Vincenzo Spadafora e la sua visione strategica dello sport 

 

Il 5 settembre 2019, mentre covava il COVID 19, lasciavo detto quel che pensavo di Vincenzo Spadafora e lo sport. Finita la prima parte del suo lavoro nel delicatissimo dicastero che, spregiudicatamente, gli è stato affidato ed oggi riconfermerei parola per parola quell’articoletto. Anzi, prendo intero-intero il post di quel giorno (un’era addietro) e lo ribloggo.

Oreste Grani/Leo Rugens

 


SPADAFORA MINISTRO OVVERO L’INTELLIGENZA DELLA PERVERSIONE E L’INCLINAZIONE AL SUICIDIO DELLA REPUBBLICA

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“Mi sono documentata: dal 12 dicembre 2016 al 1 giugno 2018, Luca Lotti è stato Ministro dello Sport. Poi ha fatto, progressivamente la fine che ha fatto”. Mia moglie, così comincia il suo ragionamento affettuoso per convincermi a soprassedere alla decisione di bruciare la Bandiera, procurandomi guai a non finire. La guardo e mi chiedo se abbia capito di chi parlassi quando minacciavo sconquassi (così facciamo noi vecchi inascoltati inutili ormai impotenti signori) qualora il tale fosse stato promosso a ruolo di ministro della Repubblica. Ero certo comunque con lei di non aver nominato Lotti ma Vincenzo Spadafora.   

Inopportunamente, come spesso capita a noi uomini, ho pensato che non avesse capito. Poi, confortato dall’esperta chiave interpretativa di chi, caro amico, vive da anni (decine!) a strettissimo contatto con i luoghi dove assume forma la sostanza del potere partitocratico, ho dato un senso alle parole dell’intuitiva Ariela: voleva dire che qualcuno, per uscire dalle mille e mille ipotizzabili spinte e controspinte, piccole ambizioni, pressioni illecite, ricatti velati, che troppe in queste ore hanno pesato sull’attività di Giuseppe Conte, aveva riservato a Spadafora, non potendolo ridimensionare, in questo momento preciso, vista la priorità assoluta di chiudere prima la partita con l’ipotesi (e la minaccia) salviniana e solo dopo dare il vero segno di quella discontinuità di cui il Paese avrebbe urgente bisogno, gli aveva attribuito il dicastero dello sport (e della gioventù) paradossalmente per dare all’ambizioso e discusso esponente del M5S, un segnale di destino parallelo scegliendo, come metafora analogica, quello riservato al renziano Lotti: oggi così perché non siamo liberi di trattarti come si dovrebbe.

Capisco e incasso la lezione su raffinati (così vengono definiti) pensieri dalla natura doppia/tripla. Se basta. Comunque la Repubblica sta messa malissimo se deve trovare percorsi contorti come questi per saldare conti e conti. Un tempo, almeno, c’erano i baroni e i capi bastone.

Quando ho cominciato ad amare il M5S, mi auguravo la fine dei ragionamenti contorti rumoriani, forlaniani, andreottiani, sbardelliani, demitiani, bettiniani che ora ritrovo, pari pari, in quanto avviene a palazzo Chigi e dintorni. Uno come Spadafora (o vogliamo liquidare, come altri amici mi invitano a considerare questione privata l’instabilità mentale e affettiva di chi, il 21 maggio 2008, già grandicello, minacciava di “Se domani non ci vediamo giuro che mi lego seminudo a una tua gigantografia fuori casa tua urlando il mio amore e poi dandomi fuoco. E così sarò il primo balduccino suicida! V.“?) andava (questa sarebbe stata discontinuità) lasciato fuori da ogni formale e sostanziale incarico che, viceversa, lo autorizzerà a rappresentare la Repubblica: Spadafora sarà lo Stato nel mondo già corrottissimo e diseducativo dello Sport (molto del riclico dei proventi della criminalità avviene tramite le scommesse che si effettuano sugli esiti degli avvenimenti sportivi) e formalmente il faro di riferimento per la gioventù! E ad un tale ruolo strategico, gentile e forbito premier Giuseppe Conte (e quindi implicitamente lo scrivo, con forte imbarazzo, con l’avvallo del Presidente Sergio Mattarella), lei ci mette uno che mezzo Paese (quello informato) considera una personalità debole (e pertanto anche ricattabile) sul piano dei comportamenti sessuali e delle implicazioni affettive? Sono l’editore di un bel libro (così fu giudicato nel settembre 2003) dedicato a tre personalità (grandi scrittori del passato), tutte e tre omosessuali e, tutti e tre, morti suicidi: Gide, Genet,Mishima. Il titolo del testo di Catherine Millot si completava con questa espressione: l’intelligenza della perversione. Non dico, pertanto, che questo Vincenzo Spadafora non sia una persona intelligente. Dico che, immesso nella cosa pubblica (con quelle responsabilità e quel potere), il suo essere come è (ha diritto ad essere, come ogni cittadino, come più sente di dover essere ma nel suo privato) non da nessuna garanzia di equità. Gli impulsi profondi (o pensate che non sia anche una personalità complessa, sofferente e in elaborazione costante e permanente uno che scrive e dice cose come quelle che ha, certificatamente detto e scritto, ad un criminale, a sua volta giudicato dallo Stato corrotto e corruttore, come Angelo Balducci?) sviluppano anche quella intelligenza della perversione designando questo termine una particolare abilità a usare di un potere che non è meno fondamentalmente umano, quello di compiere il sol miracolo che conti per chi deve dare un senso alla propria personalità: trasmutare la sofferenza in piacere e la mancanza in pienezza. Ragionamenti, tormenti, scelte di stili di vita validi per Gide il borghese, Genet l’orfano ladro, Mishima dominato dall’idea del sacrificio. Non sono validi per lo spasimante di Angelo Balducci? Con imbarazzo (anche il mio è amore e deve essere rispettato come fosse un amore omo) vi comunico che per amore e rispetto di mia moglie sospendo il grave atto che avevo programmato di vilipendio al Tricolore. In attesa che la soluzione provvidenziale sia un’altra.

Comunque, presidente Conte, alla mia età, avrei preferito una partenza meno in salita.   

Oreste Grani/Leo Rugens