Mario Draghi non ha un cuore che batte per l’uguaglianza, la fraternità, la libertà

Ieri ho fatto cenno al mio disappunto per la pochezza dell’intervento di Super Mario al Meeting di Rimini.

Scopro di essere l’unico che esprime tale giudizio negativo. Ma chi sono io per criticare Mario Draghi? Piace perfino ad Alan Friedman!

Per tornare a Rimini e al “Vecchio Draghi”. Sarebbe stato interessante, ad esempio, sentire Super Mario ragionare della fase pericolosa verso cui stiamo, a tamburo battente, precipitando.

Sarebbe stato importante sentirlo parlare del dramma in corso con vocaboli chiari e con toni autocritici.

Direte che Draghi non ha gli strumenti culturali per inoltrarsi sul terreno della transizione in cui il vecchio ordine non intende morire ma al tempo mostra di essere sempre più incapace di funzionare. Perché, non commettete l’errore di dimenticarlo, Draghi è un uomo culturalmente radicato nel sistema che ha la responsabilità di quello a cui assistiamo e subiamo. Lui che ci parla di giovani mandati al massacro? Ma se è stato uno degli uomini più potenti del Pianeta negli ultimi 35 anni. Dicevo del cattivo funzionamento del sistema di potere, in particolare in Italia. Immaginate infatti come una fase come quella autorizzata/invocata da 11 milioni di cittadini votanti si sia spenta senza un solo vero risultato di cambiamento nella direzione auspicabile e auspicata. Questo è stato il M5S. 

Dicevo che se Draghi (anche fosse stato solo consigliato) avesse aperto il ragionamento sulla trasformazione epocale (che oggi è evidente anche ai ciechi ma che non la sia può certo in modo riduttivo ascrivere al virus), necessariamente dolorosa, che l’Italia sta per affrontare evocando la recentissima (17 gennaio u.s. in Brescia) scomparsa del filosofo Emanuele Severino, avremmo potuto parlare di intervento storico. Ma il banchiere (con i soldi degli altri) ha detto esclusivamente cosette banali e senza speme futura.

Ieri sarebbe stato necessario, per fare un esempio possibile, citare Severino e chiedere scusa agli Italiani (ma anche a molti europei) per i danni provocati ai poveri resi ancora più poveri e a quelli, un po’ di classe media, che si sentivano al sicuro e che non lo saranno più.

Diceva infatti il grande filosofo: «Le spiegazioni della crisi del nostro tempo rimangono molto in superficie anche quando vogliono andare in profondità. Il fenomeno di fondo, che non viene adeguatamente affrontato, è l’abbandono, nel mondo, dei valori della tradizione occidentale; e questo mentre le forme della modernità dell’Occidente si sono affermate dovunque. Un abbandono che si porta via ogni forma di assoluto – e innanzitutto Dio.(…) Muore, dicevo, ogni forma di assolutezza e di assolutismo, dunque anche quella forma di assoluto che è lo Stato moderno, che detiene – dice Weber – “il monopolio legittimo della violenza”. Questo grande turbine che si porta via tutte le forme della tradizione è guidato dalla tecnica moderna – ed è irresistibile nella misura in cui ascolta la voce che proviene dal sottosuolo del pensiero filosofico del nostro tempo. Il turbine travolge anche le strutture statuali. Investe innanzitutto le forme più deboli di Stato. (…) La trasformazione epocale di cui parlo non è indolore: il vecchio ordine non intende morire, ma è sempre più incapace di funzionare, soprattutto in Paesi come l’Italia. E il nuovo ordine non ha ancora preso le redini. È la fase più pericolosa (non solo per l’Italia)
Severino, provando a scuoterci, ci aveva ricordato perfino l’ingenuità della magistratura poiché processando una classe politica a fondo ne ha rivelato la contiguità anche con la criminalità organizzata, figlia a sua volta (tesi affascinante e audace) della guerra fredda e, secondo Severino, impossibile da debellare integralmente in pochi anni senza debellare lo Stato stesso, causando notevoli problemi. Tesi forti, argomenti vasti, ipotesi audaci.
«L’Italia è uno Stato acerbo – era arrivato a sostenere il filosofo -. Ha oltre 150 anni su per giù. Ma soprattutto ha alle proprie spalle una storia di frazionamento politico-economico-sociale, dove si sono imposte forze che hanno avuto nel mondo un peso ben maggiore di quello dell’Italia unita. (…) Sull’evasione fiscale… Una tara storica, come prima le dicevo. L’evasione fiscale è un furto ai danni di tutti. Se c’è da costruire una strada io devo metterci anche la parte degli evasori. Certo, molti artigiani e piccoli imprenditori, se non evadessero, fallirebbero. Tutti sanno queste cose. Però conosco anche tanti cattolici ai quali molti uomini di Chiesa facevano capire che se non avessero ritenuto “giusto” pagare le tasse dello Stato, avrebbero fatto bene a non pagarle. Questo Papa, da buon pastore, sta cercando di cambiare le cose».
Ma anche lasciando da parte il bresciano Severino, in Draghi che avesse detto, a freddo: “…so che sono venuto a parlare in un vero e proprio covo di corrotti e corruttori” (avrebbe potuto, stupendo tutti, citare l’esempio ispiratore di Vittorio Sbardella!!!) “ma sono momenti gravi e nessuno, fulminato sulla via di Damasco, si deve tirare indietro. Me compreso.
Un Draghi che avesse detto: “Sapete, tanto per rimanere sul tema della corruzione, quale fosse la “quinta modernizzazione” che i giovani cinesi chiedevano prima di andare al massacro di Piazza Tienanmen, in quei radiosi giorni del maggio 1989? I ragazzi chiedevano una modernizzazione che determinasse la fine della corruzione e del nepotismo sfacciato (l’opposto della meritocrazia) degli alti papaveri delle gerarchie civili e militari legate al Partito comunista cinese favorendo l’introduzione del multipartitismo accompagnata da una assoluta trasparenza e libertà in ambito mediatico e associativo in modo da cominciare a contrastare l’abissale divaricazione tra i pochi in grado di approfittare delle altre quattro modernizzazioni ipotizzate dal regime (quelle nel campo della produzione e dei commerci legati all’agricoltura, in ambito militare, in campo industriale, sul piano della ricerca scientifica e delle applicazioni tecnologiche) e i moltissimi (milioni e milioni) relegati ai margini della nuova ricchezza prodotta.
Questo legame inscindibile tra economia e diritti, chiedevano gli eroi di Piazza Tienanmen“.

