In morte di Aisultan Nazarbaev

Aisultan e la moglie Alima

Gentili lettori, mi presento, il mio nome è Ashenden. Come sia arrivato alle colonne di Leo Rugens, lo riassumo in poche righe, giacché non ho fatto altro che accettare il cortese e fermo invito di Dionisia di aiutarla nel commentare una triste vicenda occorsa a metà di agosto in quel di Londra, ovvero la morte di un giovane di ventinove anni: Aisultan Nazarbaev.

Avverto qualcosa di profondamente ingiusto nel fatto che un uomo ben lontano dal mezzo del cammin della propria vita abbia cessato di gustare un’alba, il caldo abbraccio della bella e giovane consorte o un semplice bicchiere di birra, ammesso che riuscisse a provare tali piccoli piaceri dopo che il padre fu trovato impiccato nella cella di un carcere viennese e che il principale indiziato quale mandante del suicidio sia il nonno materno o, ma non cambia di molto la faccenda, chi abbia inteso rendergli un grande favore.

La madre, come è ovvio ne piange pubblicamente la morte, sebbene il rapporto col nonno di Aisultan, ovvero il proprio padre, sia difficile da capire per chi non sia avvezzo agli usi e costumi dei popoli delle lontane steppe del centro dell’Asia, a meno di non ricorrere a improbabili raffronti con le tante congiure di palazzo che hanno segnato anche la storia italiana e che riassumo sentendomi ospite citando i Baglioni a Perugia e Alfonso I duca di Ferrara. Il nostro Amleto sarà ispirazione per altre questioni.

Ciò che mi angustia è che il paese al quale Aisultan aveva chiesto asilo, quindi protezione, fatto salvo che il giovane cuore abbia cessato di battere per il troppo dolore che negli anni aveva dovuto sopportare, non l’abbia adeguatamente protetto, il che, come è già accaduto per altri illustri ospiti russi, dimostra o che le nostra capacità di difenderci da atteggiamenti ostili sono molto calate o che taluni si siano fatti complici di svariati assassini, se nel nome dell’interesse superiore della nazione, oggi come oggi non potrei giurarlo.

Facile sostenere la tesi del rampollo dedito al vizio della cocaina, dopo che pochi mesi fa aveva dichiarato di avere le prove di come il nonno avesse sottratto miliardi di dollari al suo popolo attraverso sostanziose vendite di petrolio; a proposito, si dice che le riserve custodite nel sottosuolo del paese facciano apparire quelle saudite come miserabili pozzanghere.

Appare incredibile, mi sia concessa una divagazione, che sette anni orsono, cinque ingenui ragazzotti fossero partiti alla volta di Almaty generando un po’ di scompliglio negli apparati all’epoca nelle salde mani del nonno di Aisultan, quando fu organizzata una accoglienza con i fiocchi, impedendo che giovani fanciulle venissero spedite tra le braccia degli spavaldi e sprovveduti italiani con l’immaginabile scandalo che ne sarebbe seguito. Mi dicono che uno dei cinque sia tornato con ben altro ruolo da quelle parti, dichiarando stima e piena collaborazione a capi di stato che ricordano i tanti Baglioni che hanno ispirato i maestri della pittura italiana, da Raffaello a Tiziano. Confondere l’interesse del Paese con la pienezza delle proprie tasche o del proprio ego mi conferma che se l’individuo non percorre un arduo percorso prima di arrivare a ricoprire determinate cariche o ricevere delicati compiti è facile che cada di fronte a una delle tanto ben note tentazioni, ricchezza o fama effimera, non fa differenza. Se questi cinque “scappati di casa”, come dicono a Roma, furono un semplice colorito episodio che dimostra come il genio italico possieda una intrinseca fragilità in quanto non protetto da apparati degni di tale nome, diverso è il caso di quanti “facevano il tifo”, allora, per il sultano, in nome e per conto di interessi aziendal-nazionali (di quale nazione non è chiarissimo).

Cerco ora di immaginare il dolore della madre mentre penso anche alla donna che scelse di schierarsi col padre-sultano dopo che le aveva condannato a morte il marito, di certo amato al punto da concepire un figlio, forse non ricambiata da un uomo descritto come feroce capo del servizio segreto del nono paese al mondo per superficie, fomatosi alla stessa scuola del presidente russo, di certo ambizioso al punto da scontrarsi con il padre della nazione, un osso troppo duro per le sue zanne. Se la moglie e madre abbia mai accarezzato l’idea di farsi complice di un uomo che desiderava farsi re, non è facile stabilirlo, è più semplice immaginare che quando si sia accorta che l’uomo che amava si comportava più da agente che da marito, abbia scelto di schierarsi col padre, il nonno di Aisultan. Ma oggi, dopo che il frutto del suo seno giace sotto una coltre di umida terra, quale sentimento prevarrà l’istinto di conservazione o la furia di una madre; la paura o la sete di vendetta.

Chi sa se i fantasmi osino avventurarsi nelle nere notti delle steppe dell’Asia per giungere al cospetto di un uomo che si sente padre e protettore eterno di una nazione la cui capitale porta il suo nome; chi sa se avvicinandosi l’ora della partenza non verrà a trovarlo il volto di quel ragazzino cui sognava di consegnare la guida del paese più importante del mondo.

Ashenden