Beirut ancora Beirut sempre più Beirut

Aldo Moro

Antonio De Martini, che sa molto di Beirut, di SIFAR/SISMI, di centralità mediterranea, lascia in rete una raffinata e commossa testimonianza a seguito della morte del generale Armando Sportelli. Ho scritto “raffinata e commossa” ma avrei potuto scegliere il termine “nodale” per descriverla e riassumerla. Parole nodali quindi rispetto alle vicende italiane e mediterranee degli ultimi decenni. E nel definirle nodali, penso, ad esempio, a chi, cultrice di cose complesse, ebbe l’occasione (glielo proposi io stesso offrendole di organizzare l’incontro) di conoscere personalmente De Martini per ragionare con lui di Moro, del Lodo omonimo, di Beirut, di Arafat, di Sportelli, di Giovannone (subalterno di Sportelli) e implicitamente di Mario Moretti e delle sue atipiche Brigate Rosse e in fine di chi avesse avuto moventi sufficienti per interferire, con il sangue, nella politica estera italiana. L’amica intelligente ritenne cosa minore incontrare “Tonino”.

Oggi l’incontro sarebbe tardi se non inutile, ma non certo quando lo proposi. Il tempo è drammaticamente passato e quasi tutto quanto incentrato sul Mediterraneo, su Roma, su Beirut, su quegli anni cruciali appare fuori tempo massimo perché, come è naturale, stanno morendo (conoscete il significato?) quelli che “c’erano”. Comunque, De Martini e il suo pensiero commosso tassativamente da leggere. Piero Laporta, altrettanto. La sua intervista a Sportelli che trovate a seguire è uno strumento di notevole “intelligence retroattiva”. Quante cose si comincia a portare dietro la fresca strage di Beirut con il suo cratere di oltre 40 metri!!!

Oreste Grani/Leo Rugens


UNA COLTELLATA AL CUORE

Oggi l’Italia ha perso uno dei suoi veri difensori, io il mio migliore amico e non trovo le parole per consolare la famiglia straziata.
Il colonnello Armando Sportelli, un uomo integro, intelligente, positivo, equilibrato e competente é spirato questo pomeriggio nella natia Puglia dove si era ritirato per comprare una casa a fine carriera.
Gli ufficiali onesti non possono permettersi una casa a Roma centro dove la sua Ninetta avrebbe voluto.
Capo corso in Accademia, alla scuola di applicazione d’Arma, alla scuola di guerra, primeggiò naturalmente tra i suoi compagni benché avesse scelto di diventare ingegnere delle Trasmissioni.
Una specializzazione da cui non si va a gestire il budget della Difesa, come accadde a lui.
L’Italia gli deve riconoscenza per aver sovrinteso silenziosamente all’ormai famoso lodo Moro, ossia all’accordo tra noi e l’OLP che ci ha consentito di evitare attentati o scontri sul territorio della Repubblica in cambio del nostro appoggio alla causa palestinese in sede europea.
Trenta anni di pace in un periodo turbolento.
Molti hanno cercato di sabotare l’intesa – per primo George Habbash e il suo gruppuscolo di assassini mercenari – altri hanno cercato di appropriarsi dell’impresa, altri di mandarlo, invano, davanti ai giudici.
Pur avendo gestito i miliardi della Difesa e quelli dello spionaggio offensivo all’estero di cui fu responsabile, nessuno – nemmeno gli avversari- ha mai osato contestarne minimamente la correttezza e la dedizione alla Patria e al servizio.
Ci siamo conosciuti scontrandoci a tutta prima.
Abbiamo finito per riconoscere entrambi le finalità superiori che ci muovevano e conciliarle. Cautamente siamo diventati amici fino all’intimità, quel sentimento virile che consente la cieca fiducia.
Ha allevato tre magnifici ragazzi che fanno onore a lui e al loro paese nel mondo del lavoro italiano ed estero.
Abbiamo collaborato per anni, di quando in quando, con l’armonia di una vecchia collaudata coppia che trova l’intesa senza sforzi anche dopo lunghe vacanze.
Fu lui a presentarmi al generale Angioni che avrei voluto sindaco di Roma e a garantire per me.
La sua Barbara tra le lacrime mi ha detto che sono stato l’ultimo amico a parlargli. Ne sono contento.
Riposerà nel suo paese natale, Crispiano. Ho sempre pensato di essere un coraggioso.
Ora non ne sono più così certo.
Dovrò da solo assistere allo scempio che é stato fatto di una Patria che faticavamo a riconoscere.
Antonio de Martini