Un Draghi (doppiato ovviamente perché la sua voce da androide fa addormentare con un po’ di mal di pancia) che avesse affrontato tali temi, avrebbe scosso l’Italia, se non il mondo intero.


Avrebbe inoltre potuto dire che i giovani cinesi massacrati in piazza protestavano ispirandosi a tale Sun Yat – sen, illustre sconosciuto per i media di tutto il mondo ma non per chi, come Draghi, deve tutto alla Fratellanza Massonica. O così ipotizzo che sia. Certo, quello di ieri, invece di una minestrina, sarebbe stato un discorso storico da far impallidire quelli pronunciati da Martin Luther King e Robert Francis Kennedy quando Draghi era ventenne. Discorsi che per il contenuto decretarono la morte “politica e reale” dei due leader.

Un tale discorso autorevole, sia pur pronunciato nella imbarazzante cornice del Meeting di Rimini, sarebbe stato un intervento storico piuttosto che quella caramellosa brodaglia piena di stereotipi e ovvietà in cui è stato spiegato che un sussidio non è la soluzione! Minchia che rivelazione!!! Non un vero riferimento a maggiore libertà e responsabilità. Nessun passaggio del discorso in cui ci si proponeva come esempio di maggior rigore morale nel Tempio della Corruzione quale notoriamente è CL. Un discorso che sarebbe facile definire specchietto per le allodole atto a perpetuare decenni in cui si sono organizzati atti utili solo ad illudere o derubare disillusi, frustrati o creduloni. Sembrava di ascoltare vaghi riferimenti a formulette magiche o a patacche spiritistiche. Niente che conducesse con mano sicura a quella completezza e senso della dignità e il rispetto per l’uomo e per la natura evocando e valorizzando la tolleranza, la fratellanza, l’equità soli percorsi per il miglioramento individuale e collettivo. Niente riferimenti all’uomo come fine. Mi è sembrato il solito contabile per cui l’uomo è un mezzo. Niente che facesse credere di essere di fronte ad un individuo pronto ad affrontare rischi per una eticità che sia insieme libertà e responsabilità. Niente che assomigliasse al discorso di uno che è pronto per le proprie idee a pagare un prezzo, se fosse il caso. Niente che ricordasse che la crisi ci obbligherà a dichiararci pronti a spezzare le catene che non sono solo quelle pesanti dei carceri e dei lager (che sono ancora numerosissimi se non in crescita) ma anche quelle solo più leggere del controllo mass-mediatico e dell’odio che subdolamente (ma neanche tanto) stringe le menti dei più deboli. Sentendolo parlare si capisce che Mario Draghi non porta nel cuore (se ne ha uno) nessun anelito di libertà per tutti. Portare nel cuore l’amore per la libertà e l’uguaglianza è la condizione per comunicare speranza.

Un vero disastro, soprattutto se si pensa che in troppi pensano a Draghi come il successore di Mattarella che vorrebbe far rifiorire il Giardino Italia con questo vecchissimo luogo comune dell’imparate un mestiere. Straziante.
Comunque, non ci arrendiamo perché il tempo c’è per far saltare il tavolo.
Questo sogniamo e questo – fiduciosi – aspettiamo che avvenga. Puntando su una donna invece che su questo noioso robottino. Mio coetaneo e quindi, oggettivamente, vecchio e stanco.

Oreste Grani/Leo Rugens