, comunemente accettata dall’epoca di Copernico in poi, secondo cui «non c’è nulla di speciale [ … ] nella posizione che occupiamo nel disegno delle cose» e il presupposto più generale per cui «quello che succede intorno a noi succede anche altrove, in media se non nei particolari». Ma, invece di ipotizzare distribuzioni di stelle ad hoc, Olbers (riprendendo idee già emerse con la diffusione del newtonianesimo) congetturò che la luce proveniente da stelle molto lontane fosse attenuata per via dell’assorbimento da parte di materia interstellare.

Soluzione rivelatasi poi non soddisfacente: infatti, precisa Hawkins «se così fosse [quella] materia [ … ] si sarebbe col tempo riscaldata sino a diventare a sua volta luminosa come le stelle».
In realtà Olbers non si rendeva conto «di sottintendere un’ipotesi ulteriore»: il suo lemma nascosto altro non era che il presupposto che «non ci fossero nell’universo movimenti grandi e sistematici, che l’universo fosse statico».
Per dirla con Hermann Bondi, sono proprio siffatti lemmi nascosti «il tipo di ipotesi più pericoloso». Ma l’evoluzione della scienza fa giustizia di questo tipo di «inganni». Come è noto, nel 1929 l’americano Edwin Hubble (1889-1953) avanzò l’idea che, in qualsiasi direzione si osservi, le galassie lontane presentino un moto di rapida recessione rispetto a noi. In questo contesto (universo in espansione più fisica che relativistica) il paradosso di Olbers trova alfine «soluzione».

Ma quanta storia della fisica abbiamo dovuto aspettare per dare una risposta alla «ingenua» domanda del bambino. E ancora: per spiegare un fatto notissimo (chi non ha «visto» almeno una volta il buio notturno?) si è via via fatto ricorso a teorie sempre più lontane dall’esperienza comune. Contro l’abituale concezione secondo cui la spiegazione scientifica consisterebbe nel ricondurre l’ignoto al noto, potremmo invece sostenere, con Karl Popper, che «nella scienza pura [ … ] la spiegazione consiste sempre nella riduzione logica di alcune ipotesi ad altre dotate di un livello superiore di universalità; nella riduzione di fatti “noti”, di teorie “note” ad assunzioni di cui si conosce ancora ben poco e che devono ancora essere sottoposte a controllo». Tale elemento accomuna l’impresa scientifica a tutte le avventure di idee ove si fa concretamente esperienza della Libertà dello Spirito.

Questo è, per altro, un tratto assai generale entro l’impresa scientifica – si pensi, per esempio, alla sintesi operata da Newton nella meccanica. La spiegazione del moto dei gravi in caduta libera e dei proiettili (processi matematicamente modellizzati già dal Galileo) e insieme dei moti dei pianeti (i “fenomeni» kepleriani) avviene nei Principia ricorrendo a quella legge della gravitazione universale che sfrutta l’idea di azione istantanea e a distanza – qualcosa che l’establishment scientifico del tempo considerava poco più che una «qualità occulta». All’origine del grande successo, sotto il profilo predittivo, della teoria newtoniana (successo destinato a spazzare via non poche perplessità epistemologiche) sta la disponibilità ad accogliere l’ignoto che irrompe nel processo del pensiero come un punto di vista completamente nuovo che rende ragione di eventi da tempo immemorabile sotto gli occhi di tutti ma per i più scontati e non interessanti. Non è difficile ricevere una mela sulla testa; ma solo a uno è stato dato di ricavarne una fruttuosa analogia con i corpi celesti e di servirsene per costruire una nuova cosmologia.

Ma come può la natura delle cose presentarsi diversamente nell’orizzonte del pensiero? Cosa fa sì che si laceri il velo dell’abitudine che impedisce di «vedere» ciò che è occultato nella marea della banalità quotidiana? Se il soggetto conoscente aderisce acriticamente alla struttura di pensiero ricevuta è impossibile che il nuovo affiori alla sua consapevolezza. Da quest’angolo visuale la coscienza diventa (e resta) coscienza di qualcosa. E tale qualcosa può essere indifferentemente una mela, una galassia, un elettrone … o una rivelazione onirica.
Lo scrittore Arthur Koestler ha paragonato gli iniziatori della scienza moderna a dei «sonnambuli”, che con frammenti di sogno costruiscono quella che sarà la realtà scientifica delle generazioni successive. Newton appartiene a pieno diritto a questa famiglia – lui che era capace di concettualizzare la luna come un proiettile, di dare sostanza matematica a questa analogia e intanto, per giustificare l’attrazione gravitazionale in uno spazio apparentemente vuoto, non esitava a riempirlo col corpo di Dio, scomodando così il Signore di Isacco e di Giacobbe e spiegando … ignotum per ignotius.

