Virginia Raggi? In politica non passa il tre su una scala fino a dieci

Il Comune è sicuramente il primo interfaccia con la popolazione e il primo ente pubblico a creare un rapporto con i cittadini. Questo vale anche per la Capitale e spero che nessuno dubiti della delicatezza di tale relazione fiduciaria. Tra la Raggi e i cittadini di Roma il rapporto fiduciario è certamente scarso. Sicuramente è sotto la sufficienza. Tendente al tre.

Pertanto non è solo responsabile di quanto attiene alla Capitale ma avendo mancato questo rapporto di concretezza in termini positivi tra cittadino ed amministrazione ha danneggiato gravemente anche quel clima necessario nei confronti dello Stato repubblicano e in generale di fiducia del cittadino verso le istituzioni. La delusione di centinaia di migliaia di romani si è riverberata sul governo complessivo. Questo è il primo motivo per cui l’avrei mandata a casa. Certo siamo altrettanto convinti che l’impresa era ardua e che gli esempi virtuosi di buone pratiche e di soddisfacenti feedback sono cento volte più facili in comuni di ridotte dimensioni. Proprio per questo dato di partenza tragico (lo schifo che aveva ereditato) l’avvocatessa doveva approcciare con ben altri gradi di umiltà il groviglio bituminoso della Capitale infetta.

Un primo esempio di arroganza è stato quello, dopo essere uscita dalla fase di raccolta (a mani basse e senza vera fatica) copiosissima dei voti, di non aver pensato minimamente a come gestire questo patrimonio di speranze e di attese. Non un momento di riflessione, anche pubblico e periodico, su quali dovessero essere le regole da riscrivere (o pensate che a Roma c’era qualcosa di “democratico”?) per sviluppare una rappresentanza di tutta la comunità. Dico “tutta” perché Virginia Raggi è stata votata da “quasi” tutti gli aventi diritto. In molte zone popolari è stato così. Ci si aspettava (era il primo dovere) che si insediassero tavoli di lavoro (senza tirchierie) tutti finalizzati a dare vita a nuove aggregazioni sociali e a definire (ci voleva molta creatività e moltissima onestà intellettuale impastata di una vasta gratitudine per il mandato ricevuto) i meccanismi di una moderna società dove le innovazioni apportate da Internet non fossero stereotipate e furbette, ma sostanziali.

Certamente in una concezione audace della multiculturalità che da decenni si autorganizzava a Roma. Raggi è stata portata in Campidoglio dalla schiuma dello Tzunami grillino e da un bisogno certo di dare risposte al ruolo della politica e non solo certamente limitandosi alla Capitale. Il fallimento in questo campo è stato totale e senza appello. Da Roma dovevano ripartire domande e risposte sull’arte nobile teorizzata a partire dalla Scuola di Atene, passando per San Tommaso D’Aquino, finendo a Mazzini durante la troppo breve stagione della Repubblica Romana. Bisognava ridare centralità alla politica e al suo ruolo che ha per prima cosa il pregio di porre con forza la necessità di nuovi argomenti utili a ritornare ad occuparci del nostro futuro. Politica e cultura quindi. E invece zero carbonella.  

Certamente ricordando i tentativi (anche in parte riusciti) di Ernesto Nathan, Luigi Petroselli, Giulio Carlo Argan, uno spruzzo di Rutelli e uno schizzo di Veltroni. Invece dobbiamo prendere atto che di futuro nemmeno l’ombra così come qualunque ipotetico tentativo di mostrare, in Roma una volta “liberata”, un esempio di politica concepita come magistero della società. Da quando la sindachessa si è insediata solo piccole storie sempre sfiorate da mascalzonesche consuetudini affaristiche. Il vero primo compito della signora Raggi era ridefinire regole e modalità di convivenza, con l’obbligo di dare un esempio (ovviamente di sana amministrazione) di crescita morale della comunità romana. Finita la conta tra chi era favorevole al cambio paradigmatico culturale e chi voleva conservare il malaffare, bisognava procedere ad un’adeguato lavoro di elaborazione scientifica perché, partendo da Roma (volevate di più?), la politica trovasse il coraggio di ridisegnare se stessa. Anzi tutto questo nel MoVimento andava lavorato prima. Guardate che questo era lo sforzo elaborativo che vi chiedevano le piazze italiane e in particolare quelle romane. Questo era il compito strategico del M5S. Tutto al cesso.

Niente funzione di sintesi identitaria che la politica sola può svolgere. Niente città educante dove i costumi probi assunti dalla dirigenza (non c’è trippa per i gatti), dopo la ovvia e scontata partecipazione al voto, fossero l’elemento scatenante l’emersione della parte nobile dell’uomo, tramite l’esempio virtuoso con cui la mano pubblica diveniva esempio di espressione libera da condizionamenti. Questo doveva essere l’assunto del mandato e non la predisposizione, quando sarà arrivato il tempo, ad organizzare i seggi elettorali. Mi ricandido. E allora? Le forme di partecipazione promesse (su cui è arrivata la valanga di voti) non hanno assunto forma neanche con un grammo di attività perché crescesse il livello di alfabetizzazione politica e di indipendenza economica. La Capitale amorale quella era e quella è rimasta. La Capitale, anzi, è più povera e non da quando è arrivato il giusto castigo del COVID 19. Questa è la vera delusione e dissipazione di cui la Raggi e i suoi sono grandemente responsabili. La città era in mano ai canottieri prima ed è in mano, se non di più, ai canottieri adesso. Come nei prossimi giorni, monnezza per monnezza, vedremo. Con questo primo post dedicato alla interminabile campagna elettorale per le elezioni che si terranno a Roma, volevo chiarire in che cosa la sindachessa è stata prioritariamente deficitaria. In politica. Che non mi sembra poca cosa.

Oreste Grani/Leo Rugens