Kamala Harris e Joe Biden: il futuro eventualmente è lei

Joe Biden ha 78 anni e se anche dovesse vincere il 3 novembre p.v. difficilmente, nel 2024, si ricandiderà.

Biden pertanto, indossata la giberna dell’umiltà, si candida sostanzialmente come catalizzatore di tutte le risorse politiche, economiche e culturali che non vogliono Donald Trump per altri quattro anni alla Casa Bianca. Da questa semplificazione l’anziano Biden sta traendo il vantaggio che potrebbe farlo vincere. Sempre ricordando che Trump, personaggio senza spessore politico inteso in chiave tradizionale, è stato, nel 2016, abile (ma lo sarà ancora?) a generare un caos mediatico tale da farsi attribuire un pugno di voti in più (78.000!) dell’oligarca supponente (e un po’ pigra) Hillary Clinton. Trump, non lo rimuovete mai, ha vinto proprio per i limiti della Clinton. Questi sono gli USA e la loro democrazia. Nella scelta di Kamala Harris per completare la coppia democratica si intravede il futuro possibile: è lei che, se i due dovessero vincere e lei in particolare dovesse fare bene, nel 2024, a soli 60 anni, potrebbe dare forma e sostanza ad una donna che arriva a guidare quello che, bene o male, sarà ancora uno degli stati perni del Pianeta.

Nelle vene e nel cervello (e mi scuso della semplificazione) della Harris scorre sangue di mezzo mondo. È nata negli USA ma da madre indo-americana e da padre jamaicano.

La Harris è una senatrice ma sostanzialmente è stata un Procuratore Generale (cioè un “magistrato”) ed anche particolarmente “dura” nell’espletamento dei suo vero mestiere: dare la caccia e rifilare la giusta condanna ai criminali.

Andate in rete e approfondite l’aspetto professionale perché, se la signora dovesse farcela, direi – sin da adesso – che questa sarà, anche alla Casa Bianca, la sua peculiarità. Non certo la geopolitica.

Per evidenti motivi, questo potrebbe essere un limite. Soprattutto se, come penso, da oggi al 2024, il groviglio planetario dovesse assumere toni altamente drammatici.

Comunque, che vinca questo o quello nella sfida del 3 novembre p.v. gli USA sono deboli proprio in politica estera. Come quasi tutto il Pianeta. Con l’esclusione, come è notorio, della vecchia Cina.

E questo è un problema.

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S.

Ho scritto che gli USA sono deboli in politica estera ricordando a me stesso la carneficina vietnamita, il disastro di Baghdad (per cominciare), la mai messa a punto rivincita con l’Iran, la confusione che regna dalle parti delle tante Nato, la presenza in Afghanistan ormai in dismissione, l’alleato Israele esposto in uno scenario (Siria, Libano, Egitto, Libia, Yemen) reso sempre più insicuro dalle incursioni russe, turche e di chiunque si alzi la mattina convinto di avere ruolo e strategia. Comunque, viviamo in un mondo dove la fragilità della materia prima petrolio tende a destabilizzarlo ancor più di quando era l’oro nero rampante. La Cina sembra ormai non più di questo pianeta. Certamente non è facile da studiare, capire, eventualmente contrastare, senza “centri studi” adeguati. Il Sud America è segnato da un destino crudele innescato anche dagli USA e da classi dirigenti di farabutti locali. L’Africa continentale è imperscrutabile con occhiali a stelle e strisce. I Poli con annessi e connessi mostreranno le loro problematiche. L’Eurasia potrebbe vedere a breve scorrere sangue. Comunque gli USA non solo lucidi quando si tratta di Ukraina o Bielorussia o Kazakistan. Zero in Pakistan e nella vicina India. Posso trascurare la Nuova Zelanda, l’Australia e il Giappone? Paesi con diverso peso ma tutti senza ormai un dialogo qualificante con gli USA. Giappone compreso. Delle Coree ho detto già altre volte la mia. Come vedete ho lasciato fuori l’Europa continentale per imbarazzo. Cosa intercorra tra gli USA e l’Italia sta al massimo nella mente di Luigi Di Maio e di Angelo Tofalo.

Il mondo comunque alla vigilia delle elezioni statunitensi non ha traccia di quanto uno come Robert Kagan (e un pool di altri a lui assimilabili) andò a dire in giro presso i governi di allora (ce ne fosse ancora uno di politico tra quelli contattati che abbia oggi un ruolo) inventando la metafora di Marte e Venere per descrivere le diversità di atteggiamento nei riguardi dell’uso della forza nelle relazioni internazionali da parte degli USA (quali?) e dell’Europa (quale?).

SIAMO A ZERO E IL PIANETA TERRA (NON QUINDI MARTE O VENERE) SI RITROVA SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI. CHE NON CI VOLEVA.