Queste non sono fughe in un nebbioso misticismo, ma consapevoli indicazioni delle difficoltà strutturali della spiegazione scientifica. Più in generale, è grazie a siffatta distanza riflessiva che può succedere che il soggetto conoscente si ritrovi a un livello di comprensione mai sperimentato prima. Ed è così che si possono ri-spiegare i fenomeni e ristrutturare i quadri teorici sul mondo che è ai nostri occhi irreversibilmente mutato. L’ignoto che irrompe nell’avventura conoscitiva, rendendo ragione sempre più estesamente dei «fatti», si configura come acquisizione di punti di vista sempre più universali. Ma tali punti di vista costituiscono l’ignoto per eccellenza in quanto sono ciò da cui il soggetto guarda e non ciò che il soggetto guarda. Affinché questo residuo possa rientrare nel noto occorrerà un ulteriore salto nella consapevolezza, un’altra «rivoluzione» nella conoscenza (per esempio dopo la cosmologia newtoniana con le sue azioni a distanza, è venuta quella einsteiniana con la sua fisica di campo).

L’ignoto è sempre un gradino oltre. «L’uomo dunque può chiudere il suo sistema conoscitivo, per restare nella quiete emotiva, e sottrarre così l’energia al suo progressivo ordinarsi nel cosmo, o può viceversa restare aperto sull’infinità del conoscibile e orientare l’energia nel cosmo, muovendosi in esso in funzione di nuovi ordinamenti”. Così Silvia Montefoschi, che aggiunge: «L’ordine dell’essere è, e pur tuttavia diviene; e diviene soltanto se il soggetto uomo lo riconosce». Nell’esperienza umana fatta oggetto di riflessione psicoanalitica possiamo dire che l’ambito dell’ignoto coincide con l’inconscio. Tale inconscio non si riduce però a una sorta di metaforico sgabuzzino dell’anima, ma è fonte di nuove conoscenze che hanno una valenza più universale dell’ordinaria consapevolezza quotidiana. Se (per dirla con Freud) la via regia per accedere all’inconscio è il sogno, è attraverso di esso che una soggettività disponibile prosegue il suo cammino verso l’ignoto (il che equivale a dire che prende consapevolezza di ulteriori livelli di realtà).

Lo dice un sogno. In una terra arida e desolata camminano una donna e suo figlio in direzione del mare. Portano con loro qualcosa di prezioso che si rivela essere terra fresca e umida. Raggiungono la famiglia della sognatrice. Cominciano a scendere le tenebre e la sognatrice spaventata invita tutti ad andarsene, ma la madre scopre dei forni sepolti dalla sabbia e, mentre armeggia con questi, nell’oscurità della notte si fa luce. Viene da sottoterra; sdraiatasi al suolo la sognatrice score che, sotto la sabbia, lastre di cristallo racchiudono un mondo più evoluto di quello che esiste alla superficie. Meravigliata e intimorita, si chiede quali esseri sconosciuti abitino quelle regioni…

La dimensione onirica (e sotterranea) è carica della luce di una conoscenza inattesa che, stando al sogno, si situa a un livello più elevato di quello attuale e diviene accessibile solo in seguito alla presenza di un terreno fertile e ricettivo. Sempre che la persona sia consapevolmente pronta a cogliere l’intuizione che le si presenta.
«Noi sappiamo», scriveva Jung al termine di una sua miscellanea autobiografica «che è l’ignoto, l’estraneo, che viene a noi; così come sappiamo che non siamo noi che facciamo un sogno, una trovata, che in qualche modo sorge spontaneamente. Quel che ci capita pertanto può dirsi un effetto che proceda da un mana, da un demone, da Dio o dall’inconscio».

GIULIO GIORELLO
Epistemologo. Docente di Filosofia della scienza all’Università Statale di Milano

ADRIANA T. NOGUEIRA
Psicoanalista