In queste ore drammatiche siamo pronti anche a rigenerare il Centro Pio Manzù

Grazie ad un’intuizione di Stefania Limiti, sono stato tra i pochissimi blogger italiani ad ipotizzare, con largo anticipo (il mio post fu del 16 maggio 2016) la sconfitta di Hillary Clinton e la inevitabile vittoria di Donald Trump, chiedo un po’ di attenzione e rispetto per quanto mi preparo a lasciare detto in rete. Direte che sono passati oltre quattro anni ed io sono certamente molto molto più rincoglionito di quando azzeccai la previsione. In più, tranne il Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e Vladimir Putin che banalmente a proposito di Minsk, quasi fosse Crozza-Razzi, sussurra alla UE “fatti li cazzi tua”, il pianeta è avvolto da nebbie spesse e malsane. Tanti focolai mortiferi e non solo di origine virale. Non una sola vicenda geopolitica ha avuto negli ultimi quattro anni soluzioni significative e stabili. Ovviamente non attribuisco alla sola guida di Donald Trump questo ginepraio di questioni irrisolte. Una somma di mezze seghe politiche e tecnocratiche, diciamolo senza peli sulla lingua, da troppo tempo sono affiorate alla guida dei popoli mostrandosi incapaci di una qualunque soluzione abilmente ragionata e negoziata utile ad abbassare i livelli di aggressività tra le genti. Mario Luzi, anni addietro, scriveva ispirandosi da poeta e letterario alla figura di Ipazia alessandrina:

Oh cara, dappertutto c’è divisione: tra ciò che si muove e ciò che sta, tra ciò che si disgrega e corre verso la gola spalancata del futuro e ciò che si aggrappa alle macerie per resistere. Ipazia è la coscienza di questo, e in più la forza che accelera il moto. Non sono con lei, non la seguo, sono troppo perplesso e tardo, ma non posso non ascoltarla quando argomenta e fa gemere la discordia e vibrare la gioventù del mondo”.

Mai parole furono più capaci di portarci nel futuro. Così Edgar Morin quando invocò l’assoluta necessità di cambiare i paradigmi culturali della convivenza civile su cui basare quella nuova cittadinanza planetaria senza la quale precipiteremo nell’abisso fratricida. Da Rimini (e non da ospite del volgare palcoscenico dei ciechi affaristi ciellini) nell’ambito delle indimenticate Giornate internazionali di studio del Centro Piò Manzù, il pensatore complesso arrivò a ricordarci, usando l’arte di Bob Dylan, che chi non è occupato a nascere è occupato a morire e che ciò che non si rigenera, degenera. Ciò è vero in particolare per la libertà e la democrazia. E noi, amici e compatrioti, è evidente, stiamo assistendo alla morte della libertà e della democrazia. Senza battere ciglio presi come siamo a dover a fatica respirare filtrati dalle mascherine di Domenico Arcuri. Negli ultimi anni quando la massiccia presenza nelle Istituzioni repubblicane degli esponenti del M5S avrebbe dovuto facilitare almeno il dibattito su temi prevedibili e previsti (pandemia compresa) abbiamo viceversa assistito ad un capovolgimento nei fatti nei rapporti fra le componenti della società politica e civile che non poteva essere più pericoloso per le sorti generali del nostro Paese. Si sono fatte cose, si sono prese delle decisioni (e non parlo solo dell’emergenza COVID 19) senza che nessuno in sede politica (questo tra l’altro dovrebbe essere il Parlamento che qualche scemo-mascalzone vorrebbe abolire) ne sapesse o volesse misurare a priori (comunque prima di “buttarsi”) il risultato positivo e o le possibili conseguenze negative. Si va avanti alla cieca e, paradossalmente, si vede.     

Oreste Grani/Leo Rugens pronto, se qualcuno ci sostiene (e non a chiacchiere) a ridare vita al moribondo (o è già morto e va fatto uscire dal sepolcro?) glorioso e strategico Centro Pio Manzù perché diventi (e saremmo in grado di partecipare alla sua rigenerazione), in ore tragiche quali quelle che stiamo vivendo, quel santuario di mediazione con la società civile e politica che oggi più che mai sembra non solo non esistere in Italia ma certamente nel Mediterraneo insanguinato.